La misura della felicità

La misura della felicità

“Molti uomini sprecano la loro vita nel tentativo di diventare ciò che non possono essere, dimenticando di essere ciò che possono diventare.” – E. Fromm

Lo scopo della psicoterapia psicodinamica è quello di prendersi cura della persona, affinchè questa possa capire l’origine dei suoi sintomi, elaborare la struttura che li determina e raggiungere la sua personale misura di felicità.

Il sintomo è come la punta di un iceberg che,  galleggiando sul pelo dell’acqua, cela e nello stesso tempo veicola un insieme di contenuti che meritano di essere accolti ed ascoltati ma che, per motivi molto seri, non lo sono affatto.

Proviamo a fare un esempio, chiedendo a chi legge di tollerare  la generalizzazione di  contenuti che, invece,  non possono che essere  personali e soggettivi.

Immaginiamo una persona con attacchi di panico ricorrenti, durante i quali si sente in pericolo, fa fatica a respirare e sente le braccia irrigidite. Se questa persona si autorizza ad analizzare i sintomi con la psicoterapeuta, può scoprire che la sensazione di pericolo è legata al vissuto interno di privazione di un punto di riferimento e di vuoto emotivo, la fatica a respirare è relativa a vissuti emotivi di appartenenza impotente ad una persona, l’irrigidimento agli arti superiori è connesso alla paura della propria rabbia.

Vediamo come i sintomi esprimano, in una specie di codice cifrato, contenuti tanto importanti quanto inascoltati nella vita quotidiana del paziente.

Al di là dell’ esempio riportato, i contenuti a cui facciamo riferimento possono essere bisogni e desideri, sentimenti e vissuti emotivi,  modi di vedere noi stessi e gli altri, ricordi, capacità, rappresentazioni di parti del corpo, e sono componenti fondamentali della struttura psichica chiamata Sé.

Su questo argomento, negli ultimi cinquant’anni la teoria delle relazioni oggettuali ha elaborato una revisione della matrice freudiana sui temi del conflitto e della tecnica psicoterapeutica estremamente interessante ed utile per una maggiore comprensione del paziente.

Tra i vari autori, in particolare E. Kohut ha scritto sul tema del Sé, inteso come centro della personalità, l’origine del sentimento per il quale l’uomo si sente polo libero e autonomo di percezioni, iniziative, rappresentazioni di sé e dell’altro.

Secondo l’autore, le esperienze infantili di squalifica, raggiro ed abbandono emotivo indeboliscono il Sé e mettono il bambino nella condizione di trovare un modo per sopravvivere emotivamente ad una condizione di pregiudizio per la sua integrità.

Torniamo per un attimo all’esempio precedente della persona con attacchi di panico: nella psicoterapia potrà emergere la figura di una madre insicura e depressa, che ha instaurato inizialmente un legame fusionale con il suo bambino, senza saper modulare i bisogni sia propri, sia del bambino di vicinanza e di autonomia, agendo frequentemente attacchi di rabbia e di rifiuto nei confronti del figlio.

All’epoca dei fatti, il bambino non aveva le risorse emotive e cognitive per accorgersi che la madre era incoerente, inaffidabile ed abbandonica e, soprattutto, il bambino aveva un disperato bisogno di lei ed era disposto a fare qualsiasi cosa per mantenere il legame.

La strategia interna si struttura quindi come un tentativo di adattamento, tanto rigido ed assoluto quanto tale  è la percezione della realtà di un bambino piccolo.

Per tornare ancora all’esempio, il bambino potrà convincersi che il comportamento della madre è determinato da lui, in particolare dalla sua eccessiva bisognosità, e costruirà un falso Sé per diventare quello che pensa che la madre voglia che lui sia, per poter sperare di essere amato.

Il falso Sé, tra gli altri prezzi che fa pagare, preclude la possibilità di entrare in contatto autentico con le emozioni come, nel caso citato, la sensazione angosciante di appartenere ad una persona che può usare l’altro come un oggetto, la mancanza di conforto, la rabbia.

Così una strategia interna prescriverà al paziente per il resto della vita un atteggiamento compiacente e nello stesso tempo inautentico e distanziante nei confronti delle figure affettive, minacciandolo di potenziale abbandono e di attacco distruttivo dell’altro  se questo comportamento fosse accantonato.

Gli attacchi di panico si incaricheranno di esprimere, in forma cifrata, l’ambivalenza tra il desiderio di autonomia e  la paura di perdere l’altro, oltre  e alla paura di agire la  rabbia nei confronti di una persona dalla quale si sente di dipendere.

Noi psicoterapeute del Centro Cypraea siamo profondamente convinte che una persona come questa desideri ardentemente, sia consapevolmente che inconsciamente,  avere una relazione autentica con sé stesso e con gli altri, e che una psicoterapia debba aiutarlo a disconfermare quello che la strategia interna disfunzionale gli prescrive.

Come dice bene la frase di Fromm, il paziente deve poter verificare che può smettere di cercare di essere qualcuno che una parte interna gli impone di essere, per autorizzarsi ad essere quello che è sempre stato, senza temere che questo lo distrugga.

La misura della felicità dipende dalla possibilità di entrare in contatto con tutte le parti del Sé, verificando nei fatti che non è vero che il contatto con le emozioni, anche le più impegnative come l’odio o il senso di non esistenza, sia talmente intollerabile da fare perdere il controllo della realtà.

E’ proprio il contatto con queste emozioni, esperito nella relazione con la psicoterapeuta, ciò che permette al paziente  di diventare più solido, consapevole ed attrezzato per orientarsi nella relazione con sè stesso e con gli altri.

La felicità vuole dire sapere chi si è e sentirsi liberi di amare ed essere amati dalle persone che stanno a cuore come individui autonomi e capaci.

La misura della felicità è la capacità per ciascuno di noi di prendersi cura di noi stessi con stima, rispetto ed ammirazione, per costruire un personale progetto di vita, unico ed irripetibile, che realizzi i bisogni e le  aspirazioni più personali.