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Le coppie nelle quali non si può stare senza soffrire

Molte persone soffrono nella relazione con il partner ma non tutte sono vittime di una relazione perversa.
Tutti sanno che  esistono relazioni di coppia conflittuali, dove gli  elementi di fondo relativi ad uno oppure ad entrambi i  componenti determinano una relazione dove al posto di rispetto,  solidarietà e  condivisione si sperimentano sofferenza, rabbia ed impotenza.
Ma per poter parlare di relazione perversa è necessario che si verifichi un particolare tipo di maltrattamento psicologico agito da un componente a danno dell’altro che, pur soffrendo, non riesce ad affrancarsi da questo rapporto distruttivo.
In alcuni casi può succedere che sia l’uomo ad essere vittima di una  compagna perversa, così come può capitare che entrambi i partner condividano le caratteristiche della perversione come tratto emergente di un carattere gravemente patologico.
Tuttavia nella nostra esperienza i casi più frequenti sono quelli dove una donna, spesso  priva di rilevanti problematiche psicologiche, intelligente, sensibile e capace non solo  è vittima  di una relazione perversa dove viene umiliata, rimproverata, derisa e rifiutata, bensì è convinta di essere la  responsabile della sua sofferenza e di non avere alcuna via d’uscita se non rimanere nella relazione maltrattante.

Indicatori e sintomi
Questa donna arriva alla consultazione  con la psicoterapeuta per i motivi più disparati come attacchi di panico, depressione, fobie, disturbi alimentari, sintomi che vengono presentati come  l’unico vero problema da affrontare e da risolvere velocemente, per tornare alla vita “normale”.
Tuttavia paziente e psicoterapeuta scoprono presto che questi sintomi  si incaricano di coprire e nello stesso tempo segnalare un disagio profondo, in un primo momento vago ed indistinto ma poi riconoscibile come impotenza, confusione e disperazione derivate dalla relazione con il compagno.
Si tratta di una relazione caratterizzata dall’indifferenza emotiva dell’uomo nei confronti della donna, dall’attività corrosiva esercitata sulla sua autostima, dal tentativo di confonderla e disorientarla con la mistificazione, dalla tendenza ad isolarla il più possibile dal mondo criticando e sabotando interessi, amicizie, parentele,  esperienze professionali.
La vittima di una relazione perversa è completamente sola sul piano affettivo e nello stesso tempo è perseguitata da critiche continue e sistematiche sui singoli atti della vita quotidiana, dal modo di pulire le verdure al modo di guidare, dal modo di vestire al modo di parlare, dal modo di educare i figli al modo di relazionarsi con i parenti.
Le critiche distruttive vengono spesso camuffate come consigli pedagogici o come battute di spirito, con la conseguenza di disorientare e perturbare ancora di più la vittima.
Spesso l’uomo agisce in questo modo anche con i figli, in genere con uno in particolare che sceglie come capro espiatorio.

Il persecutore
Questo uomo è una persona con un disturbo narcisistico della personalità di tipo perverso,  e come tale ha vissuto esperienze traumatiche di rifiuto e strumentalizzazione nella sua infanzia.
Nel presente, per sopravvivere ai traumi subiti senza elaborarli, ha bisogno di una  persona su cui evacuare i propri contenuti traumatici, in particolare quelli legati all’esperienza del rifiuto e della manipolazione da parte dei genitori, per poter continuare a non riconoscerli come propri e “tenersi insieme” psicologicamente senza cadere in scompensi psichiatrici.
Il narcisista perverso ha bisogno della sua vittima e non può farne a meno, non certo perché la ami e l’apprezzi bensì perché gli serve come luogo su cui scaricare parti non  tollerate di sé: per lui la compagna non è una interlocutrice con la quale confrontarsi, bensì un oggetto da tenere sotto controllo e da usare per i suoi scopi.
Il narcisista perverso non prova empatia nei confronti della compagna e tende a viverla come una persona che non lo capisce oppure che lo assilla con richieste assurde ed arriva a ritenere che la sua vittima si meriti il maltrattamento che lui le infligge.

La vittima
Non è possibile tracciare un quadro diagnostico univoco, poiché la generalizzazione sarebbe tanto massificante quanto sbagliata.
E’ possibile trovare tratti comuni tra le vittime, come la tendenza a compiacere l’altro, l’inibizione dell’aggressività, il mantenimento di legami di appartenenza.
Spesso si tratta di donne con una fragilità del Sé dovuta a traumi pregressi, come maltrattamenti familiari, abusi sessuali, lutti infantili.
Queste donne provengono da qualsiasi ceto sociale e culturale, spesso sono professionalmente realizzate e capaci di assumere grandi responsabilità in molti ambiti, in primis quello familiare.
La complessità dei quadri diagnostici si distribuisce dal disturbo di tipo nevrotico al disturbo di personalità, ma una percentuale rilevante è costituita da persone prive di una patologia significativa.
In ogni caso la vittima è una donna intelligente e sensibile, preda ambita dal persecutore che tanto più gode ad umiliare e manipolare la sua vittima  quanto più essa  è in gamba e stimata.

Gli effetti della perversione relazionale
La donna vittima di relazioni di questo tipo è confusa e disorientata dalla situazione perversa che perturba l’ordine delle cose così come sono comunemente intese, tanto da arrivare a sentirsi essa stessa colpevole per quanto accade ed a considerare l’uomo come una persona da capire e da scusare.
Ciò che rende ancora più confusiva e perturbante la condizione della vittima è una caratteristica specifica della patologia narcisistica, che prevede una alternanza di momenti “buoni” dove la relazione di coppia sembra non avere aspetti perversi poiché l’uomo mette in gioco le parti più sane di sé, con momenti “cattivi” dove l‘uomo agisce le parti scisse sulla compagna e sui figli,  umiliandoli e squalificandoli con pretesti minimi, producendosi in  scenate rabbiose, abbandoni affettivi, ricatti emotivi.
La vittima di questo maltrattamento psicologico prova un tale senso di disperazione e di impotenza da credere di non avere alternative se non restare nella relazione perversa ed impegnarsi per farla andare meglio, con l’illusione di poter cambiare il suo compagno e di poter avere una ricompensa per i suoi sforzi, senza rendersi conto che la ricompensa non arriverà mai.
In tal modo, senza quasi rendersene conto, la donna sposta sempre più avanti il limite che segna ciò che è disposta a subire, sentendosi sempre più fallita, piena di vergogna ed impotente.

Come uscirne
La psicoterapia ad orientamento psicodinamico è una relazione terapeutica costruita sulla solida alleanza e sulla autentica condivisione tra paziente e psicoterapeuta e garantisce sia alla vittima sia al persecutore uno strumento efficace di cambiamento.
Tuttavia pochi narcisisti perversi  si motivano ad una psicoterapia, dal momento che generalmente il maltrattamento che infliggono alle vittime consente loro di non stare tanto male da dover chiedere aiuto.
Al contrario, le donne vittime della perversione relazionale soffrono profondamente ma, confuse dal senso di colpa e dall’illusione di poter controllare la situazione, in genere arrivano alla consultazione piuttosto tardi rispetto all’inizio dei problemi, spesso con sintomi invalidanti.
La psicoterapia psicodinamica è uno  spazio emotivo oltre che fisico, dove la vittima trova il modo di dissipare la nebbia del fraintendimento, dando un nome preciso alle emozioni che prova ed attribuendo le responsabilità a chi competono.

 

La psicoterapia psicodinamica della perversione
Per uscire da una relazione perversa è necessario che la vittima faccia insieme alla psicoterapeuta un lavoro di ricostruzione dei fatti salienti della sua vita oltre che dei sentimenti provati, integrando l’intrapsichico con l’interpersonale, l’inconscio con il conscio, il passato con il presente.
Lo scopo della psicoterapia è di rendere espliciti due elementi fondamentali:  le dinamiche relazionali  del presente con il compagno maltrattante e le dinamiche relazionali del passato con la famiglia di origine.
L’analisi del transfert con la psicoterapeuta permette alla vittima di toccare con mano, nel momento stesso in cui si estrinseca, la strategia interna  che viene  messa in atto per cercare di non perdere l’amore ed il rispetto delle persone dalle quali ha dipeso e dipende.
La comprensione della propria storia personale,  inscritta nella relazione con la psicoterapeuta,  consente alla paziente di comprendere intimamente il senso di ciò che è accaduto e quindi di progettare ed attuare un cambiamento che promuova la sintonia e la libertà con sé stessa e con gli altri, con i tempi e le modalità più personali.