La soggettività dell’operatore nella relazione di intervento sull’ altro

La soggettività dell’operatore nella relazione di intervento sull’ altro

Basta avere una formazione cognitiva per orientarsi nella relazione di intervento sull’altro?

No.

E’ sicuramente una parte importante nel cassetto degli attrezzi dello psicologo, del professionista HR, dell’insegnante e di tutti coloro che sono coinvolti nelle relazioni di intervento, ma non basta.

Perché?

Nella trama e nell’ordito dello scambio relazionale si declinano le reciproche biografie, i reciproci meccanismi di difesa, le reciproche proiezioni e identificazioni, i reciproci bisogni.

La soggettività degli interlocutori elabora continuamente campi  intercomunicanti e interdipendenti.

In questa complessità  entrano in gioco contenuti potenti che viaggiano sopra, sotto, attraverso l’area della razionalità, regno del sapere cognitivo.

A volte questi contenuti sono consapevoli, altre volte lo sono in parte.

Molto spesso non lo sono affatto.

Sono contenuti che generano  stati d’animo che non possono non condizionare il nostro comportamento.

C’è un’enorme differenza, qualitativa e quantitativa, tra chi è consapevole di questi vissuti e chi non lo è.

Perché in certe relazioni ci viene spontaneo cercare di compiacere l’altro? Oppure proviamo la voglia di mettere distanza?

Perché nel sistema relazionale nel quale ci troviamo si sta attivando qualcosa di significativo, che merita senz’altro un ascolto attento.

Stiamo dicendo che per andare bene bisogna controllare tutto?

No. Il contrario.

Stiamo dicendo che nei sistemi relazionali c’è una vasta area di contenuti che sfuggono al nostro diretto controllo razionale e le persone che lo sanno, e lo tollerano, hanno più strumenti per orientarsi nella loro professione e per elaborare una domanda di formazione mirata all’ascolto della propria soggettività.