Mese: marzo 2017

Per amore ho dimenticato i miei bisogni

Ci può essere un momento nella storia di una coppia in cui si avverte l'insoddisfazione e la tristezza, viene a mancare la  gioia, il desiderio, la progettualità che avevano caratterizzato i primi tempi.
A qualche livello si capisce che non si riesce a comunicare, la delusione inizia ad emergere con una certa frequenza.
Se ci si domanda che cosa sta succedendo si percepisce che alcuni bisogni non sono soddisfatti, come il bisogno di vicinanza, di condivisione.

Dove è finito l'entusiasmo dei primi tempi?
La voglia di condividere e di trascorrere del tempo insieme?

Forse puoi pensare che succede solo a te e se ne parli con un'amica forse non ti capisce.
Ti puoi chiedere:

"Perché mi lamento? ho tutto!
Lui mi vuole bene, dice di amarmi come il primo giorno!
Che cosa mi succede?
Forse avrei bisogno di condividere più cose... ma lui, deve lavorare tanto, sono io che non so dare valore a quello che lui mi offre!"

Ti senti sola, sempre più triste, stanca, smetti di sorridere, ma continui a giustificarlo anche quando alza la voce, ti risponde male, lui è stanco, lavora tanto.
Giorgia, Giovanna Maria, quante storie diverse ma unite dalla rassegnazione, dalla solitudine e dal senso di colpa perché non ci si sente una moglie sufficientemente buona.
Un giudice severo interiorizzato, invita a tollerare le difficoltà!

"Non sono abbastanza forte, perché ho bisogno di attenzioni, ma dovrei capire che lui è fatto così, ormai l'ho sposato"

dice Gianna con lo sguardo basso di chi si vergogna.

Se ripercorriamo la loro storia sentimentale, queste donne, nelle relazioni, hanno sempre accantonato e dimenticato i loro bisogni, piccoli e grandi, annullando una parte di sé, perché lo amavano tanto.

"Quando si ama, si fa tutto con piacere e leggerezza".
Come afferma Marta, quarantenne molto sofferente per l'abbandono del compagno, dopo anni di convivenza e la nascita di un figlio.

Si deve sempre dare la giusta importanza ai vissuti emotivi, se ti senti triste una ragione c'è, se non riesci a capire, pensa che in alcuni momenti può capitare di sentirsi un po' confusi.
Il colloquio psicologico può aiutare a capire, a fare chiarezza nel proprio mondo interiore,

per trovare la strada della propria serenità, una strada che passa attraverso una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie risorse.
Non lasciar scorrere i mesi, gli anni, stare bene è un diritto di tutti, prenditi cura di te.

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La paura: non mettiamola in un angolo

La paura gronda dalle trame di film e libri, dalle trasmissioni televisive, dai videogiochi.

Questo rende le persone capaci di maneggiarla? No.

La comunicazione di massa suscita la paura con vicende collocate in un altrove che rassicura e intorpidisce.

I sentimenti provati sono autentici, ma sono destinati a depositarsi in un angolo di mondo interno quando si chiude il libro giallo o si cambia canale.

Con leggero ma innegabile sollievo.

Ma i sentimenti lasciati in un angolo aiutano a vivere una vita di relazioni nel qui ed ora? No.

Nel qui ed ora ci sono paure che hanno un nome e un volto: la paura di non essere all’altezza per citarne una tra le più corrosive.

Nel qui ed ora c’è la paura specializzata nel suscitare l’angoscia senza nome, quella che fa sentire in pericolo, con una minaccia tanto vaga quanto letale, senza alcuna possibilità di controllo.

La paura fa parte del mestiere di vivere? Sì.

In certi casi fa soffrire molto? Sì.

Si può maneggiare senza esserne travolti? Sì.

Si parla di questo nel secondo incontro con Danila Ghiano, sabato 1 aprile 2017, ore 14,30, studio di psicoterapia Rewind&Partners, Torino.

Per iscrizioni  tel. 3484446277

 

 

 

I sintomi hanno un senso e uno scopo


Troppo spesso le persone vengono etichettate con il nome del sintomo che esprimono, diventando “l’anoressica”, il “depresso”, e così via.
Questo accade quando la complessità di una persona viene ridotta ad una classificazione diagnostica che la definisce come oggetto, e non soggetto,  di un intervento terapeutico finalizzato ad eliminare i sintomi invece che a capire perché ci sono e d a cosa servono.
Nel nostro paese assistiamo da almeno vent’anni ad un fenomeno culturale alimentato dalla comunicazione di massa, volto ad esorcizzare il dolore, la sofferenza ed in genere  il senso del limite attraverso un controllo illusorio della realtà, agito con la sopraffazione, la negazione e la manipolazione.
Tutto ciò ha un peso non indifferente sul modo che molte persone hanno di mettersi in relazione con ciò che procura disagio e sofferenza.
La sofferenza diviene qualcosa di cui vergognarsi e di cui liberarsi istantaneamente, ed è rassicurante pensare che questo sia  possibile: basta attribuire la causa della sofferenza all’esistenza dei sintomi,  per poi demolire i sintomi ed il gioco è fatto.
Nella realtà della vita di ogni individuo, così come nella vita sociale, è evidente che questa è una visione delle cose non solo irrealistica, bensì distruttiva, per tre motivi fondamentali, qui brevemente descritti.

Il sintomo ha un senso ed uno scopo
Il sintomo è l’espressione di contenuti profondi che meritano di essere ascoltati e compresi, perché sono portatori di una miniera di risorse e di verità, utili per il cambiamento.
Inoltre il sintomo, per quanto pesante ed invalidante possa essere, svolge una funzione non immediatamente eliminabile per l’economia interna di quella persona.
Se il sintomo viene distrutto, senza prima avere elaborato perché si è determinato ed a cosa serve, la persona può essere esposta a problemi più gravi di quelli determinati dal sintomo stesso.

La sofferenza non è determinata dal sintomo
I sintomi veicolano una specie di strategia che la persona ha consolidato nel corso del tempo per far fronte ad esperienze traumatiche altrimenti intollerabili, che hanno in misura maggiore o minore sabotato, tra le altre cose, il processo di separazione-individuazione, l’autostima, la gestione dell’aggressività.
La persona vorrebbe stare bene e raggiungere gli obiettivi che le stanno a cuore, ma la strategia interna prescrive che senza di lei  non ci sia altro modo per vivere.
E’ evidente che per poter fare a meno dei sintomi bisogna mettere in discussione la strategia interna, vera causa della sofferenza della persona.
Considerare i sintomi come l’espressione di parti fondamentali della nostra personalità non significa che debbano essere mantenuti, anzi devono essere superati al più presto.

Tuttavia, la guarigione perchè possa essere autentica e duratura deve necessariamente passare attraverso una elaborazione, assolutamente personale ed autonoma, delle condizioni che hanno determinato e mantenuto attiva la  strategia disfunzionale interna.

La rabbia: trattiamola con gentilezza

Ci arrabbiamo tutti? Sì.

Perché a volte si pensa di dover eliminare la rabbia come se fosse qualcosa di sbagliato ?

Forse perché si è  penalizzati dai comportamenti che ne conseguono.

In certe situazioni, con certe persone e non con altre la rabbia travolge e ci si ritrova a dire e fare cose che non corrispondono alle scelte consapevoli.

La soluzione è scartavetrare la rabbia dal proprio bagaglio emotivo?

Molti cercano di farlo.

Ci riescono? No.

Perché chi tratta male una parte di sé così importante, anche senza rendersene conto, si ritrova a giocare una partita che nessuno vince.

C’è un modo per stare bene con la rabbia propria e degli altri? Sì.

Nella rabbia c’è un senso, qualcosa di prezioso che va trattato con rispetto.

Con gentilezza.

Qualcosa che va cercato in qualche cassetto dentro di sé e che una volta colto permette di fare scelte consapevoli, anche nella rabbia.

Si parla di questo nel primo dei cinque incontri con Danila Ghiano, sabato 25 marzo, ore 14, studio di psicoterapia Rewind Partners, Torino.

Per iscrizioni tel. 3484446277

 

 

L’ascolto nella relazione con l’altro

Cosa vuole entrare in relazione con l’altro?

Se pensiamo che voglia dire raccogliere dati oggettivi come ad esempio il curriculum vitae, allora ci basta il nostro bagaglio cognitivo.

Se invece per entrare in relazione intendiamo conoscere l’altro nella sua soggettività, magari in un contesto valutativo, allora il nostro bagaglio cognitivo non ci basta.

Di cosa abbiamo bisogno? Di noi stessi.

Della capacità che ciascuno di noi possiede in maniera innata o acquisita. L’empatia.

Per empatia intendiamo un atteggiamento di accettazione acritica?

Di apertura incondizionata?

Di rinuncia al raggiungimento di obbiettivi?

No.

Facciamo riferimento all’unica risorsa utile per andare in esplorazione della soggettività dell’altro, rimanendo noi stessi con posizione, ruolo e mandato ben chiari nella mente.

L’empatia è la posizione emotiva che permette di tuffarsi nel flusso continuo dei campi  relazionali con una risorsa preziosissima: il contatto con le nostre emozioni e la consapevolezza del nostro modo di funzionare.

In questo modo possiamo raggiungere l’altro senza sovrapporci, senza blandirlo, senza temerlo, senza sedurlo, senza squalificarlo, senza confonderlo, senza usarlo.

Tutelando noi stessi e l’altro.

Garantendo a noi e all’altro un ascolto qualificato, attento e rispettoso.

L’ascolto empatico è una cosa che si improvvisa?

No.

L’empatia è una risorsa che alcune persone posseggono istintivamente, ma l’ascolto empatico è una risorsa che si acquisisce con una formazione specifica.

 

 

 

 

La soggettività dell’operatore nella relazione di intervento sull’ altro

Basta avere una formazione cognitiva per orientarsi nella relazione di intervento sull’altro?

No.

E’ sicuramente una parte importante nel cassetto degli attrezzi dello psicologo, del professionista HR, dell’insegnante e di tutti coloro che sono coinvolti nelle relazioni di intervento, ma non basta.

Perché?

Nella trama e nell’ordito dello scambio relazionale si declinano le reciproche biografie, i reciproci meccanismi di difesa, le reciproche proiezioni e identificazioni, i reciproci bisogni.

La soggettività degli interlocutori elabora continuamente campi  intercomunicanti e interdipendenti.

In questa complessità  entrano in gioco contenuti potenti che viaggiano sopra, sotto, attraverso l’area della razionalità, regno del sapere cognitivo.

A volte questi contenuti sono consapevoli, altre volte lo sono in parte.

Molto spesso non lo sono affatto.

Sono contenuti che generano  stati d’animo che non possono non condizionare il nostro comportamento.

C’è un’enorme differenza, qualitativa e quantitativa, tra chi è consapevole di questi vissuti e chi non lo è.

Perché in certe relazioni ci viene spontaneo cercare di compiacere l’altro? Oppure proviamo la voglia di mettere distanza?

Perché nel sistema relazionale nel quale ci troviamo si sta attivando qualcosa di significativo, che merita senz’altro un ascolto attento.

Stiamo dicendo che per andare bene bisogna controllare tutto?

No. Il contrario.

Stiamo dicendo che nei sistemi relazionali c’è una vasta area di contenuti che sfuggono al nostro diretto controllo razionale e le persone che lo sanno, e lo tollerano, hanno più strumenti per orientarsi nella loro professione e per elaborare una domanda di formazione mirata all’ascolto della propria soggettività.

 

 

 

 

 

 

Persone che amano troppo

Cosa vuole dire amare troppo?

In genere significa soffrire molto più di quanto è lecito.

Chi ama troppo si sente inadeguato, disorientato, usato, arrabbiato, disperato, solo.

E si sente profondamente coinvolto con una persona speciale.

Si potrebbe obiettare che l’altro è sempre speciale quando si ama.

E’ vero, ma chi ama troppo percepisce l’altro come qualcuno di assolutamente unico, infinitamente desiderabile, indescrivibilmente prezioso.

Si tratta di una percezione realistica?

No, è qualcosa che mette l’altro su un piedistallo molto alto, illuminato da una luce fortissima che non lascia vedere i chiaroscuri.

Chi ama troppo vede l’altro come qualcuno di così speciale che la sua sola esistenza genera una polarizzazione tra chi ha più o meno merito, più o meno risorsa, più o meno importanza.

E sempre, invariabilmente, chi ama troppo si colloca nella parte di chi vale di meno.

Perché questo accade?

Perché chi ama troppo porta con sé una parte interna che non solo giudica severamente, ma  squalifica e corrode l’autostima.

Chi ama troppo ha scelto di avere una parte interna così distruttiva?

No, perché si è strutturata sulla base delle esperienze della sua vita al di là della consapevolezza.

Può fare finta di niente e ignorarla?

No, questa parte funziona al di là delle scelte razionali.

Questa parte interna ha il potere di far sentire insignificanti, poco desiderabili, opachi tanto quanto l’altro sembra in gamba, interessante, luminoso.

In una trappola come questa, chi ama troppo deve sperare di mantenere la relazione con l’altro così come un pianeta deve mantenere l’orbita attorno al sole se vuole avere vita.

Non c’è parità, non c’è giustizia in questo gioco.

Chi ama troppo è sempre una persona sensibile e intelligente, perfettamente in grado di fare esami di realtà.

Anche se riluttante, presto o tardi dovrà fare i conti con i limiti dell’altro, a volte drammaticamente evidenti.

Servirà questo a cambiare qualcosa?

La risposta è no.

Una parte di chi ama troppo potrà odiare l’altro, ma la propaganda interna continuerà a presentare la relazione con l’altro come qualcosa di ineliminabile.

Chi ama troppo è sempre disposto a capire l’altro, a scusarlo, a trovare spiegazioni razionali per i suoi comportamenti incongrui, così come è pronto ad attribuire a sé stesso le responsabilità e le colpe.

Senza rendersene conto, chi ama troppo cerca di controllare l’altro.

E’ un obbiettivo realistico?

No, ma è un’illusione alla quale chi ama troppo non può rinunciare.

Spostare ogni volta di una tacca il limite di quanto si è disposti a sopportare è l’unico disperato modo per continuare a giocare una partita che non si potrà mai vincere.

Con la sensazione di non poter smettere.

Di non dover smettere.

C’è una via d’uscita?

Sì.

Passando attraverso la propria storia, mettendo insieme i pezzi del passato e del presente, di quello che si sente dentro e di quello che accade fuori, di quello che è chiuso in un cassetto e di quello che circola liberamente nei pensieri.

Con qualcuno che prenda tutto questo molto sul serio e si allei apertamente con quella parte che vuole smettere di soffrire, pur amando con tutta l’anima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’urgenza della cura per il dolore psicologico

Viviamo immersi in una cultura che privilegia ciò che si vede e si tocca e siamo tranquillizzati dalla possibilità di intervenire subito su qualcosa che procura disagio.

In genere, il dolore fisico è evidente e attiva cure immediate.

Che ne è del dolore psicologico?

Non si vede, non si tocca, spesso non si capisce cosa sia, quasi mai si riesce a capire subito da dove arriva.

Allora ci si sente a disagio, alle prese con qualcosa che non permette di attivare una cura fisica che abbia il potere di rassicurare tutti.

E allora cosa si fa? Dipende.

Molto spesso si cerca di pensare ad altro, sforzandosi di credere che il dolore psicologico non è grave come quello fisico e quindi non può determinare conseguenze letali.

Niente di più sbagliato.

Se facciamo uno sforzo per uscire dalla razionalizzazione di massa che riguarda l’argomento ci accorgiamo delle persone che vivono con un persecutore interno che lentamente le uccide, delle persone stritolate da una tristezza che ogni giorno restringe la palizzata nella quale vivono, delle persone disposte ogni giorno a spostare di una tacca ciò che riescono a tollerare.

Persone che lentamente muoiono dentro, spesso convinte che la colpa di ciò che accade sia loro.

Si può curare la sofferenza psicologica?

Sì.

Come?

Con la parola, l’ascolto, l’alleanza terapeutica.

Ma anche con un viraggio di coscienza di massa che realizzi come la mente e il corpo siano la stessa cosa e come la cura della sofferenza psicologica non sia un lusso opzionale, bensì un bisogno che rientra nell’etica di una società civile.