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La colpa non è di moda

Viviamo in un mondo confuso dove sentirsi in colpa non è di moda.

Si può scatenare un conflitto nucleare continuando a sorridere dai telegiornali.

La responsabilità verso sé e verso l’altro? Cosa malleabile.

C’è qualcosa di perverso che non fa sentire la colpa a chi ce l’ha.

La fa sentire invece a chi subisce.

Quante persone oggi si sentono inadeguate? Tante.

Quante persone si sentono in colpa senza motivi realistici? Troppe.

E’ come se la colpa si polarizzasse tra gli estremi del tutto e del niente.

Senza giustizia e senza rispetto.

Nella complessità, cosa può dare una mano?

Accorgersi che ci sono meccanismi che si attivano senza tutela alcuna, capaci di triturare la realtà riducendola a una poltiglia plasmabile a piacimento.

Diventare consapevoli del funzionamento di strutture che agiscono nel mondo interno delle singole persone con sorprendenti analogie con la strategia del potere nel mondo esterno.

Parola chiave? Tutela.

Volersi bene tanto da non permettere che qualcuno o qualcosa faccia sentire in colpa ferendo e umiliando.

 

La misura della felicità

“Molti uomini sprecano la loro vita nel tentativo di diventare ciò che non possono essere, dimenticando di essere ciò che possono diventare.” – E. Fromm

Lo scopo della psicoterapia psicodinamica è quello di prendersi cura della persona, affinchè questa possa capire l’origine dei suoi sintomi, elaborare la struttura che li determina e raggiungere la sua personale misura di felicità.

Il sintomo è come la punta di un iceberg che,  galleggiando sul pelo dell’acqua, cela e nello stesso tempo veicola un insieme di contenuti che meritano di essere accolti ed ascoltati ma che, per motivi molto seri, non lo sono affatto.

Proviamo a fare un esempio, chiedendo a chi legge di tollerare  la generalizzazione di  contenuti che, invece,  non possono che essere  personali e soggettivi.

Immaginiamo una persona con attacchi di panico ricorrenti, durante i quali si sente in pericolo, fa fatica a respirare e sente le braccia irrigidite. Se questa persona si autorizza ad analizzare i sintomi con la psicoterapeuta, può scoprire che la sensazione di pericolo è legata al vissuto interno di privazione di un punto di riferimento e di vuoto emotivo, la fatica a respirare è relativa a vissuti emotivi di appartenenza impotente ad una persona, l’irrigidimento agli arti superiori è connesso alla paura della propria rabbia.

Vediamo come i sintomi esprimano, in una specie di codice cifrato, contenuti tanto importanti quanto inascoltati nella vita quotidiana del paziente.

Al di là dell’ esempio riportato, i contenuti a cui facciamo riferimento possono essere bisogni e desideri, sentimenti e vissuti emotivi,  modi di vedere noi stessi e gli altri, ricordi, capacità, rappresentazioni di parti del corpo, e sono componenti fondamentali della struttura psichica chiamata Sé.

Su questo argomento, negli ultimi cinquant’anni la teoria delle relazioni oggettuali ha elaborato una revisione della matrice freudiana sui temi del conflitto e della tecnica psicoterapeutica estremamente interessante ed utile per una maggiore comprensione del paziente.

Tra i vari autori, in particolare E. Kohut ha scritto sul tema del Sé, inteso come centro della personalità, l’origine del sentimento per il quale l’uomo si sente polo libero e autonomo di percezioni, iniziative, rappresentazioni di sé e dell’altro.

Secondo l’autore, le esperienze infantili di squalifica, raggiro ed abbandono emotivo indeboliscono il Sé e mettono il bambino nella condizione di trovare un modo per sopravvivere emotivamente ad una condizione di pregiudizio per la sua integrità.

Torniamo per un attimo all’esempio precedente della persona con attacchi di panico: nella psicoterapia potrà emergere la figura di una madre insicura e depressa, che ha instaurato inizialmente un legame fusionale con il suo bambino, senza saper modulare i bisogni sia propri, sia del bambino di vicinanza e di autonomia, agendo frequentemente attacchi di rabbia e di rifiuto nei confronti del figlio.

All’epoca dei fatti, il bambino non aveva le risorse emotive e cognitive per accorgersi che la madre era incoerente, inaffidabile ed abbandonica e, soprattutto, il bambino aveva un disperato bisogno di lei ed era disposto a fare qualsiasi cosa per mantenere il legame.

La strategia interna si struttura quindi come un tentativo di adattamento, tanto rigido ed assoluto quanto tale  è la percezione della realtà di un bambino piccolo.

Per tornare ancora all’esempio, il bambino potrà convincersi che il comportamento della madre è determinato da lui, in particolare dalla sua eccessiva bisognosità, e costruirà un falso Sé per diventare quello che pensa che la madre voglia che lui sia, per poter sperare di essere amato.

Il falso Sé, tra gli altri prezzi che fa pagare, preclude la possibilità di entrare in contatto autentico con le emozioni come, nel caso citato, la sensazione angosciante di appartenere ad una persona che può usare l’altro come un oggetto, la mancanza di conforto, la rabbia.

Così una strategia interna prescriverà al paziente per il resto della vita un atteggiamento compiacente e nello stesso tempo inautentico e distanziante nei confronti delle figure affettive, minacciandolo di potenziale abbandono e di attacco distruttivo dell’altro  se questo comportamento fosse accantonato.

Gli attacchi di panico si incaricheranno di esprimere, in forma cifrata, l’ambivalenza tra il desiderio di autonomia e  la paura di perdere l’altro, oltre  e alla paura di agire la  rabbia nei confronti di una persona dalla quale si sente di dipendere.

Noi psicoterapeute del Centro Cypraea siamo profondamente convinte che una persona come questa desideri ardentemente, sia consapevolmente che inconsciamente,  avere una relazione autentica con sé stesso e con gli altri, e che una psicoterapia debba aiutarlo a disconfermare quello che la strategia interna disfunzionale gli prescrive.

Come dice bene la frase di Fromm, il paziente deve poter verificare che può smettere di cercare di essere qualcuno che una parte interna gli impone di essere, per autorizzarsi ad essere quello che è sempre stato, senza temere che questo lo distrugga.

La misura della felicità dipende dalla possibilità di entrare in contatto con tutte le parti del Sé, verificando nei fatti che non è vero che il contatto con le emozioni, anche le più impegnative come l’odio o il senso di non esistenza, sia talmente intollerabile da fare perdere il controllo della realtà.

E’ proprio il contatto con queste emozioni, esperito nella relazione con la psicoterapeuta, ciò che permette al paziente  di diventare più solido, consapevole ed attrezzato per orientarsi nella relazione con sè stesso e con gli altri.

La felicità vuole dire sapere chi si è e sentirsi liberi di amare ed essere amati dalle persone che stanno a cuore come individui autonomi e capaci.

La misura della felicità è la capacità per ciascuno di noi di prendersi cura di noi stessi con stima, rispetto ed ammirazione, per costruire un personale progetto di vita, unico ed irripetibile, che realizzi i bisogni e le  aspirazioni più personali.

 

Cosa vuol dire essere felici?

“Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti agli errori ed ai sentimenti…” – Martha Medeiros

La felicità ha un significato che non si può generalizzare, perché è relativa al percorso di vita, alle scelte, allo stile, alle esperienze più personali.

Per qualcuno la felicità significa smettere di soffrire nella relazione con il proprio partner, per un altro significa smettere di pensare costantemente al cibo. Per un altro ancora la felicità significa riuscire a modulare la rabbia per mantenere dei rapporti costanti con il prossimo.
Per molte altre persone la felicità consiste nello smettere di essere bersaglio di un giudice interno che attacca l’autostima e l’autonomia.

La psicoterapia è uno strumento di conoscenza che permette a chi lo desidera di capire veramente, una volta per tutte, le cause che hanno impedito fino a quel momento di trovare una autentica realizzazione del proprio potenziale relazionale ed affettivo.

La misura della felicità dipende dalla possibilità di entrare in contatto con tutte le parti del Sé, verificando nei fatti che non è vero che il contatto con le emozioni, anche le più impegnative come ad esempio l’odio, la colpa o l’impotenza sia talmente intollerabile da fare perdere il controllo della realtà.

È proprio il contatto con queste emozioni, recuperato in un ambiente tutelante che consente di tollerare l’angoscia, ciò che permette di diventare più solidi, consapevoli ed attrezzati per orientarsi nella relazione con sé stessi e con gli altri.

La felicità vuole dire sapere chi si è, con limiti e risorse, bisogni e capacità di dare, sentendosi autorizzati ad essere sé stessi nella maniera più completa e vitale, senza temere di amare ed essere amati dalle persone che stanno a cuore come individui autonomi e capaci.

La misura della felicità è la capacità per ciascuno di noi di prendersi cura di noi stessi con stima, rispetto ed ammirazione, per costruire un personale progetto di vita, unico ed irripetibile, che realizzi i bisogni e le aspirazioni più autentiche e personali.