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Volersi bene: serve davvero?

Ci sono persone che si amano senza sforzo, ma per molti volersi bene è un esercizio faticoso, come se ci fosse qualcosa di stucchevole e un po’ stupido, se non colpevole, nello stimarsi e nel prendersi cura di sé.

Allora vale la pena capire cosa vuole dire volersi bene. Tanto per cominciare: fare il proprio bene.

Non è una cosa che si può insegnare, ma imparare sì.

Come?

Coltivando il rispetto di sé, trattandosi con gentilezza senza mai mettere in discussione un elemento fondamentale: si è persone interessanti non tanto per quello che si fa o si dice, ma per quello che si è.

In ogni scelta, in ogni relazione si mette in gioco la propria storia e la propria identità, perciò è molto importante sapere chi si è.

Cosa rende felice, cosa spaventa, di cosa si ha più bisogno?

Ogni persona porta in sé identità, storia e modo di funzionare unici e irripetibili che vanno rispettati.

Come tradurre il rispetto nella vita di tutti i giorni?

Non permettendo a qualcosa di interno o a qualcuno di esterno di attaccare impunemente, ad esempio giudicando o facendo sentire a disagio.

Occorre accendere un riflettore sulle persone che si è, accorgendosi di non meritare affatto di essere trattati con indifferenza, supponenza, fatica, compatimento, rabbia, odio.

Quando questo accade è necessario fermarsi a riflettere anche solo per un momento. per mettere insieme i pezzi, soprattutto quelli che non quadrano.

Dove finisce la propria responsabilità e dove comincia quella dell’altro?

Per orientarsi bisogna fare riferimento alla stima di sé.

Ogni persona merita rispetto e se questo non accade i conti non tornano.

Non serve alzare l’asticella di ciò che si è disposti a tollerare, non serve dare spiegazioni razionali a ciò che razionale non è, non serve sperare che prima o poi qualcosa accadrà e che le cose cambieranno.

Serve invece accorgersi che c’è qualcosa che fa soffrire e che questo non è giusto.

Avere uno sguardo affettuoso su di sé significa pensare di avere delle cose buone e di poterle anche ricevere dagli altri, perché lo si merita.

 

 

La timidezza

“ Sorrise come soltanto i veri timidi sanno sorridere. Non era la risata facile dell’ottimista né il rapido sorriso tagliente dei testardi ostinati e dei malvagi. Non aveva niente a che fare col sorriso equilibrato, usato di proposito, del cortigiano o del politicante. Era il sorriso strano, inconsueto, che sorge dall’abisso profondo, buio, più profondo di un pozzo, profondo come una miniera profonda, che è dentro di loro.”- Ernest Hemingway

Una definizione

La timidezza è una forma di disagio più o meno pesante nella relazione con gli altri,  capace di limitare fortemente la qualità della vita di chi ne è vittima. I livelli di gravità possono andare da una minima difficoltà a parlare in pubblico ad una quasi impossibilità di avere una normale vita di relazione.

Generalmente si tende a confondere la timidezza con l’introversione, mentre le due condizioni sono del tutto diverse. L’introversione è un tratto di personalità nel quale le persone si possono riconoscere stando bene con sé stesse e con gli altri, potendo uscire dalla loro riservatezza con un atto di volontà. La timidezza invece è una condizione ingabbiante e mortificante dove le persone, pur desiderandolo moltissimo, non riescono a mettersi in gioco come vorrebbero nelle relazioni che le interessano di più e non possono uscire da questa condizione operando una scelta consapevole.

Il giudizio che distrugge

Le persone timide sono intelligenti e sensibili, con un ricchissimo mondo interno ed una profonda capacità di contatto emotivo e di comunicazione che vengono sistematicamente sabotate da un sistema di pregiudizi interni. Questi pregiudizi si sono consolidati durante l’infanzia e l’adolescenza e tendono a fare sentire le persone che ne sono vittima come del tutto inadeguate nella relazione con l’altro vissuto come capace, a posto, all’altezza della situazione.

Generalmente chi è vittima di un tale sabotaggio alla propria autostima tende a sentirsi giudicato dagli altri, con la sensazione che questo  giudizio non sia benevolo o neutro, bensì corrosivo, malevolo, capace di far vergognare.

Quando una persona timida è costretta ad esporsi in una relazione, tanto più con una persona facilmente collocabile su un piedistallo come in gamba, potente e giudicante, la preoccupazione ed il disagio possono diventare così grandi da mettere in scacco le normali competenze personali come ad esempio la lucidità cognitiva, la memoria, il linguaggio.

Come si può sconfiggere

E’ molto importante che tutte le persone che soffrono di questa forma di persecuzione interna sappiano che se ne può uscire, mettendo in discussione i pregiudizi interni che la alimentano con lo strumento della psicoterapia.

I pregiudizi interni sono determinati da esperienze vissute nell’infanzia,  con  figure di riferimento non sufficientemente capaci di rispecchiare un’immagine adeguata del bambino.

Ovviamente vanno considerati i diversi livelli di gravità dei comportamenti dei genitori, così come sono ampie ed assolutamente personali le strategie che tali comportamenti vanno a determinare nel mondo interno di ogni bambino.

Chiedendo scusa a chi legge per la necessaria generalizzazione, possiamo dire che ciò che incide nella formazione delle strategie adattative del bambino sono situazioni di  mancato riconoscimento della sua soggettività,  di abbandono emotivo, di invischiamento adultizzante, di maltrattamento fisico.

La condizione di dipendenza emotiva e di insufficiente esperienza del bambino fa in modo che gli sia impossibile accorgersi di essere vittima di comportamenti sbagliati da parte degli adulti.

Per non perdere la speranza di essere accettato, il bambino sia consapevolmente che inconsapevolmente si convince di essere lui la causa dell’atteggiamento maltrattante delle figure di riferimento. Tale convincimento, scellerato nella sua ingiustizia, consente tuttavia al bambino di mantenere una immagine illusoriamente buona delle persone con cui vive e, nei casi più gravi, gli impedisce di arrivare a livelli di sofferenza ingestibile da soli, come la consapevolezza di essere nelle mani di persone pericolose, senza poter avere speranza di ricevere aiuto.

Le esperienze traumatiche, per essere tollerate dal bambino, impongono una strategia di adattamento che sabota la rabbia, la capacità di far valere le proprie ragioni e la capacità critica,  ed impone al bambino che diventerà adulto un atteggiamento idealizzante nei confronti dell’altro e squalificante nei confronti di sé stesso.

Tutto questo può e deve essere affrontato con una psicoterapia, che permette al paziente di entrare in contatto con le sue emozioni più autentiche come, tra le altre,  la disperazione e la rabbia senza esserne travolti.

Attraverso la relazione con la psicoterapeuta, il paziente si prende cura di sé mettendo in discussione la strategia interna che lo ingabbia in una condizione mortificante.

In questo modo il paziente verifica nei fatti che può vivere facendo a meno della strategia interna  e che si può permettere di essere sé stesso, senza sofferenza.

I sintomi

Troppo spesso le persone vengono etichettate con il nome del sintomo che esprimono, diventando “l’anoressica”, il “depresso”, e così via. Questo accade quando la complessità di una persona viene ridotta ad una classificazione diagnostica, ed è proprio quello che si deve evitare.

Sarebbe lecito, addirittura,  interrogarsi sulla legittimità di una trattazione relativa alle manifestazioni sintomatiche, dal momento che la linea di intervento del nostro studio considera  il sintomo non come la causa della sofferenza del paziente, quanto  come l’espressione di una strategia interna che si è consolidata nel tempo e che deve essere messa in discussione.

Se da una parte la  persona non può essere ricondotta ai problemi psicologici che manifesta,  dall’altra tali problemi non sono codificabili in maniera massificata, poiché si declinano a seconda delle situazioni e dei vissuti emotivi correlati.

I sintomi, così come la persona che li vive, meritano rispetto, poiché sono l’espressione di “quella” persona unica ed irripetibile come la sua storia.

Ciò che autorizza una raccolta di articoli sulle principali problematiche psicologiche è la consapevolezza che descrivere i sintomi equivale a fare una mappa di vere e propri indicatori che segnalano la presenza di una situazione interna di pregiudizio per l’integrità della persona.

I sintomi infatti, con la loro stessa esistenza, testimoniano l’esistenza di una strategia interna in grado di produrre sofferenza a livelli a volte intollerabili, spesso senza che il paziente sia pienamente consapevole dei prezzi che deve pagare per il mantenimento dell’apparente status quo.

La strategia interna, strutturatasi sulla base di esperienze traumatiche infantili, prescrive la rinuncia al contatto con le emozioni più profonde, costringe ad una vita molto al di sotto delle reali potenzialità ed impedisce al paziente di sapere chi è veramente.

Le argomentazioni che la strategia interna utilizza per autoconfermarsi sono le più varie, la più efficace di tutte è cercare di dimostrare che il suo mantenimento  è indispensabile per la sopravvivenza di quella persona, o delle persone che la circondano.