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La sofferenza e la strategia interna

Negli ultimi  anni dalla matrice iniziale freudiana si sono evolute nuove formulazioni teoriche, in particolare la teoria delle relazioni oggettuali, la psicologia dell’attaccamento e la psicologia del Sè,  che a nostro avviso permettono una migliore chiave di accesso alla realtà del paziente ed alla soluzione dei suoi problemi.

Un tempo si pensava che ognuno di noi fosse motivato da pulsioni sessuali ed aggressive, costantemente alla ricerca del piacere ed ostacolate dalle difese interne.
In questa logica i sintomi e le difficoltà ad avere una vita appagante erano considerati una conseguenza delle gratificazioni ottenute inconsciamente dalle fissazioni di alcune pulsioni a mete infantili, perciò l’obiettivo del terapeuta era di rendere cosciente ciò che era inconscio, permettendo così al paziente di acquisire il controllo sulle pulsioni infantili rimosse e di indirizzarle verso mete adeguate all’età adulta.

Seguendo questo ordine di idee, per fare un esempio, il vero problema di un paziente sarebbe il desiderio vissuto da bambino per la propria mamma, con una ridda di passioni fortissime nei confronti di entrambi i genitori e con  inevitabili difese stritolanti.
Dopo anni di elaborazione,  la teoria dell’attaccamento ha dimostrato che lo scopo principale della nostra vita non è il soddisfacimento delle pulsioni, bensì la ricerca ed il mantenimento dei legami con le persone che ci circondano.

Fin dall’infanzia ognuno di noi è fortemente motivato a capire e coltivare la relazione con i propri genitori, adattandosi a quell’ambiente relazionale e  raggiungendo precise convinzioni su se stesso in base a quel tipo di esperienza.
Un bambino piccolo è disposto a fare qualsiasi cosa per sperare di avere la stima e l’amore dei genitori dai quali dipende, mentre i genitori hanno il potere, anche senza volerlo consapevolmente, di maltrattarlo.
Non stiamo parlando soltanto di maltrattamenti gravi,  peraltro molto più frequenti di quanto si creda, bensì di squalifiche, di rifiuti, di ricatti emotivi, di abbandoni affettivi.

Pensiamo, a titolo esplicativo, ad una mamma che diventa triste o arrabbiata ogni volta che il figlio dimostra autonomia ed indipendenza, anche solo esprimendo delle emozioni che la mettono in difficoltà. E’ chiaro che questa mamma non intende deliberatamente fare del male al proprio figlio e che se si comporta così è perché ci sono contenuti irrisolti nel suo mondo interno, ma è altrettanto chiaro che questo è un maltrattamento nei confronti del figlio,  poiché gli impedisce di crescere senza sentirsi colpevole o minacciato.
Le relazioni traumatizzanti con i genitori fanno in modo che alcune convinzioni diventino credenze che impediscono un funzionamento normale con le altre persone, influiscono sulla stima di noi stessi, ostacolano il raggiungimento di obiettivi che ci renderebbero felici.

Le credenze patogene ci fanno credere che il conseguimento dei nostri scopi, come ad esempio essere indipendenti, costituisca una minaccia per noi o per gli altri.
Questo è il contenuto che sta alla base della sofferenza delle persone:  l’esistenza di un sabotaggio interno che ha avuto origine dalle persone che si sono amate di più al mondo, che stende un’ombra nera su tutta la vita e che deve essere reso esplicito per poter essere messo in condizione di non nuocere.