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Volersi bene: serve davvero?

Ci sono persone che si amano senza sforzo, ma per molti volersi bene è un esercizio faticoso, come se ci fosse qualcosa di stucchevole e un po’ stupido, se non colpevole, nello stimarsi e nel prendersi cura di sé.

Allora vale la pena capire cosa vuole dire volersi bene. Tanto per cominciare: fare il proprio bene.

Non è una cosa che si può insegnare, ma imparare sì.

Come?

Coltivando il rispetto di sé, trattandosi con gentilezza senza mai mettere in discussione un elemento fondamentale: si è persone interessanti non tanto per quello che si fa o si dice, ma per quello che si è.

In ogni scelta, in ogni relazione si mette in gioco la propria storia e la propria identità, perciò è molto importante sapere chi si è.

Cosa rende felice, cosa spaventa, di cosa si ha più bisogno?

Ogni persona porta in sé identità, storia e modo di funzionare unici e irripetibili che vanno rispettati.

Come tradurre il rispetto nella vita di tutti i giorni?

Non permettendo a qualcosa di interno o a qualcuno di esterno di attaccare impunemente, ad esempio giudicando o facendo sentire a disagio.

Occorre accendere un riflettore sulle persone che si è, accorgendosi di non meritare affatto di essere trattati con indifferenza, supponenza, fatica, compatimento, rabbia, odio.

Quando questo accade è necessario fermarsi a riflettere anche solo per un momento. per mettere insieme i pezzi, soprattutto quelli che non quadrano.

Dove finisce la propria responsabilità e dove comincia quella dell’altro?

Per orientarsi bisogna fare riferimento alla stima di sé.

Ogni persona merita rispetto e se questo non accade i conti non tornano.

Non serve alzare l’asticella di ciò che si è disposti a tollerare, non serve dare spiegazioni razionali a ciò che razionale non è, non serve sperare che prima o poi qualcosa accadrà e che le cose cambieranno.

Serve invece accorgersi che c’è qualcosa che fa soffrire e che questo non è giusto.

Avere uno sguardo affettuoso su di sé significa pensare di avere delle cose buone e di poterle anche ricevere dagli altri, perché lo si merita.

 

 

L’altrove è qui

La cronaca parla di qualcuno che compie un delitto: è quasi automatico collocare quella persona in un altrove mentale. Un altrove che ha l’aspetto della rimozione, del non pensiero e, a pensarci bene, del sollievo.

Ma è proprio così diverso e incomprensibile colui che compie un atto violento e abbietto? Oppure c’è una radice comune che passa attraverso il mondo interno di ciascuno di noi, in quelle parti meno affrontate e risolte?

Certamente dobbiamo tenere presente i punti cardinali che marcano la differenza, primo fra tutti il passaggio all’atto. C’è una distanza abissale tra chi compie un atto violento e chi non lo compie.

Perciò si è diversi, eccome. Ma si tratta di una diversità che rende impossibile la comprensione?

Comprensione è una parola molto interessante perché significa mettere dentro, tenere nella testa.

Non significa scusare, compatire, confondere.

Significa capire con la propria identità umana.

A questo proposito vorrei riportare la storia di un giudice e di un ragazzo poco più che ventenne, imputato di quindici omicidi.

Il ragazzo dice al giudice: “Vede, se io fossi stato suo figlio a quest’ora sarei un avvocato, se suo figlio fosse cresciuto dove ho vissuto io adesso sarebbe in gabbia come me”.

Il giudice condanna il ragazzo alla pena dell’ergastolo, ma gli scrive una lettera.

Il ragazzo gli risponde.

Per ventisei anni i due uomini si scrivono da una distanza più grande di quella già enorme data da chi è in carcere per sempre e chi è fuori.

Loro trovano le parole da mettere nello spazio che separa i rispettivi ruoli, la cultura di appartenenza, le opportunità e le scelte di vita.

Non sono parole come paternalismo, vittimismo, compiacimento o compatimento.

Le loro sono parole che parlano di rispetto per le vicende di vita degli esseri umani.

E il ragazzo dolente cerca l’identità mai avuta, il giudice comprende cose di sé che non aveva affrontato.

Comprendere l’altro, sia per il ragazzo sia per il giudice, è un’operazione che li rende più consapevoli e quindi con più strumenti per orientarsi nella relazione con loro stessi e con gli altri.

Entrambi costruiscono una relazione che non nega le differenze, né cancella il dolore e la violenza ma li rende pensabili e quindi integrabili in un percorso di vita che ha comunque un senso e uno scopo.

Ci sono molti modi di essere padre e figlio, se per padre e figlio, fratello e sorella intendiamo relazioni umane dove l’altro non è un estraneo in un altrove che ci lascia indifferenti ma è qualcuno che ci riguarda da vicino, che se riusciamo a raggiungere in qualche modo rende migliori tutti noi.

Il giudice del mio racconto è Elvio Fassone e il ragazzo è Salvatore, la loro corrispondenza si trova in:

Elvio Fassone, “Fine pena: ora”, Sellerio Editore Palermo, 2015