Tag: gruppo

Il bullismo e il gruppo banda

“Prima di giudicare un uomo, cammina per tre lune nelle sue scarpe”. Proverbio indiano

Sempre più spesso da parte di scuole ed associazioni riceviamo richieste di intervento per casi di ragazzi aggregati in gruppo/banda, che agiscono atti di devianza tra i quali distruzione di beni pubblici ed aggressioni fisiche a coetanei ed adulti.

Questi ragazzi hanno una età compresa tra i tredici ed i diciotto anni, sono impegnati in un percorso evolutivo che impegna tutti i ragazzi della loro età, ma con caratteristiche che costituiscono segnali di un disagio consistente.

La preadolescenza e l’adolescenza sono epoche nelle quali ogni essere umano è alle prese con una missione evolutiva fondamentale: sganciarsi dalla condizione di bambino-figlio per tendere alla condizione di adulto autonomo, con un percorso assolutamente soggettivo ma mediamente assai complicato, mai indolore.

I ragazzi si ritrovano a dover maneggiare vissuti emotivi estremamente pesanti, imprescindibili dal compito di diventare grandi, compito che viene giustamente vissuto come inderogabile, assoluto, urgente.

In sintesi, questi vissuti sono:

  • la rabbia nei confronti dei genitori, del tutto fisiologica, legata al processo di separazione- individuazione
  • la colpa nei confronti sia del padre che della madre, per il fatto di essere arrabbiati con loro e di metterli in discussione
  • la paura di non farcela da soli e di non andare abbastanza bene
  • il desiderio, ambivalente con la paura, di tornare bambini
  • l’angoscia per la  perdita dell’identità di bambini e per l’incertezza sulla propria identità adulta nascente

La possibilità di riconoscere, ascoltare ed integrare la complessità di questi contenuti da parte dei ragazzi per raggiungere un equilibrio sufficientemente buono dipende dalla loro personalità e dalla personalità dei loro genitori, dal tipo di relazione tra la coppia dei genitori e tra i genitori ed il figlio, dal tipo e dall’intensità dei traumi subiti e dalla possibilità di ricevere aiuto.

Possiamo immaginare che nei ragazzi del gruppo/banda, per motivi indubbiamente seri che meritano un ascolto attento, il vissuto emotivo della rabbia, fisiologica in adolescenza e preadolescenza, non possa essere pensato né tantomeno simbolizzato, bensì debba essere agito sotto forma di atti vandalici e distruttivi.

Questi atti devianti hanno almeno tre funzioni per il mondo interno di chi li agisce:

  • Tirare fuori l’angoscia, che altrimenti sarebbe intollerabile e potrebbe portare a problemi psichiatrici, esprimendola in maniera mascherata e soprattutto capovolta: chi picchia e spaventa gli altri si sente potente, ed almeno per un poco può scacciare la sensazione di pericolo ed impotenza interni
  • Mettere in scena, sia pure in maniera mascherata e capovolta, il dramma interno, chiedendo implicitamente che qualcuno si fermi ad ascoltare e soprattutto a capire cosa in realtà si sta rappresentando: la ripetizione di atti aggressivi che a vario titolo questi ragazzi hanno subito con il ruolo di vittima
  • Esprimere una profonda disistima di sé, esponendosi al ludibrio generale, andando così inconsciamente a confermare una immagine interna di abiezione e totale squalifica di loro stessi

Chiedendo scusa per la necessaria generalizzazione, possiamo immaginare che questi ragazzi possano essere stati esposti a situazioni traumatizzanti, nel senso di violenza psicologica, fisica, sessuale da parte di adulti e che i loro atti di devianza siano come un messaggio che un naufrago affida ad una bottiglia in mezzo al mare, sperando che qualcuno, prima o poi, lo legga.

Il gruppo dei pari è una esperienza fondamentale in adolescenza poiché, in estrema sintesi, è l’unità di transito dalla famiglia alla identità autonoma.

Il gruppo contiene, sostiene, permette il confronto, lo scambio e la sperimentazione dell’autonomia lontano dalla famiglia d’origine ma senza lo spettro della solitudine.

Tuttavia il gruppo può virare in banda, laddove le relazioni interne si pervertono ed il gruppo inizia a funzionare come cassa di risonanza del disagio emotivo dei singoli componenti.

Smettendo di funzionare come luogo di solidarietà condivisa e di progettazione per la realizzazione dei bisogni comuni, il gruppo/banda diventa l’estremo rifugio della sofferenza di ragazzi che hanno perso la speranza in un domani qualsiasi.

L’aggregazione in gruppo/banda permette di agire violenza e distruttività in forme che i singoli componenti non sarebbero in grado di attuare, garantendo una visibilità sociale che sia pure in forme drammatiche e fittizie fa sentire i ragazzi vivi e protagonisti della propria vita.

Spesso nel gruppo/banda si struttura una posizione schizo-paranoide: si effettua cioè una divisione tra i bravi ed i cattivi, dando per scontato che i bravi siano gli appartenenti al gruppo, mentre i cattivi siano tutti gli altri.

A volte a supporto di questa posizione  si mutuano ideologie in grado di dare una apparenza di plausibilità alla violenza ed alla gravità della scissione e della proiezione dei vissuti aggressivi.

La situazione descritta non può lasciare indifferenti e richiede un intervento urgente da parte di adulti che un tempo sono stati ragazzi e sentono di poter dare una mano a dei loro simili che adulti rischiano di non diventare mai.

Ovviamente i comportamenti devianti devono essere fermati, ed i ragazzi devono essere messi di fronte alla responsabilità per i loro atti.

Tuttavia, un atteggiamento rigidamente repressivo nei loro confronti non può che avere l’effetto perverso di confermare la scissione descritta e di recidivare il comportamento antisociale.

Il lavoro di rete tra enti pubblici come la scuola, il Tribunale per i Minorenni, ASL ed associazioni consente un intervento che integra la psicoterapia individuale o di gruppo con l’educativa territoriale ed i progetti di volontariato.

Per  fornire ai ragazzi una alternativa valida al gruppo/banda è necessario garantire un luogo, non solo fisico, nel quale ritrovarsi, riconoscersi come simili, condividere vissuti, bisogni, desideri e progetti comuni, imparare a prendersi sul serio ed a mettersi in discussione.

E’ necessario fornire ai ragazzi tre contenuti fondamentale per la messa in discussione del loro comportamento distruttivo:

  • Accoglienza della soggettività, in un contesto che dia loro dignità e visibilità in un contesto sociale validante e tutelante. In ogni caso ogni ragazzo deve poter verificare di volta in volta di partecipare in prima persona ad un progetto condiviso, sperimentandone i vantaggi ed imparando a  tollerare fatica, incertezze e difficoltà.
  • Ascolto delle motivazioni e dei vissuti emotivi. I ragazzi devono poter contare sulla presenza di figure sufficientemente solide e formate sul tema dell’ascolto emotivo, in grado perciò di accogliere tutte le istanze portate dai ragazzi e di restituirle come pensabili, condivisibili e maneggiabili. I ragazzi devono poter contare sulla presenza di figure definite in letteratura “adulti soccorrevoli”: non necessariamente tecnici come psicologi o educatori, bensì persone sensibili e capaci di utilizzare le proprie emozioni per capire quelle dei propri interlocutori, rinunciando a posizioni di giudizio o peggio di consolazione, garantendo all’altro una esperienza di inestimabile valore come la condivisione. La condivisione permette di non sentirsi più soli bensì di sentirsi ascoltati e capiti, di accorgersi di poter chiedere e ricevere aiuto, di verificare che le emozioni, anche le più pesanti, non sono distruttive e possono essere comprese, contenute ed utilizzate per orientarsi nella vita.
  • Contenimento dato dalla consapevolezza di ciò che si sta facendo e dal rispetto delle regole condivise, acquisito attraverso relazioni che non impongono il punto di vista dell’altro con la violenza e la sopraffazione, ma propongono il confronto attraverso l’ascolto delle differenze reciproche.