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La gentilezza in psicoterapia

“Non c’è niente di più forte della gentilezza e non c’è niente di più gentile della vera forza.” – W. Sockman

 

Ciò che caratterizza maggiormente l’orientamento psicodinamico nel vasto panorama delle psicoterapie oggi disponibili è il fatto che esso, più di ogni altro, pone l’accento sulla relazione tra paziente e psicoterapeuta.

Si tratta di una relazione speciale, perché è,  nello stesso tempo, uno strumento di lavoro per la conoscenza ed una esperienza concreta di relazione tra due persone.

Scrivendo “strumento di lavoro per la conoscenza” facciamo riferimento al fatto che la relazione terapeutica permette al paziente di vivere con la psicoterapeuta gli stessi stati d’animo ed i modi di fare e di essere che normalmente vengono agiti nella realtà quotidiana, con la possibilità di vederli, ascoltarli ed elaborarli.

Questo aspetto della relazione viene chiamato transfert, ed è la chiave di volta della psicoterapia psicodinamica.

Tuttavia, la relazione psicoterapeutica è utile al paziente non solo perché permette il dispiegarsi del transfert, con la relativa analisi dello stesso.

La relazione è  una esperienza per il paziente di contatto ed esplorazione di sé, mentre è alle prese con una persona come la psicoterapeuta che testimonia di volta in volta nei fatti che è autenticamente interessata a lui.

Al di là delle parole, la psicoterapeuta dimostra nei fatti che si possono accogliere e maneggiare le emozioni senza farsene travolgere, si può essere critici senza giudicare, si può dire no senza rifiutare, si può stare vicini senza possedere o essere posseduti, si può avere bisogno senza dipendere, si può odiare senza distruggere.

Per fare, o per meglio dire, essere questo, la psicoterapeuta deve necessariamente avere un percorso formativo che integra la sua psicoterapia psicoanalitica personale con una formazione cognitiva ed una tecnica clinica.

Noi pensiamo che il contenuto fondamentale che permette alla psicoterapeuta di operare una sintesi tra  quanto ha studiato, quanto sa di sé attraverso la sua analisi e quanto ha appreso dai suoi supervisori sia la disponibilità emotiva ad accogliere la soggettività dell’altro.

Detto in altre parole:  la gentilezza.

Secondo l’ortodossia classica freudiana il compito fondamentale del terapeuta è di aiutare il paziente a portare alla coscienza i contenuti inconsci, e per fare questo deve mantenersi neutrale nei confronti dei conflitti dei pazienti, non deve  rassicurare,  nè esercitare autorità e deve basarsi sulle interpretazioni delle resistenze.

In questa logica è sbagliato da parte dello psicoterapeuta essere cordiale ed accettante nei confronti del paziente, perché così facendo gratifica la dipendenza inconscia del paziente, impedendogli di affrontarla ed elaborarla.

Questa è la tecnica psicoanalitica, e va senza dubbio presa in considerazione, ma noi riteniamo che non sia  il paziente a doversi adattare ad una formulazione teorica, bensì sia la tecnica a doversi adattare ai bisogni del paziente, diversi di volta in volta.

L’utilità di un atteggiamento distaccato dipende da quali sono i vissuti e le credenze interne del paziente, i suoi piani ed i suoi obiettivi, ed in molti casi non solo non serve a mettere in discussione tali credenze, bensì le conferma.

Il paziente può essere aiutato a disconfermare le sue credenze patogene se ha la possibilità di verificare che la sua psicoterapeuta prende posizione contro di loro e si schiera con lui contro la parte che vorrebbe mantenerle, permettendogli così di capire che i pericoli presagiti dalle sue convinzioni patogene non sono reali.

Prendiamo per esempio una persona timida ed insicura per la credenza interna di non valere nulla e di essere un peso per gli altri. Se la sua psicoterapeuta ha con lei un atteggiamento gentile ed accogliente e  dimostra concretamente  l’interesse di lavorare con lei, si pone automaticamente come prova vivente del fatto che la credenza interna del paziente è incongrua, ed apre la strada alla messa in discussione di una struttura profondamente distruttiva.

Per essere gentili non si intende dunque un “agire” nel senso di fare, prescrivere o proibire alcunché e nemmeno l’agire in vece del paziente. Non si intende neppure essere invadenti o collusivi.

Si intende piuttosto un atteggiamento che fa uscire la psicoterapeuta dagli schemi della neutralità distanziante e le permette di  testimoniare al paziente la disponibilità a credergli, a stare dalla sua parte, a tutelarlo.

La gentilezza ha un grande potere. Essere gentili vuole dire non odiare il sintomo, non volerlo strappare di dosso al paziente come un dente cariato; la gentilezza implica uno sguardo che non giudica, che non è asettico, indagatore, normalizzante, ma accoglie con rispetto e pudore tutto ciò di cui l’altro è portatore.

Essere gentili significa anche essere forti e fermi, poiché la psicoterapia non è solo fatta di accoglienza e condivisione, è fatta anche di messa in discussione e di possibili contrasti tra paziente e psicoterapeuta.

Anche in questi casi, la gentilezza consente di verificare di volta in volta, nei fatti e non nelle parole, che si può essere in disaccordo senza mai mettere da parte la stima, il rispetto reciproco e la voglia di confrontarsi.