Mese: febbraio 2017

Il muro

Quando una persona sta molto male, incomincia a dividere non solo i suoi sentimenti ma anche le cose e le persone in giusti e sbagliati, buoni e cattivi, amici e nemici.

E’ un meccanismo che in una certa misura fa parte del nostro bagaglio di esseri umani e che in alcuni casi è utile perché almeno per un poco fa sentire meno angosciati, meno in pericolo, meno sbagliati.

Però è un meccanismo che presenta, presto o tardi, dei conti altissimi che ricadono non solo su chi lo attua ma in prima battuta su coloro che lo subiscono.

Il meccanismo prevede l’individuazione di un Altro da usare come si userebbe un oggetto, una cosa, una lavagna per esempio.

L’Altro può essere scelto sulla base del colore della pelle, della religione o più semplicemente dello stile di vita diversi dai propri.

La diversità è un dato di realtà della nostra vita.

Si è diversi tra moglie e marito, tra genitori e figli, tra colleghi di lavoro.

Questo non significa essere migliori o peggiori, bensì differenti.

La diversità non è qualcosa che necessariamente divide, è invece qualcosa che può unire nella differenza.

Nel meccanismo che ci interessa capire, invece, la diversità dell’Altro diventa una occasione per attuare qualcosa di artificioso e violento.

Innanzi tutto si consolida una linea di demarcazione tra due luoghi nettamente differenti, uno che contiene l’essere totalmente adeguati, fare le cose giuste e meritare considerazione, l’altro che raccoglie l’essere cattivi, sbagliare tutto e non meritare niente.

Dopo questa divisione, occorre mettere fuori da sé proprio quello che risulta intollerabile riconoscere come proprio, collocando sé stesso nella parte buona e utilizzando l’Altro come deposito della parte cattiva.

Si tratta di un’operazione violenta, che mette a dura prova l’identità di una persona, ma che deve essere fatta necessariamente se si vuole mantenere una parvenza di equilibrio senza mettersi seriamente in discussione.

Chi compie questa operazione ha il vantaggio immediato di sentirsi relativamente a posto, ma si ritrova ad agire un atto violento nei confronti di persone innocenti e inconsapevoli, per il proprio tornaconto.

Come riuscire a convivere con il senso di aggressività, pericolosità e spregevolezza insite in un simile atto?

Proiettando tutto questo sull’Altro, come su una lavagna.

L’Altro diventa quindi quello pericoloso, distruttivo, colpevole e disprezzabile, assolvendo ancora una volta la funzione di allontanare dalla coscienza le vere responsabilità di quello che si sta compiendo.

Il filo rosso che unisce questa riflessione agli accadimenti attuali risulta evidente.

Il presidente Trump, ad esempio, ha deciso di costruire un muro per difendere il suo Paese dal traffico di droga e dalla delinquenza e dai comportamenti antisociali individuando nell’immigrazione la causa di questi problemi e individuando proprio nel territorio messicano il luogo dove agire.

Il senso di sollievo è immediato: l’angoscia devastante per il disagio sociale crescente in maniera esponenziale viene contenuta da un uomo che individua il problema, ne comprende la causa e agisce per risolverlo. Evviva!

Eppure basta grattare appena un poco questa vernice dorata per intravedere una realtà decisamente meno rassicurante.

Non potrebbe essere che la determinazione  nel costruire il muro sia direttamente proporzionale al bisogno di tenere insieme i pezzi di un Paese che per la prima volta sente vacillare la certezza di un primato economico sugli altri, vede crescere la disoccupazione interna ed è inerme di fronte alla minaccia terroristica?

Siamo sicuri che è l’immigrazione la causa di un tale disagio in America?

Non sarà che è un problema che arriva da lontano, che vede l’America coinvolta in un gioco che implica fatica e sofferenza per essere compreso e messo in discussione?

 

 

 

 

psicoterapia psicodinamica rewind & partners

La psicoterapia dello studio Rewind Partners

Oggi esistono diversi tipi di psicoterapie, ognuno ispirato ad un  modello teorico che definisce tra l’altro la relazione terapeutica, il trattamento dei sintomi, gli obiettivi della cura.
La psicoterapia psicodinamica dello studio Rewind Partners è un modello di intervento evolutosi dalla psicoanalisi freudiana grazie ai contributi della psicologia del Sé, della teoria delle relazioni oggettuali e della teoria dell’attaccamento.

La psicoterapia psicodinamica è una modalità di cura strutturata su tre aspetti teorici fondamentali:

  1. Relazione tra conscio ed inconscio

    L’organizzazione interna di ogni persona  è articolata da strutture assai diverse tra loro che a volte dialogano, a volte si fronteggiano, altre volte si ignorano, ognuna con una larga componente inconscia che sfugge al controllo razionale ma che incide in maniera considerevole sulla qualità della vita quotidiana.
    Per fare un esempio, ognuno di noi parla, desidera e si sente a volte inadeguato: ciascuna di queste funzioni è regolata da una specifica struttura del mondo interno che ha componenti sia consce, delle quali abbiamo consapevolezza, sia inconsce, delle quali noi non abbiamo un controllo razionale.

  2. Relazione tra passato e presente

    C’è un legame significativo tra ciò che una persona ha vissuto nel passato e le modalità di percezione che questa persona ha nel presente di sé stessa, degli altri e delle emozioni correlate.
    In particolare le esperienze vissute nell’infanzia con le persone più care, come i genitori, da una parte  vanno ad incidere sul tessuto delle varie strutture del nostro mondo interno, dall’altra possono minare la possibilità che queste strutture trovino un equilibrio dialogando tra loro.
    Inoltre, le esperienze traumatiche vissute nel percorso evolutivo, per essere fronteggiate e tollerate, inducono il bambino ad adottare una strategia di adattamento emotivo che una volta diventato adulto potrà limitare fortemente la sua vita.

  3. Relazione tra intrapsichico e interpersonale

    Ogni persona è inserita fin dalla nascita in un complesso fascio di relazioni dalle quali è determinata ma che nello stesso tempo la persona stessa concorre a determinare con la sua specifica struttura di personalità.
    In questa complessità, la percezione che abbiamo di noi stessi, degli altri e delle emozioni che viviamo in proposito è il risultato delle interazioni tra le diverse strutture intrapsichiche, della realtà delle relazioni interpersonali e della azione reciproca che i due campi esercitano l’uno sull’altro.

Questi tre assunti teorici determinano un modello di intervento psicoterapeutico che mette al centro della cura il bisogno del paziente di stare bene con sé stesso e con gli altri, e di raggiungere gli obiettivi che gli stanno a cuore.
Per fare questo il paziente e la psicoterapeuta condividono un percorso di conoscenza sia del mondo interno, sia dei contesti relazionali del paziente, basato su  tre elementi fondamentali:

  • Alleanza

    La psicoterapeuta ritiene che i problemi del paziente non siano determinati non tanto da un conflitto tra le strutture interne, quanto dalle strategie strutturatesi nel tempo per fare fronte alle  esperienze traumatiche reali esperite nella relazione con le figure di riferimento.
    Paziente e psicoterapeuta sono alleati nel lavoro di narrazione e di conoscenza del paziente e la psicoterapeuta prende posizione di fianco al paziente, gli testimonia la sua solidarietà, accetta di essere sottoposta a verifica da parte del paziente per poter essere riconosciuta come persona della quale ci si può fidare.

  • Rispetto per il sintomo

    Il sintomo non è visto come il responsabile della sofferenza del paziente, bensì come una strategia di adattamento nei confronti di una condizione altrimenti insostenibile.
    La psicoterapeuta percorre insieme al paziente l’unica strada possibile per un cambiamento autentico e duraturo: capire  ciò alimenta il sintomo ed impedisce al paziente di pensare di poterne farne a meno.

  • Analisi del transfert

    Lo strumento che permette al paziente di orientarsi nell’andirivieni tra conscio ed inconscio, passato e presente, intrapsichico ed interpersonale è la possibilità di analizzare i vissuti emotivi e le modalità relazionali che si presentano all’interno della relazione analitica con la psicoterapeuta.
    Le strategie adattative disfunzionali, ripetute nella relazione con la psicoterapeuta, possono essere accolte con rispetto, ascoltate con attenzione, rese consapevoli ed elaborate.
    In questo modo ogni paziente può autorizzarsi al cambiamento, verificando che non solo può fare a meno delle vecchie strategie, ma può vivere molto meglio senza.

I problemi di coppia

Sofferenza fisiologica

In tutte le relazioni di coppia esiste una quota di sofferenza.
Spesso capita di sentirsi soli nonostante si sia in due, mentre  a volte si ha la sensazione di non essere amati dall’altro come si vorrebbe.
L’esperienza della sofferenza nella relazione con l’altro è fisiologica, poiché è legata al fatto che ciascuno di noi è separato da ogni altra persona da una distanza che inevitabilmente rende  diversi.
Perciò  succede che l’altro non sempre condivida le nostre emozioni, oppure che non soddisfi bisogni per noi significativi.
La cosa veramente importante è riuscire ad integrare questa quota di sofferenza con una quota di soddisfazione per la nostra soggettività e per la nostra autonomia, in una costante ricerca di dialogo con la soggettività dell’altro.

Quando cominciano i problemi

In molte coppie può capitare che in uno dei componenti od in entrambi il livello di sofferenza superi il limite di guardia, cioè che la percentuale di serenità e di soddisfazione nella relazione con l’altro sia in netta minoranza rispetto al senso di solitudine e di infelicità.
Questo squilibrio può verificarsi in maniera quasi improvvisa, a seguito di eventi traumatici come per esempio  un lutto familiare, ma più spesso si tratta di una condizione che silenziosamente ma inesorabilmente si struttura nel corso del tempo.
In questi casi la sofferenza delle persone coinvolte resta il più delle volte celata agli occhi di parenti ed amici, ma nondimeno scava solchi profondissimi nel mondo interno e relazionale.

Quale disagio

La sofferenza nel rapporto di coppia, qualsiasi contenuto abbia, è la conseguenza di un disagio che merita di essere ascoltato, compreso e,  se possibile, affrontato.
Il disagio può riguardare la sfera dei contenuti intrapsichici delle singole persone, ad esempio il mancato riconoscimento dei propri bisogni fondamentali, così come può essere riferito al campo relazionale, ad esempio la difficoltà a comunicare con l’altro/a in maniera chiara ed empatica.
Nella pratica clinica risulta evidente che il piano intrapsichico ed il piano interelazionale si intersecano continuamente, dando vita al disagio di  “quella” coppia che evidentemente è molto di più della sommatoria delle personalità dei due componenti, poiché i contenuti dell’uno/a vanno a determinare i contenuti dell’altro/a, spesso incastonandosi in situazioni che si autoperpetuano, senza una via d’uscita percepibile.
Nei casi più gravi la relazione di coppia si costituisce come relazione perversa,  una relazione dove un componente esercita sull’altro un abuso fisico, psicologico o sessuale, in un gioco mortifero tra vittima e carnefice dove spesso chi lo agisce non ha che una vaga  consapevolezza di quanto sta accadendo.
Molte persone segnate dalla sofferenza del rapporto di coppia sono portate a pensare che non ci sia rimedio alla loro condizione, ma questo non corrisponde al vero.

Come uscirne

La sofferenza crea inevitabilmente isolamento, accompagnato da una sensazione di scoraggiamento che porta a pensare che non c’è niente da fare e che  sarà sempre tutto uguale.
Tuttavia, in ciascuno di noi c’è una componente interna che nessuna condizione riuscirà mai a spegnere del tutto: il desiderio di vivere una vita di affetti, di sintonia con le altre persone, di libertà interiore.
Facendo leva su questa risorsa interna, ogni persona può verificare che esistono delle alternative alla sofferenza.
Una di queste è autorizzarsi ad una consultazione  con una psicoterapeuta per  orientarsi e capire cosa sta succedendo, per poi decidere autonomamente se e come procedere.
Per fare questo è necessario tollerare la necessità di chiedere aiuto ad una persona che non si conosce, inizialmente estranea ma in grado di garantire due cose determinanti: l’ascolto e la parola.
L’ascolto, tra le altre cose,  permette di prendersi sul serio, condividere e comprendere le emozioni, mentre la parola consente di essere protagonisti di un lavoro di conoscenza, stimarsi come portatori di contenuti importanti, prendersi cura di sé.

Il bullismo e il gruppo banda

“Prima di giudicare un uomo, cammina per tre lune nelle sue scarpe”. Proverbio indiano

Sempre più spesso da parte di scuole ed associazioni riceviamo richieste di intervento per casi di ragazzi aggregati in gruppo/banda, che agiscono atti di devianza tra i quali distruzione di beni pubblici ed aggressioni fisiche a coetanei ed adulti.

Questi ragazzi hanno una età compresa tra i tredici ed i diciotto anni, sono impegnati in un percorso evolutivo che impegna tutti i ragazzi della loro età, ma con caratteristiche che costituiscono segnali di un disagio consistente.

La preadolescenza e l’adolescenza sono epoche nelle quali ogni essere umano è alle prese con una missione evolutiva fondamentale: sganciarsi dalla condizione di bambino-figlio per tendere alla condizione di adulto autonomo, con un percorso assolutamente soggettivo ma mediamente assai complicato, mai indolore.

I ragazzi si ritrovano a dover maneggiare vissuti emotivi estremamente pesanti, imprescindibili dal compito di diventare grandi, compito che viene giustamente vissuto come inderogabile, assoluto, urgente.

In sintesi, questi vissuti sono:

  • la rabbia nei confronti dei genitori, del tutto fisiologica, legata al processo di separazione- individuazione
  • la colpa nei confronti sia del padre che della madre, per il fatto di essere arrabbiati con loro e di metterli in discussione
  • la paura di non farcela da soli e di non andare abbastanza bene
  • il desiderio, ambivalente con la paura, di tornare bambini
  • l’angoscia per la  perdita dell’identità di bambini e per l’incertezza sulla propria identità adulta nascente

La possibilità di riconoscere, ascoltare ed integrare la complessità di questi contenuti da parte dei ragazzi per raggiungere un equilibrio sufficientemente buono dipende dalla loro personalità e dalla personalità dei loro genitori, dal tipo di relazione tra la coppia dei genitori e tra i genitori ed il figlio, dal tipo e dall’intensità dei traumi subiti e dalla possibilità di ricevere aiuto.

Possiamo immaginare che nei ragazzi del gruppo/banda, per motivi indubbiamente seri che meritano un ascolto attento, il vissuto emotivo della rabbia, fisiologica in adolescenza e preadolescenza, non possa essere pensato né tantomeno simbolizzato, bensì debba essere agito sotto forma di atti vandalici e distruttivi.

Questi atti devianti hanno almeno tre funzioni per il mondo interno di chi li agisce:

  • Tirare fuori l’angoscia, che altrimenti sarebbe intollerabile e potrebbe portare a problemi psichiatrici, esprimendola in maniera mascherata e soprattutto capovolta: chi picchia e spaventa gli altri si sente potente, ed almeno per un poco può scacciare la sensazione di pericolo ed impotenza interni
  • Mettere in scena, sia pure in maniera mascherata e capovolta, il dramma interno, chiedendo implicitamente che qualcuno si fermi ad ascoltare e soprattutto a capire cosa in realtà si sta rappresentando: la ripetizione di atti aggressivi che a vario titolo questi ragazzi hanno subito con il ruolo di vittima
  • Esprimere una profonda disistima di sé, esponendosi al ludibrio generale, andando così inconsciamente a confermare una immagine interna di abiezione e totale squalifica di loro stessi

Chiedendo scusa per la necessaria generalizzazione, possiamo immaginare che questi ragazzi possano essere stati esposti a situazioni traumatizzanti, nel senso di violenza psicologica, fisica, sessuale da parte di adulti e che i loro atti di devianza siano come un messaggio che un naufrago affida ad una bottiglia in mezzo al mare, sperando che qualcuno, prima o poi, lo legga.

Il gruppo dei pari è una esperienza fondamentale in adolescenza poiché, in estrema sintesi, è l’unità di transito dalla famiglia alla identità autonoma.

Il gruppo contiene, sostiene, permette il confronto, lo scambio e la sperimentazione dell’autonomia lontano dalla famiglia d’origine ma senza lo spettro della solitudine.

Tuttavia il gruppo può virare in banda, laddove le relazioni interne si pervertono ed il gruppo inizia a funzionare come cassa di risonanza del disagio emotivo dei singoli componenti.

Smettendo di funzionare come luogo di solidarietà condivisa e di progettazione per la realizzazione dei bisogni comuni, il gruppo/banda diventa l’estremo rifugio della sofferenza di ragazzi che hanno perso la speranza in un domani qualsiasi.

L’aggregazione in gruppo/banda permette di agire violenza e distruttività in forme che i singoli componenti non sarebbero in grado di attuare, garantendo una visibilità sociale che sia pure in forme drammatiche e fittizie fa sentire i ragazzi vivi e protagonisti della propria vita.

Spesso nel gruppo/banda si struttura una posizione schizo-paranoide: si effettua cioè una divisione tra i bravi ed i cattivi, dando per scontato che i bravi siano gli appartenenti al gruppo, mentre i cattivi siano tutti gli altri.

A volte a supporto di questa posizione  si mutuano ideologie in grado di dare una apparenza di plausibilità alla violenza ed alla gravità della scissione e della proiezione dei vissuti aggressivi.

La situazione descritta non può lasciare indifferenti e richiede un intervento urgente da parte di adulti che un tempo sono stati ragazzi e sentono di poter dare una mano a dei loro simili che adulti rischiano di non diventare mai.

Ovviamente i comportamenti devianti devono essere fermati, ed i ragazzi devono essere messi di fronte alla responsabilità per i loro atti.

Tuttavia, un atteggiamento rigidamente repressivo nei loro confronti non può che avere l’effetto perverso di confermare la scissione descritta e di recidivare il comportamento antisociale.

Il lavoro di rete tra enti pubblici come la scuola, il Tribunale per i Minorenni, ASL ed associazioni consente un intervento che integra la psicoterapia individuale o di gruppo con l’educativa territoriale ed i progetti di volontariato.

Per  fornire ai ragazzi una alternativa valida al gruppo/banda è necessario garantire un luogo, non solo fisico, nel quale ritrovarsi, riconoscersi come simili, condividere vissuti, bisogni, desideri e progetti comuni, imparare a prendersi sul serio ed a mettersi in discussione.

E’ necessario fornire ai ragazzi tre contenuti fondamentale per la messa in discussione del loro comportamento distruttivo:

  • Accoglienza della soggettività, in un contesto che dia loro dignità e visibilità in un contesto sociale validante e tutelante. In ogni caso ogni ragazzo deve poter verificare di volta in volta di partecipare in prima persona ad un progetto condiviso, sperimentandone i vantaggi ed imparando a  tollerare fatica, incertezze e difficoltà.
  • Ascolto delle motivazioni e dei vissuti emotivi. I ragazzi devono poter contare sulla presenza di figure sufficientemente solide e formate sul tema dell’ascolto emotivo, in grado perciò di accogliere tutte le istanze portate dai ragazzi e di restituirle come pensabili, condivisibili e maneggiabili. I ragazzi devono poter contare sulla presenza di figure definite in letteratura “adulti soccorrevoli”: non necessariamente tecnici come psicologi o educatori, bensì persone sensibili e capaci di utilizzare le proprie emozioni per capire quelle dei propri interlocutori, rinunciando a posizioni di giudizio o peggio di consolazione, garantendo all’altro una esperienza di inestimabile valore come la condivisione. La condivisione permette di non sentirsi più soli bensì di sentirsi ascoltati e capiti, di accorgersi di poter chiedere e ricevere aiuto, di verificare che le emozioni, anche le più pesanti, non sono distruttive e possono essere comprese, contenute ed utilizzate per orientarsi nella vita.
  • Contenimento dato dalla consapevolezza di ciò che si sta facendo e dal rispetto delle regole condivise, acquisito attraverso relazioni che non impongono il punto di vista dell’altro con la violenza e la sopraffazione, ma propongono il confronto attraverso l’ascolto delle differenze reciproche.

La timidezza

“ Sorrise come soltanto i veri timidi sanno sorridere. Non era la risata facile dell’ottimista né il rapido sorriso tagliente dei testardi ostinati e dei malvagi. Non aveva niente a che fare col sorriso equilibrato, usato di proposito, del cortigiano o del politicante. Era il sorriso strano, inconsueto, che sorge dall’abisso profondo, buio, più profondo di un pozzo, profondo come una miniera profonda, che è dentro di loro.”- Ernest Hemingway

Una definizione

La timidezza è una forma di disagio più o meno pesante nella relazione con gli altri,  capace di limitare fortemente la qualità della vita di chi ne è vittima. I livelli di gravità possono andare da una minima difficoltà a parlare in pubblico ad una quasi impossibilità di avere una normale vita di relazione.

Generalmente si tende a confondere la timidezza con l’introversione, mentre le due condizioni sono del tutto diverse. L’introversione è un tratto di personalità nel quale le persone si possono riconoscere stando bene con sé stesse e con gli altri, potendo uscire dalla loro riservatezza con un atto di volontà. La timidezza invece è una condizione ingabbiante e mortificante dove le persone, pur desiderandolo moltissimo, non riescono a mettersi in gioco come vorrebbero nelle relazioni che le interessano di più e non possono uscire da questa condizione operando una scelta consapevole.

Il giudizio che distrugge

Le persone timide sono intelligenti e sensibili, con un ricchissimo mondo interno ed una profonda capacità di contatto emotivo e di comunicazione che vengono sistematicamente sabotate da un sistema di pregiudizi interni. Questi pregiudizi si sono consolidati durante l’infanzia e l’adolescenza e tendono a fare sentire le persone che ne sono vittima come del tutto inadeguate nella relazione con l’altro vissuto come capace, a posto, all’altezza della situazione.

Generalmente chi è vittima di un tale sabotaggio alla propria autostima tende a sentirsi giudicato dagli altri, con la sensazione che questo  giudizio non sia benevolo o neutro, bensì corrosivo, malevolo, capace di far vergognare.

Quando una persona timida è costretta ad esporsi in una relazione, tanto più con una persona facilmente collocabile su un piedistallo come in gamba, potente e giudicante, la preoccupazione ed il disagio possono diventare così grandi da mettere in scacco le normali competenze personali come ad esempio la lucidità cognitiva, la memoria, il linguaggio.

Come si può sconfiggere

E’ molto importante che tutte le persone che soffrono di questa forma di persecuzione interna sappiano che se ne può uscire, mettendo in discussione i pregiudizi interni che la alimentano con lo strumento della psicoterapia.

I pregiudizi interni sono determinati da esperienze vissute nell’infanzia,  con  figure di riferimento non sufficientemente capaci di rispecchiare un’immagine adeguata del bambino.

Ovviamente vanno considerati i diversi livelli di gravità dei comportamenti dei genitori, così come sono ampie ed assolutamente personali le strategie che tali comportamenti vanno a determinare nel mondo interno di ogni bambino.

Chiedendo scusa a chi legge per la necessaria generalizzazione, possiamo dire che ciò che incide nella formazione delle strategie adattative del bambino sono situazioni di  mancato riconoscimento della sua soggettività,  di abbandono emotivo, di invischiamento adultizzante, di maltrattamento fisico.

La condizione di dipendenza emotiva e di insufficiente esperienza del bambino fa in modo che gli sia impossibile accorgersi di essere vittima di comportamenti sbagliati da parte degli adulti.

Per non perdere la speranza di essere accettato, il bambino sia consapevolmente che inconsapevolmente si convince di essere lui la causa dell’atteggiamento maltrattante delle figure di riferimento. Tale convincimento, scellerato nella sua ingiustizia, consente tuttavia al bambino di mantenere una immagine illusoriamente buona delle persone con cui vive e, nei casi più gravi, gli impedisce di arrivare a livelli di sofferenza ingestibile da soli, come la consapevolezza di essere nelle mani di persone pericolose, senza poter avere speranza di ricevere aiuto.

Le esperienze traumatiche, per essere tollerate dal bambino, impongono una strategia di adattamento che sabota la rabbia, la capacità di far valere le proprie ragioni e la capacità critica,  ed impone al bambino che diventerà adulto un atteggiamento idealizzante nei confronti dell’altro e squalificante nei confronti di sé stesso.

Tutto questo può e deve essere affrontato con una psicoterapia, che permette al paziente di entrare in contatto con le sue emozioni più autentiche come, tra le altre,  la disperazione e la rabbia senza esserne travolti.

Attraverso la relazione con la psicoterapeuta, il paziente si prende cura di sé mettendo in discussione la strategia interna che lo ingabbia in una condizione mortificante.

In questo modo il paziente verifica nei fatti che può vivere facendo a meno della strategia interna  e che si può permettere di essere sé stesso, senza sofferenza.

I sintomi

Troppo spesso le persone vengono etichettate con il nome del sintomo che esprimono, diventando “l’anoressica”, il “depresso”, e così via. Questo accade quando la complessità di una persona viene ridotta ad una classificazione diagnostica, ed è proprio quello che si deve evitare.

Sarebbe lecito, addirittura,  interrogarsi sulla legittimità di una trattazione relativa alle manifestazioni sintomatiche, dal momento che la linea di intervento del nostro studio considera  il sintomo non come la causa della sofferenza del paziente, quanto  come l’espressione di una strategia interna che si è consolidata nel tempo e che deve essere messa in discussione.

Se da una parte la  persona non può essere ricondotta ai problemi psicologici che manifesta,  dall’altra tali problemi non sono codificabili in maniera massificata, poiché si declinano a seconda delle situazioni e dei vissuti emotivi correlati.

I sintomi, così come la persona che li vive, meritano rispetto, poiché sono l’espressione di “quella” persona unica ed irripetibile come la sua storia.

Ciò che autorizza una raccolta di articoli sulle principali problematiche psicologiche è la consapevolezza che descrivere i sintomi equivale a fare una mappa di vere e propri indicatori che segnalano la presenza di una situazione interna di pregiudizio per l’integrità della persona.

I sintomi infatti, con la loro stessa esistenza, testimoniano l’esistenza di una strategia interna in grado di produrre sofferenza a livelli a volte intollerabili, spesso senza che il paziente sia pienamente consapevole dei prezzi che deve pagare per il mantenimento dell’apparente status quo.

La strategia interna, strutturatasi sulla base di esperienze traumatiche infantili, prescrive la rinuncia al contatto con le emozioni più profonde, costringe ad una vita molto al di sotto delle reali potenzialità ed impedisce al paziente di sapere chi è veramente.

Le argomentazioni che la strategia interna utilizza per autoconfermarsi sono le più varie, la più efficace di tutte è cercare di dimostrare che il suo mantenimento  è indispensabile per la sopravvivenza di quella persona, o delle persone che la circondano.

L’etica relazionale

Qualsiasi relazione per essere tutelante deve basarsi su tre elementi fondamentali:

  1. Ascolto

    L’ascolto è una posizione emotiva che va oltre la capacità cognitiva di comprendere, organizzare e gestire  i contenuti della relazione: si tratta di una sintonizzazione emotiva ed attiva su ciò che accade nella relazione. Prima ancora di qualsiasi movimento di giudizio, condivisione o rifiuto l’ascolto permette di mettersi nella condizione di raccogliere quanti più  elementi possibili  per potersi orientare nella relazione. L’ascolto riguarda i dati di realtà ed i vissuti emotivi che coinvolgono entrambi i componenti della relazione.

  2. Consapevolezza

    Per consapevolezza intendiamo la possibilità di accedere a tutte le componenti emotive che entrano in gioco nella relazione, in particolare i desideri, i bisogni e le motivazioni che ne stanno alla base. In qualsiasi tipo di relazione, dalla più banale alla più importante, è presente una quota di vissuti emotivi che sono fondamentali ed ineliminabili per l’ orientamento nella relazione stessa: la possibilità di averne accesso su un piano cognitivo rende consapevoli di ciò che si sta facendo, e perché lo si fa.

  3. Empatia

    L’empatia è la possibilità per una persona di mettersi nei panni del suo interlocutore. Non si tratta di analizzare l’altro, né di consolarlo: si tratta invece di sentire profondamente l’altro diverso e nello stesso tempo simile a sé, attraverso un processo decisamente più facile da esperire emotivamente che da descrivere cognitivamente. L’altro può avere età, sesso, personalità, cultura, etnia diversi dai nostri, ma è sempre portatore di stati d’animo, accadimenti, posizioni emotive che operano con un risuonamento emotivo dentro il nostro mondo interno, andando ad attivare sensazioni, vicende  e stati d’animo che sono squisitamente personali ma servono ad immaginare che cosa l’altro possa vivere e sperimentare.

Le relazioni dove prevale una quota maggioritaria  di contenuti relativi all’ascolto, alla consapevolezza ed all’empatia sono relazioni dove la distanza emotiva tra gli interlocutori rispetta la loro identità senza per questo impedire una comunicazione autentica ed afficace. Il rispetto nella relazione è dato dalla possibilità per ciascun interlocutore di essere soggetto della comunicazione, ponendosi emotivamente su un piano di reciprocità con l’altro.

L’etica relazionale è garantita quando entrambi i component sono nella condizione di essere consapevoli di ciò che avviene nella relazione, potendo scegliere liberamente ed in piena consapevolezza come porsi,  con la possibilità, tra le altre cose,  di contrapporsi, di far valere le proprie ragioni e di tutelarsi.

Sappiamo tutti che le relazioni possono virare verso posizioni perverse, quando vengono meno i prerequisiti fondamentali di consapevolezza emotiva, di ascolto empatico  e di tutela reciproca.

Questo accade più frequentemente nelle relazioni dove l’età, la condizione socio-economica, la condizione psicologica di un componente della relazione è dispari rispetto all’altro componente.

Pensiamo alla condizione di un bambino piccolo nella relazione con i genitori, dove  non c’è paragone tra le risorse cognitive, la consapevolezza, il potere economico e giuridico degli adulti nei confronti della bisognosità, della inconsapevolezza e della vulnerabilità di un minore.

E’ ovvio che non tutte le relazioni adulti – minori sono perverse, ma è chiaro che proprio nella disparità dei ruoli di questa relazione possono verificarsi deviazioni relazionali che trasformano una relazione di contenimento, promozione  e tutela in una relazione di sopraffazione e abuso.

Questo accade molto spesso anche nelle relazioni tra adulti. Pensiamo ad esempio alle relazioni perverse tra uomo e donna, molto più frequenti di quanto comunemente si immagini, dove il rispetto e la tutela reciproci sono pervertiti in un sistematico attacco all’autostima ed all’autonomia di un componente della coppia ad opera dell’altro.

Pensiamo inoltre, a titolo esplicativo, alle relazioni in molte  sette religiose o spirituali, dove la consapevolezza e la libertà di scelta degli adepti viene sistematicamente pervertita in una appartenenza coatta ed acritica ai dettami del santone/a.

Nessuna relazione è buona o cattiva in assoluto, poiché nessuna persona è solo buona o solo cattiva. Le persone sono un intreccio di contenuti , emozioni ed esperienze in divenire, sulla base di un complesso dialogo tra tutte le parti di sé, tra le esperienze del presente e quelle del passato, tra ciò che accade nel mondo interno e ciò che accade nel mondo reale.

Così come per le singole persone, le relazioni costituiscono un insieme di motivazioni, scambi ed interventi che possono rispettare o meno l’etica relazionale, anche nei contesti più quotidiani ed apparentemente banali.

Pensiamo a qualche esempio che riguardi la vita quotidiana. E’ piuttosto comune  per ognuno di noi essere particolarmente scortesi, o giudicanti, o evitanti in certe particolari circostanze, oppure con certi tipi di persone, oppure con quella persona in particolare, il più delle volte senza neppure sapere il perché.

Per diventare consapevoli di quanto accade è necessario accedere ai tre prerequisiti citati: sintonizzare l’ascolto su quanto sta accadendo nella realtà ma anche dentro di noi, prendere consapevolezza delle nostre emozioni, andare in esplorazione dell’altro con l’empatia.

L’etica relazionale  presuppone sempre una scelta, anch’essa etica, di mettersi in discussione e di non dare tutto per scontato e dovuto.

Questa operazione, tuttavia, è subordinata alla possibilità di tollerare di non sapere sempre tutto automaticamente, bensì di avere bisogno di un tempo e di uno spazio per ascoltare e capire noi stessi e gli altri.

La misura della felicità

“Molti uomini sprecano la loro vita nel tentativo di diventare ciò che non possono essere, dimenticando di essere ciò che possono diventare.” – E. Fromm

Lo scopo della psicoterapia psicodinamica è quello di prendersi cura della persona, affinchè questa possa capire l’origine dei suoi sintomi, elaborare la struttura che li determina e raggiungere la sua personale misura di felicità.

Il sintomo è come la punta di un iceberg che,  galleggiando sul pelo dell’acqua, cela e nello stesso tempo veicola un insieme di contenuti che meritano di essere accolti ed ascoltati ma che, per motivi molto seri, non lo sono affatto.

Proviamo a fare un esempio, chiedendo a chi legge di tollerare  la generalizzazione di  contenuti che, invece,  non possono che essere  personali e soggettivi.

Immaginiamo una persona con attacchi di panico ricorrenti, durante i quali si sente in pericolo, fa fatica a respirare e sente le braccia irrigidite. Se questa persona si autorizza ad analizzare i sintomi con la psicoterapeuta, può scoprire che la sensazione di pericolo è legata al vissuto interno di privazione di un punto di riferimento e di vuoto emotivo, la fatica a respirare è relativa a vissuti emotivi di appartenenza impotente ad una persona, l’irrigidimento agli arti superiori è connesso alla paura della propria rabbia.

Vediamo come i sintomi esprimano, in una specie di codice cifrato, contenuti tanto importanti quanto inascoltati nella vita quotidiana del paziente.

Al di là dell’ esempio riportato, i contenuti a cui facciamo riferimento possono essere bisogni e desideri, sentimenti e vissuti emotivi,  modi di vedere noi stessi e gli altri, ricordi, capacità, rappresentazioni di parti del corpo, e sono componenti fondamentali della struttura psichica chiamata Sé.

Su questo argomento, negli ultimi cinquant’anni la teoria delle relazioni oggettuali ha elaborato una revisione della matrice freudiana sui temi del conflitto e della tecnica psicoterapeutica estremamente interessante ed utile per una maggiore comprensione del paziente.

Tra i vari autori, in particolare E. Kohut ha scritto sul tema del Sé, inteso come centro della personalità, l’origine del sentimento per il quale l’uomo si sente polo libero e autonomo di percezioni, iniziative, rappresentazioni di sé e dell’altro.

Secondo l’autore, le esperienze infantili di squalifica, raggiro ed abbandono emotivo indeboliscono il Sé e mettono il bambino nella condizione di trovare un modo per sopravvivere emotivamente ad una condizione di pregiudizio per la sua integrità.

Torniamo per un attimo all’esempio precedente della persona con attacchi di panico: nella psicoterapia potrà emergere la figura di una madre insicura e depressa, che ha instaurato inizialmente un legame fusionale con il suo bambino, senza saper modulare i bisogni sia propri, sia del bambino di vicinanza e di autonomia, agendo frequentemente attacchi di rabbia e di rifiuto nei confronti del figlio.

All’epoca dei fatti, il bambino non aveva le risorse emotive e cognitive per accorgersi che la madre era incoerente, inaffidabile ed abbandonica e, soprattutto, il bambino aveva un disperato bisogno di lei ed era disposto a fare qualsiasi cosa per mantenere il legame.

La strategia interna si struttura quindi come un tentativo di adattamento, tanto rigido ed assoluto quanto tale  è la percezione della realtà di un bambino piccolo.

Per tornare ancora all’esempio, il bambino potrà convincersi che il comportamento della madre è determinato da lui, in particolare dalla sua eccessiva bisognosità, e costruirà un falso Sé per diventare quello che pensa che la madre voglia che lui sia, per poter sperare di essere amato.

Il falso Sé, tra gli altri prezzi che fa pagare, preclude la possibilità di entrare in contatto autentico con le emozioni come, nel caso citato, la sensazione angosciante di appartenere ad una persona che può usare l’altro come un oggetto, la mancanza di conforto, la rabbia.

Così una strategia interna prescriverà al paziente per il resto della vita un atteggiamento compiacente e nello stesso tempo inautentico e distanziante nei confronti delle figure affettive, minacciandolo di potenziale abbandono e di attacco distruttivo dell’altro  se questo comportamento fosse accantonato.

Gli attacchi di panico si incaricheranno di esprimere, in forma cifrata, l’ambivalenza tra il desiderio di autonomia e  la paura di perdere l’altro, oltre  e alla paura di agire la  rabbia nei confronti di una persona dalla quale si sente di dipendere.

Noi psicoterapeute del Centro Cypraea siamo profondamente convinte che una persona come questa desideri ardentemente, sia consapevolmente che inconsciamente,  avere una relazione autentica con sé stesso e con gli altri, e che una psicoterapia debba aiutarlo a disconfermare quello che la strategia interna disfunzionale gli prescrive.

Come dice bene la frase di Fromm, il paziente deve poter verificare che può smettere di cercare di essere qualcuno che una parte interna gli impone di essere, per autorizzarsi ad essere quello che è sempre stato, senza temere che questo lo distrugga.

La misura della felicità dipende dalla possibilità di entrare in contatto con tutte le parti del Sé, verificando nei fatti che non è vero che il contatto con le emozioni, anche le più impegnative come l’odio o il senso di non esistenza, sia talmente intollerabile da fare perdere il controllo della realtà.

E’ proprio il contatto con queste emozioni, esperito nella relazione con la psicoterapeuta, ciò che permette al paziente  di diventare più solido, consapevole ed attrezzato per orientarsi nella relazione con sè stesso e con gli altri.

La felicità vuole dire sapere chi si è e sentirsi liberi di amare ed essere amati dalle persone che stanno a cuore come individui autonomi e capaci.

La misura della felicità è la capacità per ciascuno di noi di prendersi cura di noi stessi con stima, rispetto ed ammirazione, per costruire un personale progetto di vita, unico ed irripetibile, che realizzi i bisogni e le  aspirazioni più personali.

 

La relazione psicoterapeutica

La relazione psicoterapeutica è una relazione tra due persone che sono alleate in un percorso di conoscenza, con ruoli diversi ed almeno tre  obiettivi comuni:

  1. Comprendere le condizioni che nel percorso di vita del paziente hanno creato e mantengono la sofferenza. La comprensione di cui parliamo non è cognitiva e passiva, bensì emotiva ed attiva. Per il paziente si tratta di una operazione di arricchimento della sua consapevolezza, fatta in prima persona e perciò non soggetta a debiti di riconoscenza o sudditanza nei confronti del terapeuta. Lo psicoterapeuta è un accompagnatore partecipe nel percorso, ma chi porta i contenuti, chi accetta di metterli in discussione, chi ha il coraggio di maneggiare i sentimenti, insieme al terapeuta, è il paziente. La conoscenza acquisita nella psicoterapia non è del terapeuta, bensì del paziente, e nessuno potrà mai portargliela via, perché è solo sua, unica come la sua vita.
  2. Permettere al paziente di rivivere nella relazione con lo psicoterapeuta gli stessi  modi di fare e di sentire sé stesso e gli altri, che lo fanno soffrire o lo mettono in difficoltà, con la possibilità di capire con qualcuno di fidato cosa sta succedendo e di  metterlo in discussione, sentendosi sufficientemente al sicuro. Andare a vedere cosa accade nella relazione con il terapeuta non è un lavoro finalizzato al mantenimento o al miglioramento della relazione stessa. Infatti è molto chiaro sia al paziente che allo psicoterapeuta che quella è sì una relazione tra due persone normali,  fatta di stima e rispetto reciproci, ma finalizzata unicamente alla comprensione dei meccanismi interni del paziente ed alla loro elaborazione. Il paziente ha la possibilità di constatare che il suo psicoterapeuta si colloca ad una distanza emotiva che gli permette di stare al suo fianco in una maniera leale e costantemente verificabile, non asettica poiché è esplicitamente dalla sua parte, ma neppure collusiva, invischiante o delegante come potevano o possono essere altre relazioni. La relazione tra paziente e psicoterapeuta è costruita apposta per essere chiara, onesta e costantemente  verificabile, poiché è uno strumento di conoscenza, oltre che una relazione vera  tra due persone che si mettono in gioco per un fine comune.
  3. Trovare la sua misura della felicità. La felicità ha un significato che non si può generalizzare, perchè è relativa al percorso di vita, alle scelte, allo stile, alle esperienze più personali. Per qualcuno la felicità significa smettere di soffrire nella relazione con il proprio partner, per un altro significa smettere di pensare costantemente al cibo. Per un altro ancora la felicità significa riuscire a modulare la rabbia per mantenere dei rapporti costanti con il prossimo. Nella psicoterapia, ognuno è libero di trovare la propria personale formula della felicità, in una maniera assolutamente autonoma e creativa,  che passa attraverso un lavoro di conoscenza di sé e dell’altro. La psicoterapia rende esplicita l’esistenza di una strategia interna, formatasi per motivi molto seri, che ha il potere di  ostacolare e sabotare la capacità insita in ciascuno di noi di essere felice per ciò che è, e non per ciò che dovrebbe essere. La felicità dipende non solo dal superamento dei sintomi e dei comportamenti penalizzanti, ma anche dalla capacità di essere sé stessi, con la consapevolezza di meritare stima, rispetto ed affetto da chiunque.

La sofferenza e la strategia interna

Negli ultimi  anni dalla matrice iniziale freudiana si sono evolute nuove formulazioni teoriche, in particolare la teoria delle relazioni oggettuali, la psicologia dell’attaccamento e la psicologia del Sè,  che a nostro avviso permettono una migliore chiave di accesso alla realtà del paziente ed alla soluzione dei suoi problemi.

Un tempo si pensava che ognuno di noi fosse motivato da pulsioni sessuali ed aggressive, costantemente alla ricerca del piacere ed ostacolate dalle difese interne.
In questa logica i sintomi e le difficoltà ad avere una vita appagante erano considerati una conseguenza delle gratificazioni ottenute inconsciamente dalle fissazioni di alcune pulsioni a mete infantili, perciò l’obiettivo del terapeuta era di rendere cosciente ciò che era inconscio, permettendo così al paziente di acquisire il controllo sulle pulsioni infantili rimosse e di indirizzarle verso mete adeguate all’età adulta.

Seguendo questo ordine di idee, per fare un esempio, il vero problema di un paziente sarebbe il desiderio vissuto da bambino per la propria mamma, con una ridda di passioni fortissime nei confronti di entrambi i genitori e con  inevitabili difese stritolanti.
Dopo anni di elaborazione,  la teoria dell’attaccamento ha dimostrato che lo scopo principale della nostra vita non è il soddisfacimento delle pulsioni, bensì la ricerca ed il mantenimento dei legami con le persone che ci circondano.

Fin dall’infanzia ognuno di noi è fortemente motivato a capire e coltivare la relazione con i propri genitori, adattandosi a quell’ambiente relazionale e  raggiungendo precise convinzioni su se stesso in base a quel tipo di esperienza.
Un bambino piccolo è disposto a fare qualsiasi cosa per sperare di avere la stima e l’amore dei genitori dai quali dipende, mentre i genitori hanno il potere, anche senza volerlo consapevolmente, di maltrattarlo.
Non stiamo parlando soltanto di maltrattamenti gravi,  peraltro molto più frequenti di quanto si creda, bensì di squalifiche, di rifiuti, di ricatti emotivi, di abbandoni affettivi.

Pensiamo, a titolo esplicativo, ad una mamma che diventa triste o arrabbiata ogni volta che il figlio dimostra autonomia ed indipendenza, anche solo esprimendo delle emozioni che la mettono in difficoltà. E’ chiaro che questa mamma non intende deliberatamente fare del male al proprio figlio e che se si comporta così è perché ci sono contenuti irrisolti nel suo mondo interno, ma è altrettanto chiaro che questo è un maltrattamento nei confronti del figlio,  poiché gli impedisce di crescere senza sentirsi colpevole o minacciato.
Le relazioni traumatizzanti con i genitori fanno in modo che alcune convinzioni diventino credenze che impediscono un funzionamento normale con le altre persone, influiscono sulla stima di noi stessi, ostacolano il raggiungimento di obiettivi che ci renderebbero felici.

Le credenze patogene ci fanno credere che il conseguimento dei nostri scopi, come ad esempio essere indipendenti, costituisca una minaccia per noi o per gli altri.
Questo è il contenuto che sta alla base della sofferenza delle persone:  l’esistenza di un sabotaggio interno che ha avuto origine dalle persone che si sono amate di più al mondo, che stende un’ombra nera su tutta la vita e che deve essere reso esplicito per poter essere messo in condizione di non nuocere.