Come semi in una zucca vuota

Come semi in una zucca vuota

Il bombardamento mediatico che ci sommerge di notizie riguardati atti di violenza suscita sentimenti di sgomento, dispiacere per le vittime, esecrazione per i perpetratori.

Invariabilmente ci si chiede come sia possibile che un essere umano agisca intenzionalmente su di un altro tali atti di devastazione emotiva e fisica.

I media diffondono dettagli spesso raccapriccianti dell’accaduto ma mai, assolutamente mai, forniscono elementi coerenti riguardanti il contesto relazionale e i vissuti emotivi delle persone che hanno avuto un ruolo nella vicenda.

Non si parla di come un’aggressione si struttura nella mente del perpetratore né delle condizioni che gli permettono di agirla.

Non si parla neppure della possibilità di prevenire le aggressioni, dal momento che tali atti sono considerati a-normali, cioè totalmente avulsi dal funzionamento mentale della media delle persone e quindi imprevedibili e incomprensibili.

Le aggressioni vengono considerate,  a seconda dei casi, atti di pura follia, cioè comportamenti di persone con un contatto alterato con la realtà, oppure episodi di una devianza tale da fare dei perpetratori esseri dis-umani, talmente lontani dalla normalità da essere totalmente  incomprensibili e perduti.

Una lettura come questa è rassicurante perché permette di circoscrivere il tema della violenza in un ambito definito e soprattutto ascrivibile all’altro: gli atti di violenza sono compiuti da persone matte o sbagliate, e ad essere matto o sbagliato è qualcuno lontano e diverso dalla maggioranza delle persone.

A guardare bene, in questa logica ci sono diversi passaggi che, ascoltati e messi in discussione, permettono una lettura più ampia e consapevole della realtà.

Il primo passaggio riguarda la tendenza a non prendersi cura delle emozioni, proprie e altrui. Il contatto con la violenza,  anche quella sentita al telegiornale, è un  “pugno nello stomaco” psicologico, perché apre uno spiraglio su vissuti emotivi che riguardano tutti ma che, essendo assai scomodi e pesanti, spesso vengono chiusi in un cassetto.

Parliamo, tra le altre, delle esperienze emotive di odio, del senso di ingiustizia e della sete di vendetta attraverso la sopraffazione dell’altro. Si tratta di emozioni che riguardano la maggioranza delle persone normali, dal momento che un numero impressionante di adulti è stato un bambino alle prese con relazioni violente che lo hanno fatto sentire sbagliato, cattivo, ridicolo e hanno suscitato in lui sentimenti molto forti che riguardano l’odio e la violenza contro gli altri.

Spesso questi sentimenti sono troppo dolorosi e pericolosi per essere riconosciuti e tollerati: quando un fatto di cronaca costringe a farci i conti, la tendenza generale, in primis dei media, è quella di difendersi dal contatto emotivo con queste emozioni rendendole irriconoscibili come proprie,  ascrivendole a qualcuno vissuto come lontano e diverso.

La violenza agita dall’aggressore che picchia e stupra una bambina di tredici anni ha la stessa matrice della violenza di chi invoca la pena di morte per questo perpetratore. Sono diversi gli scenari emotivi, sociali e relazionali, ma è uguale il vissuto di odio, il desiderio di sopraffazione e la riduzione dell’altro a essere dis-umano.

La trasformazione dell’altro in qualcuno, o meglio qualcosa, di talmente diverso e lontano da perdere le caratteristiche di dignità umana è, oltre il mancato riconoscimento delle emozioni, il secondo elemento costitutivo della logica che considera le aggressioni come atti di follia o devianza incomprensibili e perciò imprevedibili.

Primo Levi, nel suo libro Se questo è un uomo descrive così lo sguardo dell’ufficiale nazista che alza gli occhi dal foglio di valutazione che sta compilando per posarli su di lui:

“Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania. Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere. Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che non contenga qualche elemento utilizzabile». E nel mio capo, come semi in una zucca vuota: «Gli occhi azzurri e i capelli biondi sono essenzialmente malvagi…”

L’Autore non solo descrive il meccanismo dell’odio che scinde il buono dal cattivo, proietta ciò che è cattivo sulla vittima e  la riduce a “qualcosa” che non è più riconoscibile come simile. Primo Levi riesce a far arrivare fino a noi la consapevolezza che la scissione produce scissione, così come il dolore provoca violenza. Lui, vittima incolpevole dell’odio razziale, vede girare nella sua testa quasi con stupore gli stessi semi dell’odio del suo persecutore: l’Altro, diverso da me, è altro da me, è cattivo…  quelli con gli occhi azzurri e i capelli biondi sono malvagi…

I meccanismi di scissione e di proiezione apparentemente proteggono dalla sofferenza, ma il più delle volte la producono e la perpetuano. Una società che continua a credere che le aggressioni, gli stupri, gli omicidi sono fatti incomprensibili e imprevedibili agiti da persone matte o deviate da chiudere in manicomio o in carcere per il resto della loro vita è una società cieca e sorda, che non comprende la complessità e la gravità di un fenomeno dalla portata più ampia di quella comunemente percepita, e indirettamente lo alimenta.

Una società che non capisce è una società che non ha strumenti per cambiare.

Fino a quando risulterà impossibile comprendere in maniera autentica i meccanismi che portano una persona ad aggredire e annientare emotivamente e fisicamente un suo simile non sarà possibile attuare un valido sistema di prevenzione,  intervento e riparazione.

 

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