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La violenza nelle relazioni e nella società

Leggendo i giornali è difficile non provare sgomento, inquietudine e impotenza di fronte alla violenza che travolge le relazioni tra le persone e la società.

Nello spazio di una manciata di giorni leggiamo di  donne uccise o lasciate agonizzanti dal marito o ex compagno, il ragazzo di Alatri massacrato e a pochi giorni di distanza un altro giovane accoltellato di fronte ad una discoteca.

Questi episodi etichettati come imprevedibili, reazioni folli, non fanno altro che generare la rassegnazione, la paura, alimentano l’odio, la rabbia, altra violenza.

Non ci sono scuse per chi massacra un essere umano, costui è colpevole di un crimine, ma è doveroso fare una riflessione sulle cause e su quali possono essere gli strumenti di prevenzione.

Non si nasce violenti, la violenza è appresa nelle relazioni, la rabbia cieca che porta a non considerare l’altro come un essere umano è legata a ferite profonde che gli autori di questi gesti portano dentro.

Molti adulti di oggi sono stati bambini vittime di disprezzo, di reazioni violente, trascuratezza  da parte di chi avrebbe dovuto proteggerli, crescerli fornendo loro gli strumenti per riconoscere le emozioni, farli sentire al sicuro.

Vittime del non ascolto degli adulti e delle istituzioni che non vedono, non hanno strumenti per recepire i segnali di malessere, intesi come qualcosa da punire mai da approfondire e comprendere.

Sono illuminanti i libri di Alice Miller, che spiega con esempi  basati sulla sua professione di psicoterapeuta, come la violenza si trasmetta attraverso le relazioni e le generazioni.

Il rispetto, la capacità di considerare l’altro che abbiamo di fronte come una persona, un essere umano con il quale entrare in una relazione di condivisione e rispetto è un’acquisizione che arriva da lontano.

Nell’aggressore esistono due parti che non riescono a comunicare tra loro, siamo di fronte ad una scissione, c’è la vittima che fu a suo tempo e l’aggressore introiettato.

I meccanismi di scissione e proiezione, del tutto inconsapevoli, proteggono dal dolore e dall’impotenza, ci sono parti buone e parti sentite estranee e intollerabili, queste ultime sono intollerabili e devono essere proiettate fuori, messe nell’altro.

L’altro, l’estraneo, è vissuto come qualcuno che ci ha talmente danneggiato da meritare di essere distrutto, nell’illusione di stare meglio, la rabbia incontenibile, si  scarica su costui che perde la sua qualità di essere umano, perpetrando, con una sorta di godimento onnipotente.

Si perpetua così il ciclo della violenza.

Se la nostra società, non comprendere che la prevenzione è la sola strada percorribile la violenza continuerà a dominare le relazioni. Per prevenzione intendo la capacità di tutelare i suoi piccoli, attraverso la formazione degli operatori, la messa a disposizione di risorse per progetti di ampia portata, che coinvolgano in primis le madri sin dalla gravidanza, i genitori, i dirigenti scolastici, gli insegnanti,

L’educazione alle emozioni, alla consapevolezza di sé, per imparare a conoscere e a dare un nome anche alle emozioni più dolorose e disturbanti, per padroneggiarle, è una via troppo spesso sottovalutata.

 

L’ascolto nella relazione con l’altro

Cosa vuole entrare in relazione con l’altro?

Se pensiamo che voglia dire raccogliere dati oggettivi come ad esempio il curriculum vitae, allora ci basta il nostro bagaglio cognitivo.

Se invece per entrare in relazione intendiamo conoscere l’altro nella sua soggettività, magari in un contesto valutativo, allora il nostro bagaglio cognitivo non ci basta.

Di cosa abbiamo bisogno? Di noi stessi.

Della capacità che ciascuno di noi possiede in maniera innata o acquisita. L’empatia.

Per empatia intendiamo un atteggiamento di accettazione acritica?

Di apertura incondizionata?

Di rinuncia al raggiungimento di obbiettivi?

No.

Facciamo riferimento all’unica risorsa utile per andare in esplorazione della soggettività dell’altro, rimanendo noi stessi con posizione, ruolo e mandato ben chiari nella mente.

L’empatia è la posizione emotiva che permette di tuffarsi nel flusso continuo dei campi  relazionali con una risorsa preziosissima: il contatto con le nostre emozioni e la consapevolezza del nostro modo di funzionare.

In questo modo possiamo raggiungere l’altro senza sovrapporci, senza blandirlo, senza temerlo, senza sedurlo, senza squalificarlo, senza confonderlo, senza usarlo.

Tutelando noi stessi e l’altro.

Garantendo a noi e all’altro un ascolto qualificato, attento e rispettoso.

L’ascolto empatico è una cosa che si improvvisa?

No.

L’empatia è una risorsa che alcune persone posseggono istintivamente, ma l’ascolto empatico è una risorsa che si acquisisce con una formazione specifica.

 

 

 

 

La soggettività dell’operatore nella relazione di intervento sull’ altro

Basta avere una formazione cognitiva per orientarsi nella relazione di intervento sull’altro?

No.

E’ sicuramente una parte importante nel cassetto degli attrezzi dello psicologo, del professionista HR, dell’insegnante e di tutti coloro che sono coinvolti nelle relazioni di intervento, ma non basta.

Perché?

Nella trama e nell’ordito dello scambio relazionale si declinano le reciproche biografie, i reciproci meccanismi di difesa, le reciproche proiezioni e identificazioni, i reciproci bisogni.

La soggettività degli interlocutori elabora continuamente campi  intercomunicanti e interdipendenti.

In questa complessità  entrano in gioco contenuti potenti che viaggiano sopra, sotto, attraverso l’area della razionalità, regno del sapere cognitivo.

A volte questi contenuti sono consapevoli, altre volte lo sono in parte.

Molto spesso non lo sono affatto.

Sono contenuti che generano  stati d’animo che non possono non condizionare il nostro comportamento.

C’è un’enorme differenza, qualitativa e quantitativa, tra chi è consapevole di questi vissuti e chi non lo è.

Perché in certe relazioni ci viene spontaneo cercare di compiacere l’altro? Oppure proviamo la voglia di mettere distanza?

Perché nel sistema relazionale nel quale ci troviamo si sta attivando qualcosa di significativo, che merita senz’altro un ascolto attento.

Stiamo dicendo che per andare bene bisogna controllare tutto?

No. Il contrario.

Stiamo dicendo che nei sistemi relazionali c’è una vasta area di contenuti che sfuggono al nostro diretto controllo razionale e le persone che lo sanno, e lo tollerano, hanno più strumenti per orientarsi nella loro professione e per elaborare una domanda di formazione mirata all’ascolto della propria soggettività.