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La colpa non è di moda

Viviamo in un mondo confuso dove sentirsi in colpa non è di moda.

Si può scatenare un conflitto nucleare continuando a sorridere dai telegiornali.

La responsabilità verso sé e verso l’altro? Cosa malleabile.

C’è qualcosa di perverso che non fa sentire la colpa a chi ce l’ha.

La fa sentire invece a chi subisce.

Quante persone oggi si sentono inadeguate? Tante.

Quante persone si sentono in colpa senza motivi realistici? Troppe.

E’ come se la colpa si polarizzasse tra gli estremi del tutto e del niente.

Senza giustizia e senza rispetto.

Nella complessità, cosa può dare una mano?

Accorgersi che ci sono meccanismi che si attivano senza tutela alcuna, capaci di triturare la realtà riducendola a una poltiglia plasmabile a piacimento.

Diventare consapevoli del funzionamento di strutture che agiscono nel mondo interno delle singole persone con sorprendenti analogie con la strategia del potere nel mondo esterno.

Parola chiave? Tutela.

Volersi bene tanto da non permettere che qualcuno o qualcosa faccia sentire in colpa ferendo e umiliando.

 

La confusione: non confondiamoci

Sentirsi senza una centratura affidabile, con una sensazione che è un misto di fragilità e incertezza.

Nessuno è immune da questa esperienza.

Eppure viviamo in un mondo dove sembra che per andare bene si debba essere solo coerenti, pieni di certezze e senza contraddizioni.

Come la mettiamo?

Cioè, dove mettiamo l’ambivalenza, i limiti, la confusione?

Spesso finiscono sottochiave nell’angolo meno frequentato del mondo interno.

Questo rende forti, coesi e consapevoli? No. Il contrario.

Perché si resta in parte sconosciuti a sé stessi.

E poi si può stare certi che in certe situazioni, con certe persone, si attiverà una sensazione come di paura di essere scoperti che riesce a corrodere anche l’autostima più nerboruta.

Con la sensazione di poter perdere qualcosa di fondamentale.

Si può affrontare la confusione senza confondersi?

Senza sentirsi inadeguati o in pericolo?

 

Si parla di questo nel quarto incontro con Danila Ghiano, sabato 22 aprile 2017, ore 14,30, studio di psicoterapia Rewind&Partners, via f.lli Carle 4, Torino.

Per informazioni e iscrizioni tel. 3484446277

 

 

 

 

Il dolore psicologico: le parole per dirlo

Non è che se ne parli tanto.

Forse perché avvicinarsi mentalmente al dolore psicologico comporta di per sé una quota di dispiacere.

Anche il linguaggio sembra adeguarsi alla rimozione di massa che riguarda l’argomento: non ci sono modi di dire, né definizioni di uso comune.

Eppure il dolore psicologico appartiene ad ogni persona.

Declinata al maschile o al femminile, adulta o minore, ogni persona fa i conti con questa esperienza.

Da bambini si cerca una strategia per adattarsi.

Da ragazzi si cerca un modo per ribellarsi.

Da adulti si incastona il dolore nel proprio mondo interno.

Si può massificare un argomento simile? Certamente no.

E’ chiaro che ogni persona ha la sua misura di dolore psicologico.

La sua storia.

Il suo modo di funzionare.

Ma c’è un elemento che trasversalmente accomuna: portarsi appresso il dolore psicologico come una consuetudine e, preferibilmente, non contattarlo emotivamente.

Eppure se si riesce a tollerare che essere normali vuole dire avere una quota di dolore psicologico più o meno grande, allora si aprono orizzonti più che interessanti.

Come la competenza emotiva nei confronti di sé stessi.

E degli altri.

Come l’etica delle relazioni.

Si parla di questo nel terzo incontro con Danila Ghiano, sabato 8 aprile 2017, ore 14,30, studio di psicoterapia Rewind&Partners, via f.lli Carle 4, Torino.

Per informazioni e iscrizioni  tel. 3484446277