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Volersi bene: serve davvero?

Ci sono persone che si amano senza sforzo, ma per molti volersi bene è un esercizio faticoso, come se ci fosse qualcosa di stucchevole e un po’ stupido, se non colpevole, nello stimarsi e nel prendersi cura di sé.

Allora vale la pena capire cosa vuole dire volersi bene. Tanto per cominciare: fare il proprio bene.

Non è una cosa che si può insegnare, ma imparare sì.

Come?

Coltivando il rispetto di sé, trattandosi con gentilezza senza mai mettere in discussione un elemento fondamentale: si è persone interessanti non tanto per quello che si fa o si dice, ma per quello che si è.

In ogni scelta, in ogni relazione si mette in gioco la propria storia e la propria identità, perciò è molto importante sapere chi si è.

Cosa rende felice, cosa spaventa, di cosa si ha più bisogno?

Ogni persona porta in sé identità, storia e modo di funzionare unici e irripetibili che vanno rispettati.

Come tradurre il rispetto nella vita di tutti i giorni?

Non permettendo a qualcosa di interno o a qualcuno di esterno di attaccare impunemente, ad esempio giudicando o facendo sentire a disagio.

Occorre accendere un riflettore sulle persone che si è, accorgendosi di non meritare affatto di essere trattati con indifferenza, supponenza, fatica, compatimento, rabbia, odio.

Quando questo accade è necessario fermarsi a riflettere anche solo per un momento. per mettere insieme i pezzi, soprattutto quelli che non quadrano.

Dove finisce la propria responsabilità e dove comincia quella dell’altro?

Per orientarsi bisogna fare riferimento alla stima di sé.

Ogni persona merita rispetto e se questo non accade i conti non tornano.

Non serve alzare l’asticella di ciò che si è disposti a tollerare, non serve dare spiegazioni razionali a ciò che razionale non è, non serve sperare che prima o poi qualcosa accadrà e che le cose cambieranno.

Serve invece accorgersi che c’è qualcosa che fa soffrire e che questo non è giusto.

Avere uno sguardo affettuoso su di sé significa pensare di avere delle cose buone e di poterle anche ricevere dagli altri, perché lo si merita.

 

 

Violenza psicologica, violenza fisica nelle relazioni. Allontanarsi può essere difficile

Lucia mi ha chiesto aiuto, ma  la prima volta che ci  incontriamo è in evidente difficoltà, le parole fanno fatica ad uscire, poi con lo sguardo basso, mi dice ” Come faccio a fidarmi? Vorrei chiedere aiuto,…..capire come mai mi sono ritrovata in quella relazione, ma chi mi crede?, faccio fatica a pensare che qualcuno mi stia ad ascoltare, che qualcuno possa capire, mi vergogno…..” Inizia così a raccontarsi, un po’ alla volta, quasi a sondare se si può fidare, ha paura di essere giudicata.

Non è la sola a sentirsi così, in fondo tutte, tutti, pensiamo di dover essere forti, di dover rispondere ad un modello nel quale la tristezza, la sofferenza non sono previste. Per questo modello se ti capita di incontrare la sofferenza sei sbagliata, ma è il modello che è sbagliato, la sofferenza fa parte della vita, tutti hanno risorse e fragilità, l’importante è trovare un giusto equilibrio.

Ci sono importanti fattori culturali che si intrecciano con importanti fattori psicologici, con la storia di vita della donna a partire dalla relazione con gli oggetti primari, ovvero con le figure genitoriali.

E’ la relazione tra il prendersi cura e il senso di colpa a giocare un ruolo fondamentale. Il partner è un altro soggetto affidato alla cura della donna, lei si sente responsabile del suo malessere o del suo benessere, quindi in questa dinamica relazionale la violenza è percepita come malessere di lui.

Proprio il ruolo di chi si prende cura, pone la donna in una posizione di dipendenza e la porta ad attribuirsi la colpa fino a spingerla a tentare  in ogni modo di rimediare.

La donna tollera così la violenza, arrivando a pensare di meritarsela.

Ascoltare i racconti delle donne che stanno in relazioni cariche di sofferenza, può generare nell’interlocutore non adeguatamente formato, negli amici che non sempre conoscono le dinamiche delle relazioni affettive cariche di sofferenza, dei  sentimenti di fastidio, rabbia, anche disprezzo. E’ difficile capire come si possa accettare di stare male, di essere costantemente oggetto di violenza psicologica con attacchi verbali carichi di svalutazione, insulti…. fino alla violenza fisica.

Qualcuno di fronte a situazioni così cariche di sofferenza afferma: “se ti fa stare male, se ti picchia, insulta, umilia, chi te lo fa fare di restare? puoi andartene. qualcuno va oltre e giunge a pensare se resti è perché non vuoi andartene…..”

Il senso di colpa, il dovere di cura nei confronti dell’altro non delimitano il comportamento abusante, in quanto non può esserci un efficace contrapposizione tra l’affermazione del proprio diritto e la riduzione dell’abuso di potere da parte dell’altro.

C’è una collaborazione attiva alla patologia della coppia, una collusione; lei crede di poter controllare il maltrattamento, la violenza, in un circolo che non finisce mai, arriva a consumare ogni risorsa per andare incontro a lui e ogni volta che viene attaccata si sente sempre più incapace, senza valore, disperata, colpevole, sempre più distante dalle relazioni sociali, si vergogna della sua inermità, teme di non essere compresa, sopporta in silenzio, la sofferenza chiusa dentro di lei, che si ritrova sempre più legata a lui.

Lei concentra su di lui, sulle sue aspettative di benessere così lei percepisce una sensazione di apparente benessere se lui è felice, si vive in funzione di lui.

Il suo bisogno è messo in un angolo della mente, le sue energie, i suoi pensieri sono diretti ai piccoli e grandi gesti che possono farlo stare bene, renderlo sereno, così anche lei potrà essere serena.

La conseguenza è il ritiro dalle relazioni intime, c’è il bisogno di allontanare i ricordi traumatici che si teme di rivivere nelle relazioni sociali.

La donna si trova in un costante stato di oscillazione tra ritiro e attaccamento ansioso,

si sente sporca, impotente, colpevole, disumana e non amabile.

Dopo il trauma lei guarda sempre al suo comportamento con sentimenti di colpa e di vergogna.

Questo spiega il silenzio sulla violenza patita anche a distanza di tempo.

Infatti può passare molto tempo prima che una donna chieda aiuto, ciascuna ha i suoi tempi, tempi che vanno capiti, rispettati, ciascuna persona è differente dall’altra.  Solo chi ha attraversato certe esperienze può sapere come si sta, la fatica, il dolore che si prova anche solo ripensandoci per pochi istanti.

Rivolgersi ad uno psicologo è un passaggio importante, non si è fragili quando si chiede aiuto, anzi riconoscere di essere in difficoltà è una risorsa, un punto di forza.

 

 

 

 

 

 

Ansia e attacchi di panico: non è giusto stare così male

Senso di pericolo per qualcosa di grave che non si può controllare.

Paura buia, senza nome e senza volto.

Vuoto freddo che atterrisce, toglie il fiato, fa battere disordinatamente il cuore.

Solitudine infinita e disperata.

Questo è un elenco parziale di cosa prova chi passa attraverso un attacco di panico.

“E’ tutta questione di testa…” dicono alcuni.

Non si capisce cosa significa questa affermazione.

Che chi ha un attacco di panico vive un disagio immaginario?

Oppure che i vissuti di angoscia si potrebbero controllare con un atto di volontà?

In ogni modo: niente di più sbagliato.

Chi vive un attacco di panico passa attraverso un’esperienza reale oltre che devastante e le emozioni che prova sono assolutamente autentiche.

Ciò che confonde è che l’angoscia provata sembra non giustificata dalla realtà circostante.

Apparentemente, non c’è motivo di stare così male.

In realtà il motivo c’è eccome, ma si trova nel mondo interno, non in quello esterno.

Questo vuol dire che si è visionari o, peggio, matti?

Proprio per niente.

Vuole dire che nella storia di chi soffre di ansia e attacchi di panico ci sono esperienze importanti vicine o lontane nel tempo e che ci sono i modi trovati per farvi fronte.

Il tutto è tenuto sotto chiave in un cassetto del mondo interno e spesso è quasi dimenticato.

Si tratta di qualcosa con un peso atomico notevole che per motivi seri non può essere riconosciuto.

L’ansia e gli attacchi di panico sono il modo attraverso il quale questi contenuti vengono fuori.

Un modo discutibile, diciamo.

Perché fa stare troppo male.

E’ per questo che deve essere sostituito al più presto.

Con cosa? Con la parola e l’ascolto.

L’ascolto di ciò che è depositato nel cassetto e dei motivi che lo tengono là.

La parola per condividere e fare meno fatica.

Nella vita di ogni persona non c’è nulla di tanto doloroso da non potere essere pensato, detto e ascoltato.

Con molto rispetto e con la consapevolezza che le risorse ci sono e possono essere usate per prendere in mano la propria vita.

 

 

La paura: non mettiamola in un angolo

La paura gronda dalle trame di film e libri, dalle trasmissioni televisive, dai videogiochi.

Questo rende le persone capaci di maneggiarla? No.

La comunicazione di massa suscita la paura con vicende collocate in un altrove che rassicura e intorpidisce.

I sentimenti provati sono autentici, ma sono destinati a depositarsi in un angolo di mondo interno quando si chiude il libro giallo o si cambia canale.

Con leggero ma innegabile sollievo.

Ma i sentimenti lasciati in un angolo aiutano a vivere una vita di relazioni nel qui ed ora? No.

Nel qui ed ora ci sono paure che hanno un nome e un volto: la paura di non essere all’altezza per citarne una tra le più corrosive.

Nel qui ed ora c’è la paura specializzata nel suscitare l’angoscia senza nome, quella che fa sentire in pericolo, con una minaccia tanto vaga quanto letale, senza alcuna possibilità di controllo.

La paura fa parte del mestiere di vivere? Sì.

In certi casi fa soffrire molto? Sì.

Si può maneggiare senza esserne travolti? Sì.

Si parla di questo nel secondo incontro con Danila Ghiano, sabato 1 aprile 2017, ore 14,30, studio di psicoterapia Rewind&Partners, Torino.

Per iscrizioni  tel. 3484446277

 

 

 

I sintomi hanno un senso e uno scopo


Troppo spesso le persone vengono etichettate con il nome del sintomo che esprimono, diventando “l’anoressica”, il “depresso”, e così via.
Questo accade quando la complessità di una persona viene ridotta ad una classificazione diagnostica che la definisce come oggetto, e non soggetto,  di un intervento terapeutico finalizzato ad eliminare i sintomi invece che a capire perché ci sono e d a cosa servono.
Nel nostro paese assistiamo da almeno vent’anni ad un fenomeno culturale alimentato dalla comunicazione di massa, volto ad esorcizzare il dolore, la sofferenza ed in genere  il senso del limite attraverso un controllo illusorio della realtà, agito con la sopraffazione, la negazione e la manipolazione.
Tutto ciò ha un peso non indifferente sul modo che molte persone hanno di mettersi in relazione con ciò che procura disagio e sofferenza.
La sofferenza diviene qualcosa di cui vergognarsi e di cui liberarsi istantaneamente, ed è rassicurante pensare che questo sia  possibile: basta attribuire la causa della sofferenza all’esistenza dei sintomi,  per poi demolire i sintomi ed il gioco è fatto.
Nella realtà della vita di ogni individuo, così come nella vita sociale, è evidente che questa è una visione delle cose non solo irrealistica, bensì distruttiva, per tre motivi fondamentali, qui brevemente descritti.

Il sintomo ha un senso ed uno scopo
Il sintomo è l’espressione di contenuti profondi che meritano di essere ascoltati e compresi, perché sono portatori di una miniera di risorse e di verità, utili per il cambiamento.
Inoltre il sintomo, per quanto pesante ed invalidante possa essere, svolge una funzione non immediatamente eliminabile per l’economia interna di quella persona.
Se il sintomo viene distrutto, senza prima avere elaborato perché si è determinato ed a cosa serve, la persona può essere esposta a problemi più gravi di quelli determinati dal sintomo stesso.

La sofferenza non è determinata dal sintomo
I sintomi veicolano una specie di strategia che la persona ha consolidato nel corso del tempo per far fronte ad esperienze traumatiche altrimenti intollerabili, che hanno in misura maggiore o minore sabotato, tra le altre cose, il processo di separazione-individuazione, l’autostima, la gestione dell’aggressività.
La persona vorrebbe stare bene e raggiungere gli obiettivi che le stanno a cuore, ma la strategia interna prescrive che senza di lei  non ci sia altro modo per vivere.
E’ evidente che per poter fare a meno dei sintomi bisogna mettere in discussione la strategia interna, vera causa della sofferenza della persona.
Considerare i sintomi come l’espressione di parti fondamentali della nostra personalità non significa che debbano essere mantenuti, anzi devono essere superati al più presto.

Tuttavia, la guarigione perchè possa essere autentica e duratura deve necessariamente passare attraverso una elaborazione, assolutamente personale ed autonoma, delle condizioni che hanno determinato e mantenuto attiva la  strategia disfunzionale interna.

La rabbia: trattiamola con gentilezza

Ci arrabbiamo tutti? Sì.

Perché a volte si pensa di dover eliminare la rabbia come se fosse qualcosa di sbagliato ?

Forse perché si è  penalizzati dai comportamenti che ne conseguono.

In certe situazioni, con certe persone e non con altre la rabbia travolge e ci si ritrova a dire e fare cose che non corrispondono alle scelte consapevoli.

La soluzione è scartavetrare la rabbia dal proprio bagaglio emotivo?

Molti cercano di farlo.

Ci riescono? No.

Perché chi tratta male una parte di sé così importante, anche senza rendersene conto, si ritrova a giocare una partita che nessuno vince.

C’è un modo per stare bene con la rabbia propria e degli altri? Sì.

Nella rabbia c’è un senso, qualcosa di prezioso che va trattato con rispetto.

Con gentilezza.

Qualcosa che va cercato in qualche cassetto dentro di sé e che una volta colto permette di fare scelte consapevoli, anche nella rabbia.

Si parla di questo nel primo dei cinque incontri con Danila Ghiano, sabato 25 marzo, ore 14, studio di psicoterapia Rewind Partners, Torino.

Per iscrizioni tel. 3484446277

 

 

L’urgenza della cura per il dolore psicologico

Viviamo immersi in una cultura che privilegia ciò che si vede e si tocca e siamo tranquillizzati dalla possibilità di intervenire subito su qualcosa che procura disagio.

In genere, il dolore fisico è evidente e attiva cure immediate.

Che ne è del dolore psicologico?

Non si vede, non si tocca, spesso non si capisce cosa sia, quasi mai si riesce a capire subito da dove arriva.

Allora ci si sente a disagio, alle prese con qualcosa che non permette di attivare una cura fisica che abbia il potere di rassicurare tutti.

E allora cosa si fa? Dipende.

Molto spesso si cerca di pensare ad altro, sforzandosi di credere che il dolore psicologico non è grave come quello fisico e quindi non può determinare conseguenze letali.

Niente di più sbagliato.

Se facciamo uno sforzo per uscire dalla razionalizzazione di massa che riguarda l’argomento ci accorgiamo delle persone che vivono con un persecutore interno che lentamente le uccide, delle persone stritolate da una tristezza che ogni giorno restringe la palizzata nella quale vivono, delle persone disposte ogni giorno a spostare di una tacca ciò che riescono a tollerare.

Persone che lentamente muoiono dentro, spesso convinte che la colpa di ciò che accade sia loro.

Si può curare la sofferenza psicologica?

Sì.

Come?

Con la parola, l’ascolto, l’alleanza terapeutica.

Ma anche con un viraggio di coscienza di massa che realizzi come la mente e il corpo siano la stessa cosa e come la cura della sofferenza psicologica non sia un lusso opzionale, bensì un bisogno che rientra nell’etica di una società civile.

La misura della felicità

“Molti uomini sprecano la loro vita nel tentativo di diventare ciò che non possono essere, dimenticando di essere ciò che possono diventare.” – E. Fromm

Lo scopo della psicoterapia psicodinamica è quello di prendersi cura della persona, affinchè questa possa capire l’origine dei suoi sintomi, elaborare la struttura che li determina e raggiungere la sua personale misura di felicità.

Il sintomo è come la punta di un iceberg che,  galleggiando sul pelo dell’acqua, cela e nello stesso tempo veicola un insieme di contenuti che meritano di essere accolti ed ascoltati ma che, per motivi molto seri, non lo sono affatto.

Proviamo a fare un esempio, chiedendo a chi legge di tollerare  la generalizzazione di  contenuti che, invece,  non possono che essere  personali e soggettivi.

Immaginiamo una persona con attacchi di panico ricorrenti, durante i quali si sente in pericolo, fa fatica a respirare e sente le braccia irrigidite. Se questa persona si autorizza ad analizzare i sintomi con la psicoterapeuta, può scoprire che la sensazione di pericolo è legata al vissuto interno di privazione di un punto di riferimento e di vuoto emotivo, la fatica a respirare è relativa a vissuti emotivi di appartenenza impotente ad una persona, l’irrigidimento agli arti superiori è connesso alla paura della propria rabbia.

Vediamo come i sintomi esprimano, in una specie di codice cifrato, contenuti tanto importanti quanto inascoltati nella vita quotidiana del paziente.

Al di là dell’ esempio riportato, i contenuti a cui facciamo riferimento possono essere bisogni e desideri, sentimenti e vissuti emotivi,  modi di vedere noi stessi e gli altri, ricordi, capacità, rappresentazioni di parti del corpo, e sono componenti fondamentali della struttura psichica chiamata Sé.

Su questo argomento, negli ultimi cinquant’anni la teoria delle relazioni oggettuali ha elaborato una revisione della matrice freudiana sui temi del conflitto e della tecnica psicoterapeutica estremamente interessante ed utile per una maggiore comprensione del paziente.

Tra i vari autori, in particolare E. Kohut ha scritto sul tema del Sé, inteso come centro della personalità, l’origine del sentimento per il quale l’uomo si sente polo libero e autonomo di percezioni, iniziative, rappresentazioni di sé e dell’altro.

Secondo l’autore, le esperienze infantili di squalifica, raggiro ed abbandono emotivo indeboliscono il Sé e mettono il bambino nella condizione di trovare un modo per sopravvivere emotivamente ad una condizione di pregiudizio per la sua integrità.

Torniamo per un attimo all’esempio precedente della persona con attacchi di panico: nella psicoterapia potrà emergere la figura di una madre insicura e depressa, che ha instaurato inizialmente un legame fusionale con il suo bambino, senza saper modulare i bisogni sia propri, sia del bambino di vicinanza e di autonomia, agendo frequentemente attacchi di rabbia e di rifiuto nei confronti del figlio.

All’epoca dei fatti, il bambino non aveva le risorse emotive e cognitive per accorgersi che la madre era incoerente, inaffidabile ed abbandonica e, soprattutto, il bambino aveva un disperato bisogno di lei ed era disposto a fare qualsiasi cosa per mantenere il legame.

La strategia interna si struttura quindi come un tentativo di adattamento, tanto rigido ed assoluto quanto tale  è la percezione della realtà di un bambino piccolo.

Per tornare ancora all’esempio, il bambino potrà convincersi che il comportamento della madre è determinato da lui, in particolare dalla sua eccessiva bisognosità, e costruirà un falso Sé per diventare quello che pensa che la madre voglia che lui sia, per poter sperare di essere amato.

Il falso Sé, tra gli altri prezzi che fa pagare, preclude la possibilità di entrare in contatto autentico con le emozioni come, nel caso citato, la sensazione angosciante di appartenere ad una persona che può usare l’altro come un oggetto, la mancanza di conforto, la rabbia.

Così una strategia interna prescriverà al paziente per il resto della vita un atteggiamento compiacente e nello stesso tempo inautentico e distanziante nei confronti delle figure affettive, minacciandolo di potenziale abbandono e di attacco distruttivo dell’altro  se questo comportamento fosse accantonato.

Gli attacchi di panico si incaricheranno di esprimere, in forma cifrata, l’ambivalenza tra il desiderio di autonomia e  la paura di perdere l’altro, oltre  e alla paura di agire la  rabbia nei confronti di una persona dalla quale si sente di dipendere.

Noi psicoterapeute del Centro Cypraea siamo profondamente convinte che una persona come questa desideri ardentemente, sia consapevolmente che inconsciamente,  avere una relazione autentica con sé stesso e con gli altri, e che una psicoterapia debba aiutarlo a disconfermare quello che la strategia interna disfunzionale gli prescrive.

Come dice bene la frase di Fromm, il paziente deve poter verificare che può smettere di cercare di essere qualcuno che una parte interna gli impone di essere, per autorizzarsi ad essere quello che è sempre stato, senza temere che questo lo distrugga.

La misura della felicità dipende dalla possibilità di entrare in contatto con tutte le parti del Sé, verificando nei fatti che non è vero che il contatto con le emozioni, anche le più impegnative come l’odio o il senso di non esistenza, sia talmente intollerabile da fare perdere il controllo della realtà.

E’ proprio il contatto con queste emozioni, esperito nella relazione con la psicoterapeuta, ciò che permette al paziente  di diventare più solido, consapevole ed attrezzato per orientarsi nella relazione con sè stesso e con gli altri.

La felicità vuole dire sapere chi si è e sentirsi liberi di amare ed essere amati dalle persone che stanno a cuore come individui autonomi e capaci.

La misura della felicità è la capacità per ciascuno di noi di prendersi cura di noi stessi con stima, rispetto ed ammirazione, per costruire un personale progetto di vita, unico ed irripetibile, che realizzi i bisogni e le  aspirazioni più personali.

 

La relazione psicoterapeutica

La relazione psicoterapeutica è una relazione tra due persone che sono alleate in un percorso di conoscenza, con ruoli diversi ed almeno tre  obiettivi comuni:

  1. Comprendere le condizioni che nel percorso di vita del paziente hanno creato e mantengono la sofferenza. La comprensione di cui parliamo non è cognitiva e passiva, bensì emotiva ed attiva. Per il paziente si tratta di una operazione di arricchimento della sua consapevolezza, fatta in prima persona e perciò non soggetta a debiti di riconoscenza o sudditanza nei confronti del terapeuta. Lo psicoterapeuta è un accompagnatore partecipe nel percorso, ma chi porta i contenuti, chi accetta di metterli in discussione, chi ha il coraggio di maneggiare i sentimenti, insieme al terapeuta, è il paziente. La conoscenza acquisita nella psicoterapia non è del terapeuta, bensì del paziente, e nessuno potrà mai portargliela via, perché è solo sua, unica come la sua vita.
  2. Permettere al paziente di rivivere nella relazione con lo psicoterapeuta gli stessi  modi di fare e di sentire sé stesso e gli altri, che lo fanno soffrire o lo mettono in difficoltà, con la possibilità di capire con qualcuno di fidato cosa sta succedendo e di  metterlo in discussione, sentendosi sufficientemente al sicuro. Andare a vedere cosa accade nella relazione con il terapeuta non è un lavoro finalizzato al mantenimento o al miglioramento della relazione stessa. Infatti è molto chiaro sia al paziente che allo psicoterapeuta che quella è sì una relazione tra due persone normali,  fatta di stima e rispetto reciproci, ma finalizzata unicamente alla comprensione dei meccanismi interni del paziente ed alla loro elaborazione. Il paziente ha la possibilità di constatare che il suo psicoterapeuta si colloca ad una distanza emotiva che gli permette di stare al suo fianco in una maniera leale e costantemente verificabile, non asettica poiché è esplicitamente dalla sua parte, ma neppure collusiva, invischiante o delegante come potevano o possono essere altre relazioni. La relazione tra paziente e psicoterapeuta è costruita apposta per essere chiara, onesta e costantemente  verificabile, poiché è uno strumento di conoscenza, oltre che una relazione vera  tra due persone che si mettono in gioco per un fine comune.
  3. Trovare la sua misura della felicità. La felicità ha un significato che non si può generalizzare, perchè è relativa al percorso di vita, alle scelte, allo stile, alle esperienze più personali. Per qualcuno la felicità significa smettere di soffrire nella relazione con il proprio partner, per un altro significa smettere di pensare costantemente al cibo. Per un altro ancora la felicità significa riuscire a modulare la rabbia per mantenere dei rapporti costanti con il prossimo. Nella psicoterapia, ognuno è libero di trovare la propria personale formula della felicità, in una maniera assolutamente autonoma e creativa,  che passa attraverso un lavoro di conoscenza di sé e dell’altro. La psicoterapia rende esplicita l’esistenza di una strategia interna, formatasi per motivi molto seri, che ha il potere di  ostacolare e sabotare la capacità insita in ciascuno di noi di essere felice per ciò che è, e non per ciò che dovrebbe essere. La felicità dipende non solo dal superamento dei sintomi e dei comportamenti penalizzanti, ma anche dalla capacità di essere sé stessi, con la consapevolezza di meritare stima, rispetto ed affetto da chiunque.

La gentilezza in psicoterapia

“Non c’è niente di più forte della gentilezza e non c’è niente di più gentile della vera forza.” – W. Sockman

 

Ciò che caratterizza maggiormente l’orientamento psicodinamico nel vasto panorama delle psicoterapie oggi disponibili è il fatto che esso, più di ogni altro, pone l’accento sulla relazione tra paziente e psicoterapeuta.

Si tratta di una relazione speciale, perché è,  nello stesso tempo, uno strumento di lavoro per la conoscenza ed una esperienza concreta di relazione tra due persone.

Scrivendo “strumento di lavoro per la conoscenza” facciamo riferimento al fatto che la relazione terapeutica permette al paziente di vivere con la psicoterapeuta gli stessi stati d’animo ed i modi di fare e di essere che normalmente vengono agiti nella realtà quotidiana, con la possibilità di vederli, ascoltarli ed elaborarli.

Questo aspetto della relazione viene chiamato transfert, ed è la chiave di volta della psicoterapia psicodinamica.

Tuttavia, la relazione psicoterapeutica è utile al paziente non solo perché permette il dispiegarsi del transfert, con la relativa analisi dello stesso.

La relazione è  una esperienza per il paziente di contatto ed esplorazione di sé, mentre è alle prese con una persona come la psicoterapeuta che testimonia di volta in volta nei fatti che è autenticamente interessata a lui.

Al di là delle parole, la psicoterapeuta dimostra nei fatti che si possono accogliere e maneggiare le emozioni senza farsene travolgere, si può essere critici senza giudicare, si può dire no senza rifiutare, si può stare vicini senza possedere o essere posseduti, si può avere bisogno senza dipendere, si può odiare senza distruggere.

Per fare, o per meglio dire, essere questo, la psicoterapeuta deve necessariamente avere un percorso formativo che integra la sua psicoterapia psicoanalitica personale con una formazione cognitiva ed una tecnica clinica.

Noi pensiamo che il contenuto fondamentale che permette alla psicoterapeuta di operare una sintesi tra  quanto ha studiato, quanto sa di sé attraverso la sua analisi e quanto ha appreso dai suoi supervisori sia la disponibilità emotiva ad accogliere la soggettività dell’altro.

Detto in altre parole:  la gentilezza.

Secondo l’ortodossia classica freudiana il compito fondamentale del terapeuta è di aiutare il paziente a portare alla coscienza i contenuti inconsci, e per fare questo deve mantenersi neutrale nei confronti dei conflitti dei pazienti, non deve  rassicurare,  nè esercitare autorità e deve basarsi sulle interpretazioni delle resistenze.

In questa logica è sbagliato da parte dello psicoterapeuta essere cordiale ed accettante nei confronti del paziente, perché così facendo gratifica la dipendenza inconscia del paziente, impedendogli di affrontarla ed elaborarla.

Questa è la tecnica psicoanalitica, e va senza dubbio presa in considerazione, ma noi riteniamo che non sia  il paziente a doversi adattare ad una formulazione teorica, bensì sia la tecnica a doversi adattare ai bisogni del paziente, diversi di volta in volta.

L’utilità di un atteggiamento distaccato dipende da quali sono i vissuti e le credenze interne del paziente, i suoi piani ed i suoi obiettivi, ed in molti casi non solo non serve a mettere in discussione tali credenze, bensì le conferma.

Il paziente può essere aiutato a disconfermare le sue credenze patogene se ha la possibilità di verificare che la sua psicoterapeuta prende posizione contro di loro e si schiera con lui contro la parte che vorrebbe mantenerle, permettendogli così di capire che i pericoli presagiti dalle sue convinzioni patogene non sono reali.

Prendiamo per esempio una persona timida ed insicura per la credenza interna di non valere nulla e di essere un peso per gli altri. Se la sua psicoterapeuta ha con lei un atteggiamento gentile ed accogliente e  dimostra concretamente  l’interesse di lavorare con lei, si pone automaticamente come prova vivente del fatto che la credenza interna del paziente è incongrua, ed apre la strada alla messa in discussione di una struttura profondamente distruttiva.

Per essere gentili non si intende dunque un “agire” nel senso di fare, prescrivere o proibire alcunché e nemmeno l’agire in vece del paziente. Non si intende neppure essere invadenti o collusivi.

Si intende piuttosto un atteggiamento che fa uscire la psicoterapeuta dagli schemi della neutralità distanziante e le permette di  testimoniare al paziente la disponibilità a credergli, a stare dalla sua parte, a tutelarlo.

La gentilezza ha un grande potere. Essere gentili vuole dire non odiare il sintomo, non volerlo strappare di dosso al paziente come un dente cariato; la gentilezza implica uno sguardo che non giudica, che non è asettico, indagatore, normalizzante, ma accoglie con rispetto e pudore tutto ciò di cui l’altro è portatore.

Essere gentili significa anche essere forti e fermi, poiché la psicoterapia non è solo fatta di accoglienza e condivisione, è fatta anche di messa in discussione e di possibili contrasti tra paziente e psicoterapeuta.

Anche in questi casi, la gentilezza consente di verificare di volta in volta, nei fatti e non nelle parole, che si può essere in disaccordo senza mai mettere da parte la stima, il rispetto reciproco e la voglia di confrontarsi.