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“GENITORI ELICOTTERO” Genitori iperprotettivi e figli felici ?

Genitori Elicottero, è una  curiosa espressione per definire quelli che sono i genitori iperprotettivi.

Questa definizione è stata introdotta per descrivere quei genitori che sembrano sorvolare sui figli proprio come un elicottero.

Tale modalità di accudimento, tesa ad evitare ai bambini qualsiasi frustrazione, sembra sempre più diffusa nella nostra società.

Sui figli oggi c’è un enorme investimento in termini di successo, sin dai primi anni di vita, dovranno essere i migliori, se non i primi nello sport, nello studio.

Tutto ciò all’insegna di crescere futuri uomini e future donne di successo, all’interno dell’equazione successo uguale felicità.

Queste mamme e questi padri sono iperpresenti, sempre pronti ad aiutare i figli, ad intervenire nelle più piccole difficoltà, a scuola, nella reazione con i compagni, fanno i compiti per loro, sempre pronti a giustificare ogni piccolo insuccesso.

Questi figli si vivono come fragili e incapaci perché così sono vissuti dai genitori, sempre pronti a correre in loro soccorso, a preoccuparsi per il troppo caldo, troppo freddo, troppa fatica, troppi compiti.

Le sfaccettature dell’iperaccudimento sono molteplici.

L’iperprotezione è dannosa perché non permette al bambino di sperimentarsi, di conoscere i propri limiti ma anche le proprie risorse.

I bambini crescono dipendenti, fragili, insicuri. Un abbraccio troppo avvolgente non permette di avventurarsi sul sentiero della vita con la necessaria fiducia.

Il bambino si percepisce non sufficientemente attrezzato, sente di aver bisogno dei genitori per affrontare le relazioni, gli eventi della quotidianità.

I figli vissuti come parti di sé devono raggiungere quello che è mancato nella propria infanzia, spesso destinati a deludere in quanto portatori di bisogni differenti.

L’iperprotezione ha un costo per tutti i membri della famiglia, per i genitori è una fatica, oscura le gioie della genitorialità, vissuta come un vincolo che richiede la rinuncia ai propri spazi.

Per il bambino ha un prezzo in termini di autostima, assertività, autoefficacia.

Il sentimento dominante è la rabbia da parte da entrambe le parti, rabbia non riconosciuta e accettata, perché spaventa e fa sentire inadeguati.

Questi bambini diventati adulti faticano ad autonomizzarsi, a costruire relazioni sufficientemente buone. Questi figli mostrano una grande fragilità narcisistica, fonte di insicurezza, per cui vivono anche piccoli insuccessi come pesanti fallimenti.

Sempre esposti alla delusione nelle relazioni affettive, troppo fragili per tollerare l’autonomia dell’altro che deve sempre essere disponibile a sacrificarsi, a rinunciare ai propri spazi.

E’ giusto riconoscere che fare il genitore è un mestiere difficile, difficilissimo, lo è davvero.

Nell’attuale società lo è ancora di più, esposti alle pressioni della cultura del successo a tutti i costi.

Conoscersi, essere consapevoli delle proprie risorse e delle proprie fragilità, è importante per stare in ascolto dei figli e dei loro autentici bisogni.

Per i genitori è importante comprendere perché si avverte il bisogno di iperproteggere il figlio, magari quel figlio in particolare, quali sono le aspettative, l’investimento, i suoi significati, senza mai mettere in discussione l’amore per il figlio.

 

 

 

La colpa non è di moda

Viviamo in un mondo confuso dove sentirsi in colpa non è di moda.

Si può scatenare un conflitto nucleare continuando a sorridere dai telegiornali.

La responsabilità verso sé e verso l’altro? Cosa malleabile.

C’è qualcosa di perverso che non fa sentire la colpa a chi ce l’ha.

La fa sentire invece a chi subisce.

Quante persone oggi si sentono inadeguate? Tante.

Quante persone si sentono in colpa senza motivi realistici? Troppe.

E’ come se la colpa si polarizzasse tra gli estremi del tutto e del niente.

Senza giustizia e senza rispetto.

Nella complessità, cosa può dare una mano?

Accorgersi che ci sono meccanismi che si attivano senza tutela alcuna, capaci di triturare la realtà riducendola a una poltiglia plasmabile a piacimento.

Diventare consapevoli del funzionamento di strutture che agiscono nel mondo interno delle singole persone con sorprendenti analogie con la strategia del potere nel mondo esterno.

Parola chiave? Tutela.

Volersi bene tanto da non permettere che qualcuno o qualcosa faccia sentire in colpa ferendo e umiliando.

 

Il dolore psicologico: le parole per dirlo

Non è che se ne parli tanto.

Forse perché avvicinarsi mentalmente al dolore psicologico comporta di per sé una quota di dispiacere.

Anche il linguaggio sembra adeguarsi alla rimozione di massa che riguarda l’argomento: non ci sono modi di dire, né definizioni di uso comune.

Eppure il dolore psicologico appartiene ad ogni persona.

Declinata al maschile o al femminile, adulta o minore, ogni persona fa i conti con questa esperienza.

Da bambini si cerca una strategia per adattarsi.

Da ragazzi si cerca un modo per ribellarsi.

Da adulti si incastona il dolore nel proprio mondo interno.

Si può massificare un argomento simile? Certamente no.

E’ chiaro che ogni persona ha la sua misura di dolore psicologico.

La sua storia.

Il suo modo di funzionare.

Ma c’è un elemento che trasversalmente accomuna: portarsi appresso il dolore psicologico come una consuetudine e, preferibilmente, non contattarlo emotivamente.

Eppure se si riesce a tollerare che essere normali vuole dire avere una quota di dolore psicologico più o meno grande, allora si aprono orizzonti più che interessanti.

Come la competenza emotiva nei confronti di sé stessi.

E degli altri.

Come l’etica delle relazioni.

Si parla di questo nel terzo incontro con Danila Ghiano, sabato 8 aprile 2017, ore 14,30, studio di psicoterapia Rewind&Partners, via f.lli Carle 4, Torino.

Per informazioni e iscrizioni  tel. 3484446277

 

La paura: non mettiamola in un angolo

La paura gronda dalle trame di film e libri, dalle trasmissioni televisive, dai videogiochi.

Questo rende le persone capaci di maneggiarla? No.

La comunicazione di massa suscita la paura con vicende collocate in un altrove che rassicura e intorpidisce.

I sentimenti provati sono autentici, ma sono destinati a depositarsi in un angolo di mondo interno quando si chiude il libro giallo o si cambia canale.

Con leggero ma innegabile sollievo.

Ma i sentimenti lasciati in un angolo aiutano a vivere una vita di relazioni nel qui ed ora? No.

Nel qui ed ora ci sono paure che hanno un nome e un volto: la paura di non essere all’altezza per citarne una tra le più corrosive.

Nel qui ed ora c’è la paura specializzata nel suscitare l’angoscia senza nome, quella che fa sentire in pericolo, con una minaccia tanto vaga quanto letale, senza alcuna possibilità di controllo.

La paura fa parte del mestiere di vivere? Sì.

In certi casi fa soffrire molto? Sì.

Si può maneggiare senza esserne travolti? Sì.

Si parla di questo nel secondo incontro con Danila Ghiano, sabato 1 aprile 2017, ore 14,30, studio di psicoterapia Rewind&Partners, Torino.

Per iscrizioni  tel. 3484446277

 

 

 

I sintomi hanno un senso e uno scopo


Troppo spesso le persone vengono etichettate con il nome del sintomo che esprimono, diventando “l’anoressica”, il “depresso”, e così via.
Questo accade quando la complessità di una persona viene ridotta ad una classificazione diagnostica che la definisce come oggetto, e non soggetto,  di un intervento terapeutico finalizzato ad eliminare i sintomi invece che a capire perché ci sono e d a cosa servono.
Nel nostro paese assistiamo da almeno vent’anni ad un fenomeno culturale alimentato dalla comunicazione di massa, volto ad esorcizzare il dolore, la sofferenza ed in genere  il senso del limite attraverso un controllo illusorio della realtà, agito con la sopraffazione, la negazione e la manipolazione.
Tutto ciò ha un peso non indifferente sul modo che molte persone hanno di mettersi in relazione con ciò che procura disagio e sofferenza.
La sofferenza diviene qualcosa di cui vergognarsi e di cui liberarsi istantaneamente, ed è rassicurante pensare che questo sia  possibile: basta attribuire la causa della sofferenza all’esistenza dei sintomi,  per poi demolire i sintomi ed il gioco è fatto.
Nella realtà della vita di ogni individuo, così come nella vita sociale, è evidente che questa è una visione delle cose non solo irrealistica, bensì distruttiva, per tre motivi fondamentali, qui brevemente descritti.

Il sintomo ha un senso ed uno scopo
Il sintomo è l’espressione di contenuti profondi che meritano di essere ascoltati e compresi, perché sono portatori di una miniera di risorse e di verità, utili per il cambiamento.
Inoltre il sintomo, per quanto pesante ed invalidante possa essere, svolge una funzione non immediatamente eliminabile per l’economia interna di quella persona.
Se il sintomo viene distrutto, senza prima avere elaborato perché si è determinato ed a cosa serve, la persona può essere esposta a problemi più gravi di quelli determinati dal sintomo stesso.

La sofferenza non è determinata dal sintomo
I sintomi veicolano una specie di strategia che la persona ha consolidato nel corso del tempo per far fronte ad esperienze traumatiche altrimenti intollerabili, che hanno in misura maggiore o minore sabotato, tra le altre cose, il processo di separazione-individuazione, l’autostima, la gestione dell’aggressività.
La persona vorrebbe stare bene e raggiungere gli obiettivi che le stanno a cuore, ma la strategia interna prescrive che senza di lei  non ci sia altro modo per vivere.
E’ evidente che per poter fare a meno dei sintomi bisogna mettere in discussione la strategia interna, vera causa della sofferenza della persona.
Considerare i sintomi come l’espressione di parti fondamentali della nostra personalità non significa che debbano essere mantenuti, anzi devono essere superati al più presto.

Tuttavia, la guarigione perchè possa essere autentica e duratura deve necessariamente passare attraverso una elaborazione, assolutamente personale ed autonoma, delle condizioni che hanno determinato e mantenuto attiva la  strategia disfunzionale interna.

L’ascolto nella relazione con l’altro

Cosa vuole entrare in relazione con l’altro?

Se pensiamo che voglia dire raccogliere dati oggettivi come ad esempio il curriculum vitae, allora ci basta il nostro bagaglio cognitivo.

Se invece per entrare in relazione intendiamo conoscere l’altro nella sua soggettività, magari in un contesto valutativo, allora il nostro bagaglio cognitivo non ci basta.

Di cosa abbiamo bisogno? Di noi stessi.

Della capacità che ciascuno di noi possiede in maniera innata o acquisita. L’empatia.

Per empatia intendiamo un atteggiamento di accettazione acritica?

Di apertura incondizionata?

Di rinuncia al raggiungimento di obbiettivi?

No.

Facciamo riferimento all’unica risorsa utile per andare in esplorazione della soggettività dell’altro, rimanendo noi stessi con posizione, ruolo e mandato ben chiari nella mente.

L’empatia è la posizione emotiva che permette di tuffarsi nel flusso continuo dei campi  relazionali con una risorsa preziosissima: il contatto con le nostre emozioni e la consapevolezza del nostro modo di funzionare.

In questo modo possiamo raggiungere l’altro senza sovrapporci, senza blandirlo, senza temerlo, senza sedurlo, senza squalificarlo, senza confonderlo, senza usarlo.

Tutelando noi stessi e l’altro.

Garantendo a noi e all’altro un ascolto qualificato, attento e rispettoso.

L’ascolto empatico è una cosa che si improvvisa?

No.

L’empatia è una risorsa che alcune persone posseggono istintivamente, ma l’ascolto empatico è una risorsa che si acquisisce con una formazione specifica.

 

 

 

 

L’etica relazionale

Qualsiasi relazione per essere tutelante deve basarsi su tre elementi fondamentali:

  1. Ascolto

    L’ascolto è una posizione emotiva che va oltre la capacità cognitiva di comprendere, organizzare e gestire  i contenuti della relazione: si tratta di una sintonizzazione emotiva ed attiva su ciò che accade nella relazione. Prima ancora di qualsiasi movimento di giudizio, condivisione o rifiuto l’ascolto permette di mettersi nella condizione di raccogliere quanti più  elementi possibili  per potersi orientare nella relazione. L’ascolto riguarda i dati di realtà ed i vissuti emotivi che coinvolgono entrambi i componenti della relazione.

  2. Consapevolezza

    Per consapevolezza intendiamo la possibilità di accedere a tutte le componenti emotive che entrano in gioco nella relazione, in particolare i desideri, i bisogni e le motivazioni che ne stanno alla base. In qualsiasi tipo di relazione, dalla più banale alla più importante, è presente una quota di vissuti emotivi che sono fondamentali ed ineliminabili per l’ orientamento nella relazione stessa: la possibilità di averne accesso su un piano cognitivo rende consapevoli di ciò che si sta facendo, e perché lo si fa.

  3. Empatia

    L’empatia è la possibilità per una persona di mettersi nei panni del suo interlocutore. Non si tratta di analizzare l’altro, né di consolarlo: si tratta invece di sentire profondamente l’altro diverso e nello stesso tempo simile a sé, attraverso un processo decisamente più facile da esperire emotivamente che da descrivere cognitivamente. L’altro può avere età, sesso, personalità, cultura, etnia diversi dai nostri, ma è sempre portatore di stati d’animo, accadimenti, posizioni emotive che operano con un risuonamento emotivo dentro il nostro mondo interno, andando ad attivare sensazioni, vicende  e stati d’animo che sono squisitamente personali ma servono ad immaginare che cosa l’altro possa vivere e sperimentare.

Le relazioni dove prevale una quota maggioritaria  di contenuti relativi all’ascolto, alla consapevolezza ed all’empatia sono relazioni dove la distanza emotiva tra gli interlocutori rispetta la loro identità senza per questo impedire una comunicazione autentica ed afficace. Il rispetto nella relazione è dato dalla possibilità per ciascun interlocutore di essere soggetto della comunicazione, ponendosi emotivamente su un piano di reciprocità con l’altro.

L’etica relazionale è garantita quando entrambi i component sono nella condizione di essere consapevoli di ciò che avviene nella relazione, potendo scegliere liberamente ed in piena consapevolezza come porsi,  con la possibilità, tra le altre cose,  di contrapporsi, di far valere le proprie ragioni e di tutelarsi.

Sappiamo tutti che le relazioni possono virare verso posizioni perverse, quando vengono meno i prerequisiti fondamentali di consapevolezza emotiva, di ascolto empatico  e di tutela reciproca.

Questo accade più frequentemente nelle relazioni dove l’età, la condizione socio-economica, la condizione psicologica di un componente della relazione è dispari rispetto all’altro componente.

Pensiamo alla condizione di un bambino piccolo nella relazione con i genitori, dove  non c’è paragone tra le risorse cognitive, la consapevolezza, il potere economico e giuridico degli adulti nei confronti della bisognosità, della inconsapevolezza e della vulnerabilità di un minore.

E’ ovvio che non tutte le relazioni adulti – minori sono perverse, ma è chiaro che proprio nella disparità dei ruoli di questa relazione possono verificarsi deviazioni relazionali che trasformano una relazione di contenimento, promozione  e tutela in una relazione di sopraffazione e abuso.

Questo accade molto spesso anche nelle relazioni tra adulti. Pensiamo ad esempio alle relazioni perverse tra uomo e donna, molto più frequenti di quanto comunemente si immagini, dove il rispetto e la tutela reciproci sono pervertiti in un sistematico attacco all’autostima ed all’autonomia di un componente della coppia ad opera dell’altro.

Pensiamo inoltre, a titolo esplicativo, alle relazioni in molte  sette religiose o spirituali, dove la consapevolezza e la libertà di scelta degli adepti viene sistematicamente pervertita in una appartenenza coatta ed acritica ai dettami del santone/a.

Nessuna relazione è buona o cattiva in assoluto, poiché nessuna persona è solo buona o solo cattiva. Le persone sono un intreccio di contenuti , emozioni ed esperienze in divenire, sulla base di un complesso dialogo tra tutte le parti di sé, tra le esperienze del presente e quelle del passato, tra ciò che accade nel mondo interno e ciò che accade nel mondo reale.

Così come per le singole persone, le relazioni costituiscono un insieme di motivazioni, scambi ed interventi che possono rispettare o meno l’etica relazionale, anche nei contesti più quotidiani ed apparentemente banali.

Pensiamo a qualche esempio che riguardi la vita quotidiana. E’ piuttosto comune  per ognuno di noi essere particolarmente scortesi, o giudicanti, o evitanti in certe particolari circostanze, oppure con certi tipi di persone, oppure con quella persona in particolare, il più delle volte senza neppure sapere il perché.

Per diventare consapevoli di quanto accade è necessario accedere ai tre prerequisiti citati: sintonizzare l’ascolto su quanto sta accadendo nella realtà ma anche dentro di noi, prendere consapevolezza delle nostre emozioni, andare in esplorazione dell’altro con l’empatia.

L’etica relazionale  presuppone sempre una scelta, anch’essa etica, di mettersi in discussione e di non dare tutto per scontato e dovuto.

Questa operazione, tuttavia, è subordinata alla possibilità di tollerare di non sapere sempre tutto automaticamente, bensì di avere bisogno di un tempo e di uno spazio per ascoltare e capire noi stessi e gli altri.