Mese: gennaio 2017

Conferenza – Mindfulness

E’ difficile spiegare che cosa è la mindfulness, in italiano questo termine è tradotto come consapevolezza, presenza mentale.
Essere consapevoli è dieffer di attenzione, un attenzione focalizzata, orientata in modo esclusivo verso un oggetto, il respiro, il battito cardiaco, è rivolta esclusivamente al momento presente, all’esperienza che stiamo facendo in quel momento, senza giudizi o categorizzazioni.
la mente umana procede per categorizzazioni, la nostra mente ha continuamente bisogno di dare significati alle esperienze che facciamo. qui parliamo di un attenzione che permette di cogliere l’essenza dell’esperienza, è alla portata di tutti, perché è una condizione naturale, che tutti abbiamo dentro di noi va soltanto allenata.
il passato e il futuro, ciò che è stato e ciò che verrà, occupano costantemente la mente, ma noi viviamo in quel momento presente, noi stiamo facendo esperienza proprio in quel momento. puo capitare di osservare un tramonto, ma di avere la mente che va all’indietro ad altri tramonti osservati, a ciò che si farà dopo, il tramonto scorre. l’abbiamo perso, non ne abbiamo potuto godere per quello che era.
la si può definire la modalità dell’essere in contrapposizione alla modalità del fare, ma non è un invito alla passività, ma mentre nella modalità del fare cerchiamo di allontanare emozioni spiacevoli attraverso i più svariati comportamenti fino ad arrivare allo shopping compulsivo, bere, uso di sostanza, attività fisica continua, ricerca del potere, la modalità dell’essere ci permette di stare a contatto con quell’emozione sgradevole, di osservarla.
la modalità del fare occupa la mente con il pensiero di cosa fare , cosa non fare, l’obiettivo da raggiungere, piani per l futuro, riviviamo il passato, lo si esamina per capire, viviamo quindi in uno stato di perenne allerta. nel presente si può vedere la memoria per quello che è, la pianificazione, ma mi ascolto e solo stando a contato con me stessa posso conoscermi e quindi affrontare meglio il futuro.

la mindfulness non è accettazione, non è un invito alla passività, ma ci liberara dalldovere dare sempre un significato categorizzare quello che accade, ci permette di liberarci della ripetitività degli automatismi.
ci consente di stare a contatto con le emozioni come la tristezza senza he si ieri come non devi essere triste, sei sbagliato, reagisci male, fai qualcosa.

Il pensiero ha il sopravvento sul sentire, le nostre sensazioni, anche corporee, perchè mente e corpo sono strettam, il battito cardiaco.

la mindfulness non solo ci permette di stare a contatto con noi stessi ma porta ad un senso di maggior connessione con gli altri, si è connessi con l’altro s prima sono connessa a me stessa.

distinguere il vivere per il presente dal vivere nel presente, nel primo caso siamo intrappolati alla ricerca di stimoli, sensazioni forti, dove è evidente la spinta narcisistica.
la mind non è una tecnica ma un modo di essere e va esperita . essere consapevoli può portare a incontrare ciò che non si vorrebbe vedere.
non elimina l’incontro con la sofferenza, ma propone una nuova modalità di rapportarsi

Essere consapevoli radicandosi nell’esperienza del corpo, delle sensazioni.  L’impegno è rivolto a non perdersi nei pensieri, non si tratta di fare più attenzione ma in modo diverso.

Perché praticarla, per prenderci cura di noi stessi

attenzione e presenza
non fare
sapere di non sapere
ascoltare il corpo
non giudizio,
pazienza
mente del principiante
fiducia
non cercare risultati
accettazione
lasciare andare
impegno autodisciplina

Violenza di genere: ripartire dal maschile

Ancora una donna massacrata dal compagno, siamo di fronte ad una strage, una scia di dolore e sangue unisce le due estremità del paese. Tante parole, sdegno e rabbia hanno portato a stilare leggi sicuramente importanti ma non sufficienti, come se le leggi fossero investite di un potere salvifico. Urge riflettere su quanto si sia trascurato, ignorato, perché la strage pare inasprirsi, la domanda inevitabile è: che cosa sta succedendo?

La prevenzione non passa soltanto attraverso le leggi, queste stabiliscono ciò che è giusto, ciò che è sbagliato, stabiliscono i limiti, le pene se questi non sono rispettati, ma prevenire implica un lavoro profondo a livello culturale, sociale e psicologico.

La prevenzione ha indubbiamente dei costi in termini monetari, di risorse umane, ma solo la cecità completa non permette di vedere quanto questi costi siano irrisori rispetto ai costi conseguenti la violenza.

L’altra settimana una donna è stata uccisa di fronte alla figlia di 12 anni, ieri un uomo, dopo l’ennesimo litigio, ha dato fuoco alla compagna di fronte ai bambini. Quali saranno le conseguenze per questi bambini, come affronteranno la vita e le relazioni?

Essere vittima di violenza assistita ha ricadute pesantissime a livello della vita di relazione, a livello cognitivo, a livello fisico. La violenza si è conclusa con la morte, non c’è più niente di riparabile, si resta soli con la paura, la solitudine, la rabbia e un prevedibile e massiccio senso di colpa per non essere riusciti a tutelare la madre.

La prevenzione parte da lontano, dall’educazione all’affettività, insegnare a riconoscere e a mettere in parola le emozioni, il rispetto dell’altro come soggetto con bisogni da rispettare; molto si è fatto, molte parole si sono spese ma sembra davvero quella che si definisce una goccia nel mare.

Chi è l’uomo che aggredisce?

Forse si deve ripartire di qui, fermare lo sguardo sul mondo maschile, sulla sua interiorità, sui modelli culturali veicolati dalla società o almeno su quelli che la società non disapprova con sufficiente forza.

Le risorse attivate sono scarse, pochi sono i centri sorti per dare voce al disagio maschile, spazi in cui è possibile portare la sofferenza, la rabbia sapendo che verrà accolta senza giudizio. Queste persone fanno fatica ad ammettere le difficoltà, perché parlare di sé e delle proprie emozioni è vissuto come dimostrazione di fragilità, proprio quella fragilità dalla quale rifuggono rifugiandosi nell’azione violenta.

Non c’è la possibilità di mentalizzare le emozioni, ma se ne viene investiti violentemente, l’urgenza è non sentire il dolore, il bisogno dell’altra e al contempo se tu non sei come io ti voglio, se non ti posso controllare non mi servi più, ti uccido. La violenza fisica come dominio sulla compagna. La relazione che gli uomini violenti stabiliscono con la donna è una relazione che funziona da regolatore degli stati del sé, vissuti come intollerabili. Questi uomini manipolano la relazione al fine di generare nell’altro l’immagine di loro stessi della quale desiderano liberarsi e ricorrono alla violenza quando l’esistenza autonoma dell’altro minaccia il processo di esteriorizzazione.

Dopo la violenza c’è il momento del pentimento, spesso chiedono perdono, perché hanno un enorme bisogno di una relazione. Numerosi studi avvalorano la teoria della trasmissione intergenerazionale della violenza; il maltrattamento e l’abuso hanno radici nelle prime relazioni affettive, ci si trova di fronte a quello che è definito il ciclo dell’abuso, ovvero la trasmissione tra generazioni di modalità relazionali disfunzionali e patologiche. Tale concetto è avvalorato dall’evidenza che dimostra che nella storia della vittima e dell’aggressore ci sono storie di violenze e vittimizzazioni.

Gli uomini violenti non sono uomini forti, nascondono dietro la violenza ferite profonde, la sensazione di non essere stati amati, la solitudine, vissuti abbandonici intollerabili; le esperienze interpersonali, in particolare le relazioni primarie, svolgono un ruolo fondamentale nel determinare il modo in cui ci percepiamo e come ci comportiamo con gli altri. Oggi si devono attivare risorse economiche, spazi fisici e mentali e formare gli operatori sulla tematica del disagio maschile

Donne e conversione all’Islam

Perché una donna si converte all’Islam ?

La storia di questi giorni ci confronta con le scelte radicali di alcune giovani donne italiane, europee, che scelgono di uscire dal contesto di appartenenza e di convertirsi all’islamismo più radicale.

I commenti di chi ascolta queste storie ci dicono come queste scelte di vita, queste conversioni, siano bollate come follia, con una immediata presa di distanza, ovvero “nella mia famiglia non potrebbe succedere, è impazzita”.

Una scelta di questo tipo pare talmente impensabile, troppo dolorosa con tutto ciò che comporta, la paura di perdere la figlia in primo piano,
per cui non esiste altra possibilità se non prenderne le distanze, un male da cui ci si sente immuni e le sole spiegazioni sono date nei termini di pura follia.

Di fronte all’incomprensibile, la mente umana, che ha sempre bisogno di trovare un significato, sceglie una spiegazione in termini difensivi, una rassicurazione circa la propria immunità.

Ma chi sono queste donne che rinunciano alla loro identità?

Cosa spinge una ragazza a negare la propria identità, la propria identità non solo di donna ma di persona con bisogni, desideri e aspirazioni?Che cosa può spingerla a nascondersi sotto un abito, il burka, che le permette di vedere il mondo attraverso piccole fessure nella tela stessa e al tempo stesso di non essere vista?

Un sentimento di inquietudine ci pervade pensando a questa totale negazione di sé.

In apparenza è un gesto di rottura, la rivendicazione della possibilità di scegliere, di svincolarsi dagli schemi della cultura occidentale, un gesto contro, ma solo in apparenza.

Queste ragazze rinunciano a sé stesse in nome di un ideale di sacrificio e sottomissione, facendo proprio uno schema relazionale imperniato sulla sottomissione, sull’obbedienza cieca, senza mai porsi nella condizione di fare e di farsi domande, all’interno di una relazione in cui è fondamentale il sacrificio di sé, forse la sola identità a cui si può aspirare per confrontarsi con l’inesistenza, con l’impotenza.

Ma è necessaria anche un’altra considerazione, considerazione legate al funzionamento psicologico, quali la scissione tra parti buone e cattive e la conseguente proiezione di queste parti cattive vissute come aliene, all’esterno; i cattivi sono tutti nel mondo degli infedeli, i buoni nel mondo di coloro che si sacrificano, che lottano in nome di un Dio, di una religione che viene manipolata per renderla funzionale ai propri bisogni e alla propria visione del mondo.

Siamo di fronte al tentativo di trasformare l’impotenza in potere illusorio, l’ennesima messa in scena di un dramma che alla fine confronta con l’impotenza profonda e la sottomissione ad un uomo, un padrone, un dio, nel nome del quale si rinuncia a sé fino ad accettare la morte, il sacrificio della propria vita, in una ripetizione traumatica.

La mente umana ha un bisogno assoluto di ritornare sulla scena del trauma, nel tentativo di uscire dall’impotenza, dalla sottomissione, un tentativo illusorio perché se non c’è acquisizione di consapevolezza, si rimette in scena l’esperienza traumatica e dopo un momento di illusione, in cui ci si sente forti e potenti, ci si confronta con i soliti noti e insostenibili vissuti di impotenza annichilente.

Tutto questo non ha nulla a che fare con la religione, con una cultura altra; forse ci dovremmo chiedere come e perché queste ragazze in un determinato momento della loro vita e in concomitanza di circostanze casuali, hanno questo bisogno assoluto, indifferibile e la tempo stesso inconsapevole non riuscendo ad integrare parti buone e cattive che appartengono ad ogni essere umano. Che significato ha a livello profondo, questa scissione tra buoni e cattivi, quale è la loro storia di vita?

Questa è una riflessione che non può e non vuole giungere a considerazioni assolute, ma si pone come unico obiettivo quello di interrogarsi, di porsi di fronte all’altro/a con il desiderio di conoscere; sempre dovremmo conoscere le storie di vita di queste persone ed evitare ogni forma di massificazione.

Cosa vuol dire essere felici?

“Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti agli errori ed ai sentimenti…” – Martha Medeiros

La felicità ha un significato che non si può generalizzare, perché è relativa al percorso di vita, alle scelte, allo stile, alle esperienze più personali.

Per qualcuno la felicità significa smettere di soffrire nella relazione con il proprio partner, per un altro significa smettere di pensare costantemente al cibo. Per un altro ancora la felicità significa riuscire a modulare la rabbia per mantenere dei rapporti costanti con il prossimo.
Per molte altre persone la felicità consiste nello smettere di essere bersaglio di un giudice interno che attacca l’autostima e l’autonomia.

La psicoterapia è uno strumento di conoscenza che permette a chi lo desidera di capire veramente, una volta per tutte, le cause che hanno impedito fino a quel momento di trovare una autentica realizzazione del proprio potenziale relazionale ed affettivo.

La misura della felicità dipende dalla possibilità di entrare in contatto con tutte le parti del Sé, verificando nei fatti che non è vero che il contatto con le emozioni, anche le più impegnative come ad esempio l’odio, la colpa o l’impotenza sia talmente intollerabile da fare perdere il controllo della realtà.

È proprio il contatto con queste emozioni, recuperato in un ambiente tutelante che consente di tollerare l’angoscia, ciò che permette di diventare più solidi, consapevoli ed attrezzati per orientarsi nella relazione con sé stessi e con gli altri.

La felicità vuole dire sapere chi si è, con limiti e risorse, bisogni e capacità di dare, sentendosi autorizzati ad essere sé stessi nella maniera più completa e vitale, senza temere di amare ed essere amati dalle persone che stanno a cuore come individui autonomi e capaci.

La misura della felicità è la capacità per ciascuno di noi di prendersi cura di noi stessi con stima, rispetto ed ammirazione, per costruire un personale progetto di vita, unico ed irripetibile, che realizzi i bisogni e le aspirazioni più autentiche e personali.

Perché mio figlio non studia?

Perché mio figlio non studia?

Per rispondere a questa domanda occorre calarsi nelle realtà unica ed irripetibile di quel figlio e di quella famiglia: questo è l’unico modo per comprendere gli eventi ed operare un cambiamento.
Vorremmo proporre una semplice riflessione sulle cause più comuni di insuccesso scolastico, chiedendo a chi legge di tollerare la necessaria generalizzazione.

La scuola sbagliata
Spesso i ragazzi non studiano perché si trovano nella scuola sbagliata, alle prese con lo studio di materie che non appartengono al loro modo di funzionare.
Non voglio entrare nel merito del problema relativo allo stile di insegnamento, che troppo spesso si limita a riversare sullo studente una valanga di nozioni senza alcuna attenzione per la relazione educativa, mentre invece vorrei sottolineare il fatto che spesso i ragazzi sbagliano la scelta della scuola superiore, e per molti motivi fanno fatica ad accorgersene.
Accade di frequente che i genitori, il più delle volte inconsapevolmente, orientino i figli verso un particolare tipo di scuola mitizzata dalle credenze famigliari : in questi casi il ragazzo apparentemente è uno studente ma in realtà è un messia caricato di compiti tanto stritolanti quanto inespressi, come ad esempio compiere gli studi classici che sono stati preclusi ai genitori. Per ragazzi come questi l’insuccesso scolastico esprime  da una parte la protesta per essere usati come oggetti di riscatto e dall’altra il bisogno di essere riconosciuti come persone capaci di autonomia.

Il gruppo dei pari
Può succedere che la scelta della scuola sia influenzata dai compagni: in questo caso non prevalgono le figure infantili di riferimento, i genitori, bensì quelle preadolescenziali, gli amici. Perciò il criterio di scelta è l’appartenenza al gruppo, vissuto come rifugio e talismano contro la solitudine ed il senso di inadeguatezza. Purtroppo in alcuni casi il gruppo di amici-compagni di classe può evolvere verso forme perverse tipiche del clan o della setta e l’insuccesso scolastico, quando si verifica, testimonia il bisogno non solo di poter frequentare una scuola più adeguata alle proprie inclinazioni personali, bensì di uscire da una situazione ingabbiante di sudditanza ed asservimento.

Gli eventi traumatici
A volte i ragazzi incominciano ad avere problemi di rendimento per eventi traumatici che avvengono a scuola,ad insaputa dei genitori: possono essere vittime di bullismo, od aver assistito ad atti di bullismo su terzi, oppure essere vittime di abusi da parte di un professore. I ragazzi vittime di abusi tendono a sentirsi loro stessi colpevoli e tendono a non parlare per la paura di non essere creduti, di essere colpevolizzati dagli adulti oppure, spesso, perché sono stati minacciati di ritorsione. In questi casi l’insuccesso scolastico è una richiesta d’aiuto e di attenzione, oltre che la comunicazione di una sofferenza inesprimibile con le parole.
In alcuni casi l’insuccesso scolastico è la conseguenza di eventi che si verificano all’interno della famiglia o nella vita di relazione, come ad esempio la morte di un genitore o di una persona cara, oppure la separazione dei genitori, oppure un incidente stradale con gravi lesioni fisiche.
Questi accadimenti possono diventare particolarmente traumatici quando si verificano in epoca adolescenziale,  poiché gli inevitabili sentimenti  di perdita e di abbandono (di una persona, dell’unità della coppia dei genitori, dell’integrità fisica)  vanno ad accrescere i vissuti di solitudine, tristezza, colpa ed inadeguatezza che i ragazzi sperimentano normalmente, in quanto adolescenti.

La depressione in adolescenza
Molti adulti sono in grado di ricordare tali sentimenti provati da giovani, quando la missione evolutiva era impellente, vitale: diventare autonomi, indipendenti, trovare la propria strada ed il proprio stile, diverso da quello dei genitori, ma con la paura di non farcela, o di ritrovarsi da soli, o di fare del male ai propri genitori.
Succede spesso che in alcuni ragazzi, per motivi molto seri,  questi vissuti assumano dimensioni depressive, con sentimenti di pesante perdita di senso delle cose e con la conseguente incapacità di amare: su questi scenari l’insuccesso scolastico diventa il segnale di un disagio corrosivo, invasivo, da decodificare con urgenza.
Del resto non ci deve stupire che un ragazzo depresso sia anche un ragazzo con dei problemi di apprendimento, poiché è dimostrato che livelli anche modesti di esperienza depressiva siano in grado di inibire l’attività cognitiva legata all’apprendimento.

Cosa fare
In ogni caso, è di fondamentale importanza che i genitori che hanno a che fare con ragazzi che non studiano trovino in sé le risorse per chiedersi che cosa stia succedendo nel percorso evolutivo dei figli, rinunciando ad  atteggiamenti colpevolizzanti nei confronti sia dei ragazzi  sia di loro stessi, tollerando la necessità di chiedere aiuto ad un esperto che li accompagni nel lavoro di ascolto e di comprensione di ciò che sta accadendo.
L’insuccesso scolastico è sempre un segnale d’allarme che veicola una implicita richiesta d’aiuto: se i genitori decodificano il segnale, hanno una formidabile occasione per dare una mano a loro stessi ed ai loro figli, garantendo a tutti un modo migliore di stare insieme e di progettare il futuro.

 

Essere genitore di un figlio disabile

Oggi è nato Marco, perché proprio a me è successo questo?

Quante aspettative, quanti desideri, finalmente mamma, un bel bambino/bambina , sana che crescerà e mi renderà felice, una parte di me di cui essere orgogliosa.

No!!!… il mondo mi crolla addosso, mi hanno comunicato che Marco ha la sindrome di Down.

Guardo Tullio mio marito e padre di Marco, non riusciamo a trovare le parole, prima la mente si annebbia, poi molte sono le domande che arrivano spontanee…. è colpa mia ?, sua?, perché proprio a me? che cosa ho fatto?, ma chi sono io una donna incapace anche di procreare un figlio sano.

Come ho potuto desiderare un figlio?, no non può essere vero, c’è un errore

Adesso che faccio? Come potrò presentarmi al mondo, tutti diventano genitori di bambini belli e sani, intelligenti, io ho partorito….ho partorito….. un mostro. Si c’è qualcosa di mostruoso in me, che delusione per mio marito, mia madre mio padre, per tutti. Non valgo niente, sono impresentabile, chissà cosa ho fatto, forse me lo merito………..non dovevo desiderare la maternità….

Io vorrei tornare indietro, fare come se no ci fosse….non….non lo voglio, perché non è morto? Ora la mia vita è rovinata, per sempre nulla sarà come prima, nulla, nulla. Aiuto con chi parlo, come posso dire questi pensieri, sono indegna, un mostro.

Marco è un nome di fantasia, questi possono essere i pensieri di una madre di un figlio con una qualche disabilità. Sono i pensieri, le emozioni espresse dalle donne che devono affrontare questa difficile esperienza. Si tratta di qualcosa di indicibile e impresentabile, a livello profondo è sentito come essere costretta ad esporre al mondo esterno l’orrore, il mostruoso del proprio mondo interno. Il rischio è la negazione delle difficoltà di quel bambino, il focalizzarsi sulle preoccupazioni per il futuro, con una focalizzazione sul fare a scapito della relazione con quel bambino che ha indubbie difficoltà ama ha anche delle risorse che vanno valorizzate pur all’interno di pesanti limitazioni.

Spesso la relazione passa in secondo piano, contano le cose da fare, come in un percorso ad ostacoli, in cui non ci si arrende non si accetta il limite, e al tempo stesso non si vede quel bambino.

È difficile, difficilissimo affrontare queste situazioni. Per lungo tempo il pensiero ritorna al momento della diagnosi che, per quanto comunicata con il rispetto e la cautela, è un momento traumatico che separa la vita in un prima pieno di speranze e progetti e un dopo oscuro e pesante.

Non solo la madre vive queste emozioni ma anche il padre, i nonni. Troppo spesso la sofferenza del padre è sottovalutata, anche per lui si attivano sensi di colpa rabbia, impossibilità di accettare quanto accaduto, e forse le difficoltà, la sofferenza fa più fatica ad essere pensata e messa in parola.

Come semi in una zucca vuota

Il bombardamento mediatico che ci sommerge di notizie riguardati atti di violenza suscita sentimenti di sgomento, dispiacere per le vittime, esecrazione per i perpetratori.

Invariabilmente ci si chiede come sia possibile che un essere umano agisca intenzionalmente su di un altro tali atti di devastazione emotiva e fisica.

I media diffondono dettagli spesso raccapriccianti dell’accaduto ma mai, assolutamente mai, forniscono elementi coerenti riguardanti il contesto relazionale e i vissuti emotivi delle persone che hanno avuto un ruolo nella vicenda.

Non si parla di come un’aggressione si struttura nella mente del perpetratore né delle condizioni che gli permettono di agirla.

Non si parla neppure della possibilità di prevenire le aggressioni, dal momento che tali atti sono considerati a-normali, cioè totalmente avulsi dal funzionamento mentale della media delle persone e quindi imprevedibili e incomprensibili.

Le aggressioni vengono considerate,  a seconda dei casi, atti di pura follia, cioè comportamenti di persone con un contatto alterato con la realtà, oppure episodi di una devianza tale da fare dei perpetratori esseri dis-umani, talmente lontani dalla normalità da essere totalmente  incomprensibili e perduti.

Una lettura come questa è rassicurante perché permette di circoscrivere il tema della violenza in un ambito definito e soprattutto ascrivibile all’altro: gli atti di violenza sono compiuti da persone matte o sbagliate, e ad essere matto o sbagliato è qualcuno lontano e diverso dalla maggioranza delle persone.

A guardare bene, in questa logica ci sono diversi passaggi che, ascoltati e messi in discussione, permettono una lettura più ampia e consapevole della realtà.

Il primo passaggio riguarda la tendenza a non prendersi cura delle emozioni, proprie e altrui. Il contatto con la violenza,  anche quella sentita al telegiornale, è un  “pugno nello stomaco” psicologico, perché apre uno spiraglio su vissuti emotivi che riguardano tutti ma che, essendo assai scomodi e pesanti, spesso vengono chiusi in un cassetto.

Parliamo, tra le altre, delle esperienze emotive di odio, del senso di ingiustizia e della sete di vendetta attraverso la sopraffazione dell’altro. Si tratta di emozioni che riguardano la maggioranza delle persone normali, dal momento che un numero impressionante di adulti è stato un bambino alle prese con relazioni violente che lo hanno fatto sentire sbagliato, cattivo, ridicolo e hanno suscitato in lui sentimenti molto forti che riguardano l’odio e la violenza contro gli altri.

Spesso questi sentimenti sono troppo dolorosi e pericolosi per essere riconosciuti e tollerati: quando un fatto di cronaca costringe a farci i conti, la tendenza generale, in primis dei media, è quella di difendersi dal contatto emotivo con queste emozioni rendendole irriconoscibili come proprie,  ascrivendole a qualcuno vissuto come lontano e diverso.

La violenza agita dall’aggressore che picchia e stupra una bambina di tredici anni ha la stessa matrice della violenza di chi invoca la pena di morte per questo perpetratore. Sono diversi gli scenari emotivi, sociali e relazionali, ma è uguale il vissuto di odio, il desiderio di sopraffazione e la riduzione dell’altro a essere dis-umano.

La trasformazione dell’altro in qualcuno, o meglio qualcosa, di talmente diverso e lontano da perdere le caratteristiche di dignità umana è, oltre il mancato riconoscimento delle emozioni, il secondo elemento costitutivo della logica che considera le aggressioni come atti di follia o devianza incomprensibili e perciò imprevedibili.

Primo Levi, nel suo libro Se questo è un uomo descrive così lo sguardo dell’ufficiale nazista che alza gli occhi dal foglio di valutazione che sta compilando per posarli su di lui:

“Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania. Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere. Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che non contenga qualche elemento utilizzabile». E nel mio capo, come semi in una zucca vuota: «Gli occhi azzurri e i capelli biondi sono essenzialmente malvagi…”

L’Autore non solo descrive il meccanismo dell’odio che scinde il buono dal cattivo, proietta ciò che è cattivo sulla vittima e  la riduce a “qualcosa” che non è più riconoscibile come simile. Primo Levi riesce a far arrivare fino a noi la consapevolezza che la scissione produce scissione, così come il dolore provoca violenza. Lui, vittima incolpevole dell’odio razziale, vede girare nella sua testa quasi con stupore gli stessi semi dell’odio del suo persecutore: l’Altro, diverso da me, è altro da me, è cattivo…  quelli con gli occhi azzurri e i capelli biondi sono malvagi…

I meccanismi di scissione e di proiezione apparentemente proteggono dalla sofferenza, ma il più delle volte la producono e la perpetuano. Una società che continua a credere che le aggressioni, gli stupri, gli omicidi sono fatti incomprensibili e imprevedibili agiti da persone matte o deviate da chiudere in manicomio o in carcere per il resto della loro vita è una società cieca e sorda, che non comprende la complessità e la gravità di un fenomeno dalla portata più ampia di quella comunemente percepita, e indirettamente lo alimenta.

Una società che non capisce è una società che non ha strumenti per cambiare.

Fino a quando risulterà impossibile comprendere in maniera autentica i meccanismi che portano una persona ad aggredire e annientare emotivamente e fisicamente un suo simile non sarà possibile attuare un valido sistema di prevenzione,  intervento e riparazione.