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Donne e conversione all’Islam

Perché una donna si converte all’Islam ?

La storia di questi giorni ci confronta con le scelte radicali di alcune giovani donne italiane, europee, che scelgono di uscire dal contesto di appartenenza e di convertirsi all’islamismo più radicale.

I commenti di chi ascolta queste storie ci dicono come queste scelte di vita, queste conversioni, siano bollate come follia, con una immediata presa di distanza, ovvero “nella mia famiglia non potrebbe succedere, è impazzita”.

Una scelta di questo tipo pare talmente impensabile, troppo dolorosa con tutto ciò che comporta, la paura di perdere la figlia in primo piano,
per cui non esiste altra possibilità se non prenderne le distanze, un male da cui ci si sente immuni e le sole spiegazioni sono date nei termini di pura follia.

Di fronte all’incomprensibile, la mente umana, che ha sempre bisogno di trovare un significato, sceglie una spiegazione in termini difensivi, una rassicurazione circa la propria immunità.

Ma chi sono queste donne che rinunciano alla loro identità?

Cosa spinge una ragazza a negare la propria identità, la propria identità non solo di donna ma di persona con bisogni, desideri e aspirazioni?Che cosa può spingerla a nascondersi sotto un abito, il burka, che le permette di vedere il mondo attraverso piccole fessure nella tela stessa e al tempo stesso di non essere vista?

Un sentimento di inquietudine ci pervade pensando a questa totale negazione di sé.

In apparenza è un gesto di rottura, la rivendicazione della possibilità di scegliere, di svincolarsi dagli schemi della cultura occidentale, un gesto contro, ma solo in apparenza.

Queste ragazze rinunciano a sé stesse in nome di un ideale di sacrificio e sottomissione, facendo proprio uno schema relazionale imperniato sulla sottomissione, sull’obbedienza cieca, senza mai porsi nella condizione di fare e di farsi domande, all’interno di una relazione in cui è fondamentale il sacrificio di sé, forse la sola identità a cui si può aspirare per confrontarsi con l’inesistenza, con l’impotenza.

Ma è necessaria anche un’altra considerazione, considerazione legate al funzionamento psicologico, quali la scissione tra parti buone e cattive e la conseguente proiezione di queste parti cattive vissute come aliene, all’esterno; i cattivi sono tutti nel mondo degli infedeli, i buoni nel mondo di coloro che si sacrificano, che lottano in nome di un Dio, di una religione che viene manipolata per renderla funzionale ai propri bisogni e alla propria visione del mondo.

Siamo di fronte al tentativo di trasformare l’impotenza in potere illusorio, l’ennesima messa in scena di un dramma che alla fine confronta con l’impotenza profonda e la sottomissione ad un uomo, un padrone, un dio, nel nome del quale si rinuncia a sé fino ad accettare la morte, il sacrificio della propria vita, in una ripetizione traumatica.

La mente umana ha un bisogno assoluto di ritornare sulla scena del trauma, nel tentativo di uscire dall’impotenza, dalla sottomissione, un tentativo illusorio perché se non c’è acquisizione di consapevolezza, si rimette in scena l’esperienza traumatica e dopo un momento di illusione, in cui ci si sente forti e potenti, ci si confronta con i soliti noti e insostenibili vissuti di impotenza annichilente.

Tutto questo non ha nulla a che fare con la religione, con una cultura altra; forse ci dovremmo chiedere come e perché queste ragazze in un determinato momento della loro vita e in concomitanza di circostanze casuali, hanno questo bisogno assoluto, indifferibile e la tempo stesso inconsapevole non riuscendo ad integrare parti buone e cattive che appartengono ad ogni essere umano. Che significato ha a livello profondo, questa scissione tra buoni e cattivi, quale è la loro storia di vita?

Questa è una riflessione che non può e non vuole giungere a considerazioni assolute, ma si pone come unico obiettivo quello di interrogarsi, di porsi di fronte all’altro/a con il desiderio di conoscere; sempre dovremmo conoscere le storie di vita di queste persone ed evitare ogni forma di massificazione.