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Ansia e attacchi di panico: non è giusto stare così male

Senso di pericolo per qualcosa di grave che non si può controllare.

Paura buia, senza nome e senza volto.

Vuoto freddo che atterrisce, toglie il fiato, fa battere disordinatamente il cuore.

Solitudine infinita e disperata.

Questo è un elenco parziale di cosa prova chi passa attraverso un attacco di panico.

“E’ tutta questione di testa…” dicono alcuni.

Non si capisce cosa significa questa affermazione.

Che chi ha un attacco di panico vive un disagio immaginario?

Oppure che i vissuti di angoscia si potrebbero controllare con un atto di volontà?

In ogni modo: niente di più sbagliato.

Chi vive un attacco di panico passa attraverso un’esperienza reale oltre che devastante e le emozioni che prova sono assolutamente autentiche.

Ciò che confonde è che l’angoscia provata sembra non giustificata dalla realtà circostante.

Apparentemente, non c’è motivo di stare così male.

In realtà il motivo c’è eccome, ma si trova nel mondo interno, non in quello esterno.

Questo vuol dire che si è visionari o, peggio, matti?

Proprio per niente.

Vuole dire che nella storia di chi soffre di ansia e attacchi di panico ci sono esperienze importanti vicine o lontane nel tempo e che ci sono i modi trovati per farvi fronte.

Il tutto è tenuto sotto chiave in un cassetto del mondo interno e spesso è quasi dimenticato.

Si tratta di qualcosa con un peso atomico notevole che per motivi seri non può essere riconosciuto.

L’ansia e gli attacchi di panico sono il modo attraverso il quale questi contenuti vengono fuori.

Un modo discutibile, diciamo.

Perché fa stare troppo male.

E’ per questo che deve essere sostituito al più presto.

Con cosa? Con la parola e l’ascolto.

L’ascolto di ciò che è depositato nel cassetto e dei motivi che lo tengono là.

La parola per condividere e fare meno fatica.

Nella vita di ogni persona non c’è nulla di tanto doloroso da non potere essere pensato, detto e ascoltato.

Con molto rispetto e con la consapevolezza che le risorse ci sono e possono essere usate per prendere in mano la propria vita.

 

 

La colpa non è di moda

Viviamo in un mondo confuso dove sentirsi in colpa non è di moda.

Si può scatenare un conflitto nucleare continuando a sorridere dai telegiornali.

La responsabilità verso sé e verso l’altro? Cosa malleabile.

C’è qualcosa di perverso che non fa sentire la colpa a chi ce l’ha.

La fa sentire invece a chi subisce.

Quante persone oggi si sentono inadeguate? Tante.

Quante persone si sentono in colpa senza motivi realistici? Troppe.

E’ come se la colpa si polarizzasse tra gli estremi del tutto e del niente.

Senza giustizia e senza rispetto.

Nella complessità, cosa può dare una mano?

Accorgersi che ci sono meccanismi che si attivano senza tutela alcuna, capaci di triturare la realtà riducendola a una poltiglia plasmabile a piacimento.

Diventare consapevoli del funzionamento di strutture che agiscono nel mondo interno delle singole persone con sorprendenti analogie con la strategia del potere nel mondo esterno.

Parola chiave? Tutela.

Volersi bene tanto da non permettere che qualcuno o qualcosa faccia sentire in colpa ferendo e umiliando.

 

La confusione: non confondiamoci

Sentirsi senza una centratura affidabile, con una sensazione che è un misto di fragilità e incertezza.

Nessuno è immune da questa esperienza.

Eppure viviamo in un mondo dove sembra che per andare bene si debba essere solo coerenti, pieni di certezze e senza contraddizioni.

Come la mettiamo?

Cioè, dove mettiamo l’ambivalenza, i limiti, la confusione?

Spesso finiscono sottochiave nell’angolo meno frequentato del mondo interno.

Questo rende forti, coesi e consapevoli? No. Il contrario.

Perché si resta in parte sconosciuti a sé stessi.

E poi si può stare certi che in certe situazioni, con certe persone, si attiverà una sensazione come di paura di essere scoperti che riesce a corrodere anche l’autostima più nerboruta.

Con la sensazione di poter perdere qualcosa di fondamentale.

Si può affrontare la confusione senza confondersi?

Senza sentirsi inadeguati o in pericolo?

 

Si parla di questo nel quarto incontro con Danila Ghiano, sabato 22 aprile 2017, ore 14,30, studio di psicoterapia Rewind&Partners, via f.lli Carle 4, Torino.

Per informazioni e iscrizioni tel. 3484446277

 

 

 

 

La soggettività dell’operatore nella relazione di intervento sull’ altro

Basta avere una formazione cognitiva per orientarsi nella relazione di intervento sull’altro?

No.

E’ sicuramente una parte importante nel cassetto degli attrezzi dello psicologo, del professionista HR, dell’insegnante e di tutti coloro che sono coinvolti nelle relazioni di intervento, ma non basta.

Perché?

Nella trama e nell’ordito dello scambio relazionale si declinano le reciproche biografie, i reciproci meccanismi di difesa, le reciproche proiezioni e identificazioni, i reciproci bisogni.

La soggettività degli interlocutori elabora continuamente campi  intercomunicanti e interdipendenti.

In questa complessità  entrano in gioco contenuti potenti che viaggiano sopra, sotto, attraverso l’area della razionalità, regno del sapere cognitivo.

A volte questi contenuti sono consapevoli, altre volte lo sono in parte.

Molto spesso non lo sono affatto.

Sono contenuti che generano  stati d’animo che non possono non condizionare il nostro comportamento.

C’è un’enorme differenza, qualitativa e quantitativa, tra chi è consapevole di questi vissuti e chi non lo è.

Perché in certe relazioni ci viene spontaneo cercare di compiacere l’altro? Oppure proviamo la voglia di mettere distanza?

Perché nel sistema relazionale nel quale ci troviamo si sta attivando qualcosa di significativo, che merita senz’altro un ascolto attento.

Stiamo dicendo che per andare bene bisogna controllare tutto?

No. Il contrario.

Stiamo dicendo che nei sistemi relazionali c’è una vasta area di contenuti che sfuggono al nostro diretto controllo razionale e le persone che lo sanno, e lo tollerano, hanno più strumenti per orientarsi nella loro professione e per elaborare una domanda di formazione mirata all’ascolto della propria soggettività.

 

 

 

 

 

 

La relazione psicoterapeutica

La relazione psicoterapeutica è una relazione tra due persone che sono alleate in un percorso di conoscenza, con ruoli diversi ed almeno tre  obiettivi comuni:

  1. Comprendere le condizioni che nel percorso di vita del paziente hanno creato e mantengono la sofferenza. La comprensione di cui parliamo non è cognitiva e passiva, bensì emotiva ed attiva. Per il paziente si tratta di una operazione di arricchimento della sua consapevolezza, fatta in prima persona e perciò non soggetta a debiti di riconoscenza o sudditanza nei confronti del terapeuta. Lo psicoterapeuta è un accompagnatore partecipe nel percorso, ma chi porta i contenuti, chi accetta di metterli in discussione, chi ha il coraggio di maneggiare i sentimenti, insieme al terapeuta, è il paziente. La conoscenza acquisita nella psicoterapia non è del terapeuta, bensì del paziente, e nessuno potrà mai portargliela via, perché è solo sua, unica come la sua vita.
  2. Permettere al paziente di rivivere nella relazione con lo psicoterapeuta gli stessi  modi di fare e di sentire sé stesso e gli altri, che lo fanno soffrire o lo mettono in difficoltà, con la possibilità di capire con qualcuno di fidato cosa sta succedendo e di  metterlo in discussione, sentendosi sufficientemente al sicuro. Andare a vedere cosa accade nella relazione con il terapeuta non è un lavoro finalizzato al mantenimento o al miglioramento della relazione stessa. Infatti è molto chiaro sia al paziente che allo psicoterapeuta che quella è sì una relazione tra due persone normali,  fatta di stima e rispetto reciproci, ma finalizzata unicamente alla comprensione dei meccanismi interni del paziente ed alla loro elaborazione. Il paziente ha la possibilità di constatare che il suo psicoterapeuta si colloca ad una distanza emotiva che gli permette di stare al suo fianco in una maniera leale e costantemente verificabile, non asettica poiché è esplicitamente dalla sua parte, ma neppure collusiva, invischiante o delegante come potevano o possono essere altre relazioni. La relazione tra paziente e psicoterapeuta è costruita apposta per essere chiara, onesta e costantemente  verificabile, poiché è uno strumento di conoscenza, oltre che una relazione vera  tra due persone che si mettono in gioco per un fine comune.
  3. Trovare la sua misura della felicità. La felicità ha un significato che non si può generalizzare, perchè è relativa al percorso di vita, alle scelte, allo stile, alle esperienze più personali. Per qualcuno la felicità significa smettere di soffrire nella relazione con il proprio partner, per un altro significa smettere di pensare costantemente al cibo. Per un altro ancora la felicità significa riuscire a modulare la rabbia per mantenere dei rapporti costanti con il prossimo. Nella psicoterapia, ognuno è libero di trovare la propria personale formula della felicità, in una maniera assolutamente autonoma e creativa,  che passa attraverso un lavoro di conoscenza di sé e dell’altro. La psicoterapia rende esplicita l’esistenza di una strategia interna, formatasi per motivi molto seri, che ha il potere di  ostacolare e sabotare la capacità insita in ciascuno di noi di essere felice per ciò che è, e non per ciò che dovrebbe essere. La felicità dipende non solo dal superamento dei sintomi e dei comportamenti penalizzanti, ma anche dalla capacità di essere sé stessi, con la consapevolezza di meritare stima, rispetto ed affetto da chiunque.