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I sintomi hanno un senso e uno scopo


Troppo spesso le persone vengono etichettate con il nome del sintomo che esprimono, diventando “l’anoressica”, il “depresso”, e così via.
Questo accade quando la complessità di una persona viene ridotta ad una classificazione diagnostica che la definisce come oggetto, e non soggetto,  di un intervento terapeutico finalizzato ad eliminare i sintomi invece che a capire perché ci sono e d a cosa servono.
Nel nostro paese assistiamo da almeno vent’anni ad un fenomeno culturale alimentato dalla comunicazione di massa, volto ad esorcizzare il dolore, la sofferenza ed in genere  il senso del limite attraverso un controllo illusorio della realtà, agito con la sopraffazione, la negazione e la manipolazione.
Tutto ciò ha un peso non indifferente sul modo che molte persone hanno di mettersi in relazione con ciò che procura disagio e sofferenza.
La sofferenza diviene qualcosa di cui vergognarsi e di cui liberarsi istantaneamente, ed è rassicurante pensare che questo sia  possibile: basta attribuire la causa della sofferenza all’esistenza dei sintomi,  per poi demolire i sintomi ed il gioco è fatto.
Nella realtà della vita di ogni individuo, così come nella vita sociale, è evidente che questa è una visione delle cose non solo irrealistica, bensì distruttiva, per tre motivi fondamentali, qui brevemente descritti.

Il sintomo ha un senso ed uno scopo
Il sintomo è l’espressione di contenuti profondi che meritano di essere ascoltati e compresi, perché sono portatori di una miniera di risorse e di verità, utili per il cambiamento.
Inoltre il sintomo, per quanto pesante ed invalidante possa essere, svolge una funzione non immediatamente eliminabile per l’economia interna di quella persona.
Se il sintomo viene distrutto, senza prima avere elaborato perché si è determinato ed a cosa serve, la persona può essere esposta a problemi più gravi di quelli determinati dal sintomo stesso.

La sofferenza non è determinata dal sintomo
I sintomi veicolano una specie di strategia che la persona ha consolidato nel corso del tempo per far fronte ad esperienze traumatiche altrimenti intollerabili, che hanno in misura maggiore o minore sabotato, tra le altre cose, il processo di separazione-individuazione, l’autostima, la gestione dell’aggressività.
La persona vorrebbe stare bene e raggiungere gli obiettivi che le stanno a cuore, ma la strategia interna prescrive che senza di lei  non ci sia altro modo per vivere.
E’ evidente che per poter fare a meno dei sintomi bisogna mettere in discussione la strategia interna, vera causa della sofferenza della persona.
Considerare i sintomi come l’espressione di parti fondamentali della nostra personalità non significa che debbano essere mantenuti, anzi devono essere superati al più presto.

Tuttavia, la guarigione perchè possa essere autentica e duratura deve necessariamente passare attraverso una elaborazione, assolutamente personale ed autonoma, delle condizioni che hanno determinato e mantenuto attiva la  strategia disfunzionale interna.

psicoterapia psicodinamica rewind & partners

La psicoterapia dello studio Rewind Partners

Oggi esistono diversi tipi di psicoterapie, ognuno ispirato ad un  modello teorico che definisce tra l’altro la relazione terapeutica, il trattamento dei sintomi, gli obiettivi della cura.
La psicoterapia psicodinamica dello studio Rewind Partners è un modello di intervento evolutosi dalla psicoanalisi freudiana grazie ai contributi della psicologia del Sé, della teoria delle relazioni oggettuali e della teoria dell’attaccamento.

La psicoterapia psicodinamica è una modalità di cura strutturata su tre aspetti teorici fondamentali:

  1. Relazione tra conscio ed inconscio

    L’organizzazione interna di ogni persona  è articolata da strutture assai diverse tra loro che a volte dialogano, a volte si fronteggiano, altre volte si ignorano, ognuna con una larga componente inconscia che sfugge al controllo razionale ma che incide in maniera considerevole sulla qualità della vita quotidiana.
    Per fare un esempio, ognuno di noi parla, desidera e si sente a volte inadeguato: ciascuna di queste funzioni è regolata da una specifica struttura del mondo interno che ha componenti sia consce, delle quali abbiamo consapevolezza, sia inconsce, delle quali noi non abbiamo un controllo razionale.

  2. Relazione tra passato e presente

    C’è un legame significativo tra ciò che una persona ha vissuto nel passato e le modalità di percezione che questa persona ha nel presente di sé stessa, degli altri e delle emozioni correlate.
    In particolare le esperienze vissute nell’infanzia con le persone più care, come i genitori, da una parte  vanno ad incidere sul tessuto delle varie strutture del nostro mondo interno, dall’altra possono minare la possibilità che queste strutture trovino un equilibrio dialogando tra loro.
    Inoltre, le esperienze traumatiche vissute nel percorso evolutivo, per essere fronteggiate e tollerate, inducono il bambino ad adottare una strategia di adattamento emotivo che una volta diventato adulto potrà limitare fortemente la sua vita.

  3. Relazione tra intrapsichico e interpersonale

    Ogni persona è inserita fin dalla nascita in un complesso fascio di relazioni dalle quali è determinata ma che nello stesso tempo la persona stessa concorre a determinare con la sua specifica struttura di personalità.
    In questa complessità, la percezione che abbiamo di noi stessi, degli altri e delle emozioni che viviamo in proposito è il risultato delle interazioni tra le diverse strutture intrapsichiche, della realtà delle relazioni interpersonali e della azione reciproca che i due campi esercitano l’uno sull’altro.

Questi tre assunti teorici determinano un modello di intervento psicoterapeutico che mette al centro della cura il bisogno del paziente di stare bene con sé stesso e con gli altri, e di raggiungere gli obiettivi che gli stanno a cuore.
Per fare questo il paziente e la psicoterapeuta condividono un percorso di conoscenza sia del mondo interno, sia dei contesti relazionali del paziente, basato su  tre elementi fondamentali:

  • Alleanza

    La psicoterapeuta ritiene che i problemi del paziente non siano determinati non tanto da un conflitto tra le strutture interne, quanto dalle strategie strutturatesi nel tempo per fare fronte alle  esperienze traumatiche reali esperite nella relazione con le figure di riferimento.
    Paziente e psicoterapeuta sono alleati nel lavoro di narrazione e di conoscenza del paziente e la psicoterapeuta prende posizione di fianco al paziente, gli testimonia la sua solidarietà, accetta di essere sottoposta a verifica da parte del paziente per poter essere riconosciuta come persona della quale ci si può fidare.

  • Rispetto per il sintomo

    Il sintomo non è visto come il responsabile della sofferenza del paziente, bensì come una strategia di adattamento nei confronti di una condizione altrimenti insostenibile.
    La psicoterapeuta percorre insieme al paziente l’unica strada possibile per un cambiamento autentico e duraturo: capire  ciò alimenta il sintomo ed impedisce al paziente di pensare di poterne farne a meno.

  • Analisi del transfert

    Lo strumento che permette al paziente di orientarsi nell’andirivieni tra conscio ed inconscio, passato e presente, intrapsichico ed interpersonale è la possibilità di analizzare i vissuti emotivi e le modalità relazionali che si presentano all’interno della relazione analitica con la psicoterapeuta.
    Le strategie adattative disfunzionali, ripetute nella relazione con la psicoterapeuta, possono essere accolte con rispetto, ascoltate con attenzione, rese consapevoli ed elaborate.
    In questo modo ogni paziente può autorizzarsi al cambiamento, verificando che non solo può fare a meno delle vecchie strategie, ma può vivere molto meglio senza.