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Il muro

Quando una persona sta molto male, incomincia a dividere non solo i suoi sentimenti ma anche le cose e le persone in giusti e sbagliati, buoni e cattivi, amici e nemici.

E’ un meccanismo che in una certa misura fa parte del nostro bagaglio di esseri umani e che in alcuni casi è utile perché almeno per un poco fa sentire meno angosciati, meno in pericolo, meno sbagliati.

Però è un meccanismo che presenta, presto o tardi, dei conti altissimi che ricadono non solo su chi lo attua ma in prima battuta su coloro che lo subiscono.

Il meccanismo prevede l’individuazione di un Altro da usare come si userebbe un oggetto, una cosa, una lavagna per esempio.

L’Altro può essere scelto sulla base del colore della pelle, della religione o più semplicemente dello stile di vita diversi dai propri.

La diversità è un dato di realtà della nostra vita.

Si è diversi tra moglie e marito, tra genitori e figli, tra colleghi di lavoro.

Questo non significa essere migliori o peggiori, bensì differenti.

La diversità non è qualcosa che necessariamente divide, è invece qualcosa che può unire nella differenza.

Nel meccanismo che ci interessa capire, invece, la diversità dell’Altro diventa una occasione per attuare qualcosa di artificioso e violento.

Innanzi tutto si consolida una linea di demarcazione tra due luoghi nettamente differenti, uno che contiene l’essere totalmente adeguati, fare le cose giuste e meritare considerazione, l’altro che raccoglie l’essere cattivi, sbagliare tutto e non meritare niente.

Dopo questa divisione, occorre mettere fuori da sé proprio quello che risulta intollerabile riconoscere come proprio, collocando sé stesso nella parte buona e utilizzando l’Altro come deposito della parte cattiva.

Si tratta di un’operazione violenta, che mette a dura prova l’identità di una persona, ma che deve essere fatta necessariamente se si vuole mantenere una parvenza di equilibrio senza mettersi seriamente in discussione.

Chi compie questa operazione ha il vantaggio immediato di sentirsi relativamente a posto, ma si ritrova ad agire un atto violento nei confronti di persone innocenti e inconsapevoli, per il proprio tornaconto.

Come riuscire a convivere con il senso di aggressività, pericolosità e spregevolezza insite in un simile atto?

Proiettando tutto questo sull’Altro, come su una lavagna.

L’Altro diventa quindi quello pericoloso, distruttivo, colpevole e disprezzabile, assolvendo ancora una volta la funzione di allontanare dalla coscienza le vere responsabilità di quello che si sta compiendo.

Il filo rosso che unisce questa riflessione agli accadimenti attuali risulta evidente.

Il presidente Trump, ad esempio, ha deciso di costruire un muro per difendere il suo Paese dal traffico di droga e dalla delinquenza e dai comportamenti antisociali individuando nell’immigrazione la causa di questi problemi e individuando proprio nel territorio messicano il luogo dove agire.

Il senso di sollievo è immediato: l’angoscia devastante per il disagio sociale crescente in maniera esponenziale viene contenuta da un uomo che individua il problema, ne comprende la causa e agisce per risolverlo. Evviva!

Eppure basta grattare appena un poco questa vernice dorata per intravedere una realtà decisamente meno rassicurante.

Non potrebbe essere che la determinazione  nel costruire il muro sia direttamente proporzionale al bisogno di tenere insieme i pezzi di un Paese che per la prima volta sente vacillare la certezza di un primato economico sugli altri, vede crescere la disoccupazione interna ed è inerme di fronte alla minaccia terroristica?

Siamo sicuri che è l’immigrazione la causa di un tale disagio in America?

Non sarà che è un problema che arriva da lontano, che vede l’America coinvolta in un gioco che implica fatica e sofferenza per essere compreso e messo in discussione?