Le relazioni che fanno soffrire

Le relazioni possono rendere felice, le relazioni possono distruggere.

Quante relazioni costellano la nostra vita? Tante.

In ogni relazione, da quella più lontana a quella più vicina al nostro cuore, ciascuno di noi mette il proprio modo di essere e i propri bisogni più profondi, anche senza volerlo e senza accorgersene.

Le relazioni tra due persone non sono la somma algebrica di chi le vive, ma qualcosa di estremamente autonomo e originale. Come un arazzo nel quale la trama e l’ordito dei due componenti forma un disegno unico e nuovo.

Perché ci sono relazioni che fanno stare bene, che rendono migliori? Perché invece ci sono relazioni che rendono vuoti, fragili, arrabbiati?
Non parliamo solo di relazioni di coppia. Pensiamo anche alle relazioni che non funzionano tra genitori e figli, tra parenti, tra amici, tra colleghi.

 

Le relazioni che non funzionano

 
Una delle caratteristiche principali delle relazioni che non funzionano è quella che noi chiamiamo scivolosità. Cadere, farsi male e non riuscire a rialzarsi perché il terreno è scivoloso ed è difficile trovare un appiglio. Trovare qualcosa a cui tenersi per fermarsi e capire cosa sta veramente succedendo, e perché.

Un’altra caratteristica è il cemento. Il sentirsi per qualche motivo invischiati in quella situazione come nelle sabbie mobili. La sensazione di non dovere e potere fare niente se non continuare a giocare la partita così com’è.

Una terza caratteristica è lo specchio deformante, come quello dei luna park di qualche anno fa. Le relazioni che fanno soffrire rimandano un’immagine deformata alla persona che sta soffrendo. Un’immagine di inadeguatezza e di colpa, che non corrisponde alla realtà.

Può succedere a tutti di ritrovarsi in una relazione così? Sì.
Come può accadere?
La risposta rischia di essere o semplicistica o astrusa.

Potremmo dire che in queste relazioni nell’universo d’immagini, desideri, sentimenti, bisogni più o meno consapevoli, che ogni componente ha di sé stesso e dell’altro, si colloca qualcosa di anomalo, che in un certo senso serve a uno dei componenti alle spese dell’altro. Si tratta di qualcosa di tenace ma sfuggente, capace di confondere le carte, invertire i ruoli, alimentare confusione e impotenza.
Se ne può uscire come ha fatto Arianna dal labirinto. Ovvero dipanando il filo del contatto con la realtà, della verifica dei fatti, della possibilità di mettere in parola i vissuti emotivi tracciando così il significato di quello che accade per trovare la via d’uscita.

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