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Disturbi alimentari: anoressia, bulimia perché?

Anoressia e Bulimia sono in costante aumento tra i giovani e compaiono in età sempre più precoce.

Altro dato importante oggi cresce il numero di maschi che presenta questa sintomatologia.

Avere troppa Fame, non aver Fame, è questo il problema?

No, il cibo non è altro che un mezzo attraverso il quale si manifesta un profondo disagio psicologico, una sofferenza che ad un certo punto deve trovare una via per manifestarsi.

Di anoressia e di bulimia si muore, oppure in alcuni casi si convive con conseguenze invalidanti, perché i disturbi alimentari coinvolgono il sistema endocrino, osteo-articolare con conseguenze che possono diventare permanenti.

Perché una ragazza o un ragazzo dovrebbero far del male al proprio corpo?

Esporre la magrezza, essere emaciata, portarla su di sé con orgoglio, è indice di una disperazione così profonda che trova come unica strada per sentire di esistere, la strategia del controllo del cibo e della fame.

Le ragazze e i ragazzi anoressici hanno fame, lottano la notte e il giorno con la fame, ma il piacere di poterla controllare è intenso ed è il solo mezzo per sentirsi vivi.

Chi soffre di bulimia non ha fame, ma sente un vuoto emotivo e affettivo intollerabile, un vuoto che deve essere subito riempito ma senza risultato perché non si riempie mai, lo stomaco scoppia, ma il vuoto è ancora lì

Questi ragazzi e queste ragazze negano di avere un problema.

Il sintomo è la sola cosa che resta quando il mondo affettivo e relazionale è vissuto come non rispecchiante, non valorizzante e per qualche motivo non sicuro.

La bulimia è l’altra faccia del disturbo alimentare, infatti c’è un’alternanza tra periodi di restrizione alimentare e periodi di abbuffate, con o senza condotte di eliminazione.

La tematica è sempre quello del controllo, averlo o perderlo.

Il cibo non è un piacere. Uno dei momenti peggiori per le famiglie sono i pasti, quando i genitori si sentono sopraffatti dall’impotenza, quando insistere non serve, genera soltanto rabbia e conflitto.

Rabbia perché nessuno sembra capire e accettare che il problema non è il cibo, ma il dolore che sta dentro, un dolore con sfaccettature differenti a seconda della persona e della sua storia.

La solitudine di queste ragazze è devastante, la morte di cui parla il corpo riflette la morte dell’anima.

Giusy, 17 anni, racconta ” Stavo così male…… mi sembrava che niente avesse più significato, non sapevo come uscirne, non vedevo via d’uscita, ero tanto sola,….. nessuno poteva capire. Ricordo che stavo sotto la doccia a lungo, l’acqua mi scorreva sul corpo, ero vuota, non sapevo chi fossi e continuavo a chiedermi perché sto così male, perché non mi vogliono bene?……che cosa non va in me?… ”

Fare il genitore è un mestiere difficile e ci sono alcuni periodi della vita dei figli in cui è ancora più complicato.

Sofferenza, confusione, impotenza, paura, senso di colpa, sono le emozioni che provano quei genitori che ad un certo momento della vita dei figli  si trovano a dover affrontare queste situazioni.

Il lavoro di equipe è indispensabile nei momenti critici, ma è fondamentale andare al di là del sintomo, del peso, di quanto ho mangiato o non ho mangiato e iniziare un lavoro psicologico su che cosa ci sta dietro il difficile rapporto con il cibo.

Perché attraverso un percorso di consapevolezza e di scoperta di sé, del proprio valore di persona, in quanto persona amabile, si può uscirne, si può guarire, spostando l’attenzione dal cibo all’interiorità, al mondo emotivo.

Provando un po’ per volta, con l’aiuto di un operatore, in una relazione di ascolto empatica e non giudicante, a mettere in parola i propri stati emotivi, anche quelli più difficili da accettare.

Vivere il cibo per quello che è, imparare a dare un nome a ciò che fa stare male, a ciò che fa paura.

 

 

 

La colpa non è di moda

Viviamo in un mondo confuso dove sentirsi in colpa non è di moda.

Si può scatenare un conflitto nucleare continuando a sorridere dai telegiornali.

La responsabilità verso sé e verso l’altro? Cosa malleabile.

C’è qualcosa di perverso che non fa sentire la colpa a chi ce l’ha.

La fa sentire invece a chi subisce.

Quante persone oggi si sentono inadeguate? Tante.

Quante persone si sentono in colpa senza motivi realistici? Troppe.

E’ come se la colpa si polarizzasse tra gli estremi del tutto e del niente.

Senza giustizia e senza rispetto.

Nella complessità, cosa può dare una mano?

Accorgersi che ci sono meccanismi che si attivano senza tutela alcuna, capaci di triturare la realtà riducendola a una poltiglia plasmabile a piacimento.

Diventare consapevoli del funzionamento di strutture che agiscono nel mondo interno delle singole persone con sorprendenti analogie con la strategia del potere nel mondo esterno.

Parola chiave? Tutela.

Volersi bene tanto da non permettere che qualcuno o qualcosa faccia sentire in colpa ferendo e umiliando.

 

Il dolore psicologico: le parole per dirlo

Non è che se ne parli tanto.

Forse perché avvicinarsi mentalmente al dolore psicologico comporta di per sé una quota di dispiacere.

Anche il linguaggio sembra adeguarsi alla rimozione di massa che riguarda l’argomento: non ci sono modi di dire, né definizioni di uso comune.

Eppure il dolore psicologico appartiene ad ogni persona.

Declinata al maschile o al femminile, adulta o minore, ogni persona fa i conti con questa esperienza.

Da bambini si cerca una strategia per adattarsi.

Da ragazzi si cerca un modo per ribellarsi.

Da adulti si incastona il dolore nel proprio mondo interno.

Si può massificare un argomento simile? Certamente no.

E’ chiaro che ogni persona ha la sua misura di dolore psicologico.

La sua storia.

Il suo modo di funzionare.

Ma c’è un elemento che trasversalmente accomuna: portarsi appresso il dolore psicologico come una consuetudine e, preferibilmente, non contattarlo emotivamente.

Eppure se si riesce a tollerare che essere normali vuole dire avere una quota di dolore psicologico più o meno grande, allora si aprono orizzonti più che interessanti.

Come la competenza emotiva nei confronti di sé stessi.

E degli altri.

Come l’etica delle relazioni.

Si parla di questo nel terzo incontro con Danila Ghiano, sabato 8 aprile 2017, ore 14,30, studio di psicoterapia Rewind&Partners, via f.lli Carle 4, Torino.

Per informazioni e iscrizioni  tel. 3484446277

 

L’urgenza della cura per il dolore psicologico

Viviamo immersi in una cultura che privilegia ciò che si vede e si tocca e siamo tranquillizzati dalla possibilità di intervenire subito su qualcosa che procura disagio.

In genere, il dolore fisico è evidente e attiva cure immediate.

Che ne è del dolore psicologico?

Non si vede, non si tocca, spesso non si capisce cosa sia, quasi mai si riesce a capire subito da dove arriva.

Allora ci si sente a disagio, alle prese con qualcosa che non permette di attivare una cura fisica che abbia il potere di rassicurare tutti.

E allora cosa si fa? Dipende.

Molto spesso si cerca di pensare ad altro, sforzandosi di credere che il dolore psicologico non è grave come quello fisico e quindi non può determinare conseguenze letali.

Niente di più sbagliato.

Se facciamo uno sforzo per uscire dalla razionalizzazione di massa che riguarda l’argomento ci accorgiamo delle persone che vivono con un persecutore interno che lentamente le uccide, delle persone stritolate da una tristezza che ogni giorno restringe la palizzata nella quale vivono, delle persone disposte ogni giorno a spostare di una tacca ciò che riescono a tollerare.

Persone che lentamente muoiono dentro, spesso convinte che la colpa di ciò che accade sia loro.

Si può curare la sofferenza psicologica?

Sì.

Come?

Con la parola, l’ascolto, l’alleanza terapeutica.

Ma anche con un viraggio di coscienza di massa che realizzi come la mente e il corpo siano la stessa cosa e come la cura della sofferenza psicologica non sia un lusso opzionale, bensì un bisogno che rientra nell’etica di una società civile.