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La colpa non è di moda

Viviamo in un mondo confuso dove sentirsi in colpa non è di moda.

Si può scatenare un conflitto nucleare continuando a sorridere dai telegiornali.

La responsabilità verso sé e verso l’altro? Cosa malleabile.

C’è qualcosa di perverso che non fa sentire la colpa a chi ce l’ha.

La fa sentire invece a chi subisce.

Quante persone oggi si sentono inadeguate? Tante.

Quante persone si sentono in colpa senza motivi realistici? Troppe.

E’ come se la colpa si polarizzasse tra gli estremi del tutto e del niente.

Senza giustizia e senza rispetto.

Nella complessità, cosa può dare una mano?

Accorgersi che ci sono meccanismi che si attivano senza tutela alcuna, capaci di triturare la realtà riducendola a una poltiglia plasmabile a piacimento.

Diventare consapevoli del funzionamento di strutture che agiscono nel mondo interno delle singole persone con sorprendenti analogie con la strategia del potere nel mondo esterno.

Parola chiave? Tutela.

Volersi bene tanto da non permettere che qualcuno o qualcosa faccia sentire in colpa ferendo e umiliando.

 

Il dolore psicologico: le parole per dirlo

Non è che se ne parli tanto.

Forse perché avvicinarsi mentalmente al dolore psicologico comporta di per sé una quota di dispiacere.

Anche il linguaggio sembra adeguarsi alla rimozione di massa che riguarda l’argomento: non ci sono modi di dire, né definizioni di uso comune.

Eppure il dolore psicologico appartiene ad ogni persona.

Declinata al maschile o al femminile, adulta o minore, ogni persona fa i conti con questa esperienza.

Da bambini si cerca una strategia per adattarsi.

Da ragazzi si cerca un modo per ribellarsi.

Da adulti si incastona il dolore nel proprio mondo interno.

Si può massificare un argomento simile? Certamente no.

E’ chiaro che ogni persona ha la sua misura di dolore psicologico.

La sua storia.

Il suo modo di funzionare.

Ma c’è un elemento che trasversalmente accomuna: portarsi appresso il dolore psicologico come una consuetudine e, preferibilmente, non contattarlo emotivamente.

Eppure se si riesce a tollerare che essere normali vuole dire avere una quota di dolore psicologico più o meno grande, allora si aprono orizzonti più che interessanti.

Come la competenza emotiva nei confronti di sé stessi.

E degli altri.

Come l’etica delle relazioni.

Si parla di questo nel terzo incontro con Danila Ghiano, sabato 8 aprile 2017, ore 14,30, studio di psicoterapia Rewind&Partners, via f.lli Carle 4, Torino.

Per informazioni e iscrizioni  tel. 3484446277

 

L’urgenza della cura per il dolore psicologico

Viviamo immersi in una cultura che privilegia ciò che si vede e si tocca e siamo tranquillizzati dalla possibilità di intervenire subito su qualcosa che procura disagio.

In genere, il dolore fisico è evidente e attiva cure immediate.

Che ne è del dolore psicologico?

Non si vede, non si tocca, spesso non si capisce cosa sia, quasi mai si riesce a capire subito da dove arriva.

Allora ci si sente a disagio, alle prese con qualcosa che non permette di attivare una cura fisica che abbia il potere di rassicurare tutti.

E allora cosa si fa? Dipende.

Molto spesso si cerca di pensare ad altro, sforzandosi di credere che il dolore psicologico non è grave come quello fisico e quindi non può determinare conseguenze letali.

Niente di più sbagliato.

Se facciamo uno sforzo per uscire dalla razionalizzazione di massa che riguarda l’argomento ci accorgiamo delle persone che vivono con un persecutore interno che lentamente le uccide, delle persone stritolate da una tristezza che ogni giorno restringe la palizzata nella quale vivono, delle persone disposte ogni giorno a spostare di una tacca ciò che riescono a tollerare.

Persone che lentamente muoiono dentro, spesso convinte che la colpa di ciò che accade sia loro.

Si può curare la sofferenza psicologica?

Sì.

Come?

Con la parola, l’ascolto, l’alleanza terapeutica.

Ma anche con un viraggio di coscienza di massa che realizzi come la mente e il corpo siano la stessa cosa e come la cura della sofferenza psicologica non sia un lusso opzionale, bensì un bisogno che rientra nell’etica di una società civile.