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L’urgenza della cura per il dolore psicologico

Viviamo immersi in una cultura che privilegia ciò che si vede e si tocca e siamo tranquillizzati dalla possibilità di intervenire subito su qualcosa che procura disagio.

In genere, il dolore fisico è evidente e attiva cure immediate.

Che ne è del dolore psicologico?

Non si vede, non si tocca, spesso non si capisce cosa sia, quasi mai si riesce a capire subito da dove arriva.

Allora ci si sente a disagio, alle prese con qualcosa che non permette di attivare una cura fisica che abbia il potere di rassicurare tutti.

E allora cosa si fa? Dipende.

Molto spesso si cerca di pensare ad altro, sforzandosi di credere che il dolore psicologico non è grave come quello fisico e quindi non può determinare conseguenze letali.

Niente di più sbagliato.

Se facciamo uno sforzo per uscire dalla razionalizzazione di massa che riguarda l’argomento ci accorgiamo delle persone che vivono con un persecutore interno che lentamente le uccide, delle persone stritolate da una tristezza che ogni giorno restringe la palizzata nella quale vivono, delle persone disposte ogni giorno a spostare di una tacca ciò che riescono a tollerare.

Persone che lentamente muoiono dentro, spesso convinte che la colpa di ciò che accade sia loro.

Si può curare la sofferenza psicologica?

Sì.

Come?

Con la parola, l’ascolto, l’alleanza terapeutica.

Ma anche con un viraggio di coscienza di massa che realizzi come la mente e il corpo siano la stessa cosa e come la cura della sofferenza psicologica non sia un lusso opzionale, bensì un bisogno che rientra nell’etica di una società civile.

Il muro

Quando una persona sta molto male, incomincia a dividere non solo i suoi sentimenti ma anche le cose e le persone in giusti e sbagliati, buoni e cattivi, amici e nemici.

E’ un meccanismo che in una certa misura fa parte del nostro bagaglio di esseri umani e che in alcuni casi è utile perché almeno per un poco fa sentire meno angosciati, meno in pericolo, meno sbagliati.

Però è un meccanismo che presenta, presto o tardi, dei conti altissimi che ricadono non solo su chi lo attua ma in prima battuta su coloro che lo subiscono.

Il meccanismo prevede l’individuazione di un Altro da usare come si userebbe un oggetto, una cosa, una lavagna per esempio.

L’Altro può essere scelto sulla base del colore della pelle, della religione o più semplicemente dello stile di vita diversi dai propri.

La diversità è un dato di realtà della nostra vita.

Si è diversi tra moglie e marito, tra genitori e figli, tra colleghi di lavoro.

Questo non significa essere migliori o peggiori, bensì differenti.

La diversità non è qualcosa che necessariamente divide, è invece qualcosa che può unire nella differenza.

Nel meccanismo che ci interessa capire, invece, la diversità dell’Altro diventa una occasione per attuare qualcosa di artificioso e violento.

Innanzi tutto si consolida una linea di demarcazione tra due luoghi nettamente differenti, uno che contiene l’essere totalmente adeguati, fare le cose giuste e meritare considerazione, l’altro che raccoglie l’essere cattivi, sbagliare tutto e non meritare niente.

Dopo questa divisione, occorre mettere fuori da sé proprio quello che risulta intollerabile riconoscere come proprio, collocando sé stesso nella parte buona e utilizzando l’Altro come deposito della parte cattiva.

Si tratta di un’operazione violenta, che mette a dura prova l’identità di una persona, ma che deve essere fatta necessariamente se si vuole mantenere una parvenza di equilibrio senza mettersi seriamente in discussione.

Chi compie questa operazione ha il vantaggio immediato di sentirsi relativamente a posto, ma si ritrova ad agire un atto violento nei confronti di persone innocenti e inconsapevoli, per il proprio tornaconto.

Come riuscire a convivere con il senso di aggressività, pericolosità e spregevolezza insite in un simile atto?

Proiettando tutto questo sull’Altro, come su una lavagna.

L’Altro diventa quindi quello pericoloso, distruttivo, colpevole e disprezzabile, assolvendo ancora una volta la funzione di allontanare dalla coscienza le vere responsabilità di quello che si sta compiendo.

Il filo rosso che unisce questa riflessione agli accadimenti attuali risulta evidente.

Il presidente Trump, ad esempio, ha deciso di costruire un muro per difendere il suo Paese dal traffico di droga e dalla delinquenza e dai comportamenti antisociali individuando nell’immigrazione la causa di questi problemi e individuando proprio nel territorio messicano il luogo dove agire.

Il senso di sollievo è immediato: l’angoscia devastante per il disagio sociale crescente in maniera esponenziale viene contenuta da un uomo che individua il problema, ne comprende la causa e agisce per risolverlo. Evviva!

Eppure basta grattare appena un poco questa vernice dorata per intravedere una realtà decisamente meno rassicurante.

Non potrebbe essere che la determinazione  nel costruire il muro sia direttamente proporzionale al bisogno di tenere insieme i pezzi di un Paese che per la prima volta sente vacillare la certezza di un primato economico sugli altri, vede crescere la disoccupazione interna ed è inerme di fronte alla minaccia terroristica?

Siamo sicuri che è l’immigrazione la causa di un tale disagio in America?

Non sarà che è un problema che arriva da lontano, che vede l’America coinvolta in un gioco che implica fatica e sofferenza per essere compreso e messo in discussione?

 

 

 

 

Come semi in una zucca vuota

Il bombardamento mediatico che ci sommerge di notizie riguardati atti di violenza suscita sentimenti di sgomento, dispiacere per le vittime, esecrazione per i perpetratori.

Invariabilmente ci si chiede come sia possibile che un essere umano agisca intenzionalmente su di un altro tali atti di devastazione emotiva e fisica.

I media diffondono dettagli spesso raccapriccianti dell’accaduto ma mai, assolutamente mai, forniscono elementi coerenti riguardanti il contesto relazionale e i vissuti emotivi delle persone che hanno avuto un ruolo nella vicenda.

Non si parla di come un’aggressione si struttura nella mente del perpetratore né delle condizioni che gli permettono di agirla.

Non si parla neppure della possibilità di prevenire le aggressioni, dal momento che tali atti sono considerati a-normali, cioè totalmente avulsi dal funzionamento mentale della media delle persone e quindi imprevedibili e incomprensibili.

Le aggressioni vengono considerate,  a seconda dei casi, atti di pura follia, cioè comportamenti di persone con un contatto alterato con la realtà, oppure episodi di una devianza tale da fare dei perpetratori esseri dis-umani, talmente lontani dalla normalità da essere totalmente  incomprensibili e perduti.

Una lettura come questa è rassicurante perché permette di circoscrivere il tema della violenza in un ambito definito e soprattutto ascrivibile all’altro: gli atti di violenza sono compiuti da persone matte o sbagliate, e ad essere matto o sbagliato è qualcuno lontano e diverso dalla maggioranza delle persone.

A guardare bene, in questa logica ci sono diversi passaggi che, ascoltati e messi in discussione, permettono una lettura più ampia e consapevole della realtà.

Il primo passaggio riguarda la tendenza a non prendersi cura delle emozioni, proprie e altrui. Il contatto con la violenza,  anche quella sentita al telegiornale, è un  “pugno nello stomaco” psicologico, perché apre uno spiraglio su vissuti emotivi che riguardano tutti ma che, essendo assai scomodi e pesanti, spesso vengono chiusi in un cassetto.

Parliamo, tra le altre, delle esperienze emotive di odio, del senso di ingiustizia e della sete di vendetta attraverso la sopraffazione dell’altro. Si tratta di emozioni che riguardano la maggioranza delle persone normali, dal momento che un numero impressionante di adulti è stato un bambino alle prese con relazioni violente che lo hanno fatto sentire sbagliato, cattivo, ridicolo e hanno suscitato in lui sentimenti molto forti che riguardano l’odio e la violenza contro gli altri.

Spesso questi sentimenti sono troppo dolorosi e pericolosi per essere riconosciuti e tollerati: quando un fatto di cronaca costringe a farci i conti, la tendenza generale, in primis dei media, è quella di difendersi dal contatto emotivo con queste emozioni rendendole irriconoscibili come proprie,  ascrivendole a qualcuno vissuto come lontano e diverso.

La violenza agita dall’aggressore che picchia e stupra una bambina di tredici anni ha la stessa matrice della violenza di chi invoca la pena di morte per questo perpetratore. Sono diversi gli scenari emotivi, sociali e relazionali, ma è uguale il vissuto di odio, il desiderio di sopraffazione e la riduzione dell’altro a essere dis-umano.

La trasformazione dell’altro in qualcuno, o meglio qualcosa, di talmente diverso e lontano da perdere le caratteristiche di dignità umana è, oltre il mancato riconoscimento delle emozioni, il secondo elemento costitutivo della logica che considera le aggressioni come atti di follia o devianza incomprensibili e perciò imprevedibili.

Primo Levi, nel suo libro Se questo è un uomo descrive così lo sguardo dell’ufficiale nazista che alza gli occhi dal foglio di valutazione che sta compilando per posarli su di lui:

“Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania. Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere. Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che non contenga qualche elemento utilizzabile». E nel mio capo, come semi in una zucca vuota: «Gli occhi azzurri e i capelli biondi sono essenzialmente malvagi…”

L’Autore non solo descrive il meccanismo dell’odio che scinde il buono dal cattivo, proietta ciò che è cattivo sulla vittima e  la riduce a “qualcosa” che non è più riconoscibile come simile. Primo Levi riesce a far arrivare fino a noi la consapevolezza che la scissione produce scissione, così come il dolore provoca violenza. Lui, vittima incolpevole dell’odio razziale, vede girare nella sua testa quasi con stupore gli stessi semi dell’odio del suo persecutore: l’Altro, diverso da me, è altro da me, è cattivo…  quelli con gli occhi azzurri e i capelli biondi sono malvagi…

I meccanismi di scissione e di proiezione apparentemente proteggono dalla sofferenza, ma il più delle volte la producono e la perpetuano. Una società che continua a credere che le aggressioni, gli stupri, gli omicidi sono fatti incomprensibili e imprevedibili agiti da persone matte o deviate da chiudere in manicomio o in carcere per il resto della loro vita è una società cieca e sorda, che non comprende la complessità e la gravità di un fenomeno dalla portata più ampia di quella comunemente percepita, e indirettamente lo alimenta.

Una società che non capisce è una società che non ha strumenti per cambiare.

Fino a quando risulterà impossibile comprendere in maniera autentica i meccanismi che portano una persona ad aggredire e annientare emotivamente e fisicamente un suo simile non sarà possibile attuare un valido sistema di prevenzione,  intervento e riparazione.