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Violenza psicologica, violenza fisica nelle relazioni. Allontanarsi può essere difficile

Lucia mi ha chiesto aiuto, ma  la prima volta che ci  incontriamo è in evidente difficoltà, le parole fanno fatica ad uscire, poi con lo sguardo basso, mi dice ” Come faccio a fidarmi? Vorrei chiedere aiuto,…..capire come mai mi sono ritrovata in quella relazione, ma chi mi crede?, faccio fatica a pensare che qualcuno mi stia ad ascoltare, che qualcuno possa capire, mi vergogno…..” Inizia così a raccontarsi, un po’ alla volta, quasi a sondare se si può fidare, ha paura di essere giudicata.

Non è la sola a sentirsi così, in fondo tutte, tutti, pensiamo di dover essere forti, di dover rispondere ad un modello nel quale la tristezza, la sofferenza non sono previste. Per questo modello se ti capita di incontrare la sofferenza sei sbagliata, ma è il modello che è sbagliato, la sofferenza fa parte della vita, tutti hanno risorse e fragilità, l’importante è trovare un giusto equilibrio.

Ci sono importanti fattori culturali che si intrecciano con importanti fattori psicologici, con la storia di vita della donna a partire dalla relazione con gli oggetti primari, ovvero con le figure genitoriali.

E’ la relazione tra il prendersi cura e il senso di colpa a giocare un ruolo fondamentale. Il partner è un altro soggetto affidato alla cura della donna, lei si sente responsabile del suo malessere o del suo benessere, quindi in questa dinamica relazionale la violenza è percepita come malessere di lui.

Proprio il ruolo di chi si prende cura, pone la donna in una posizione di dipendenza e la porta ad attribuirsi la colpa fino a spingerla a tentare  in ogni modo di rimediare.

La donna tollera così la violenza, arrivando a pensare di meritarsela.

Ascoltare i racconti delle donne che stanno in relazioni cariche di sofferenza, può generare nell’interlocutore non adeguatamente formato, negli amici che non sempre conoscono le dinamiche delle relazioni affettive cariche di sofferenza, dei  sentimenti di fastidio, rabbia, anche disprezzo. E’ difficile capire come si possa accettare di stare male, di essere costantemente oggetto di violenza psicologica con attacchi verbali carichi di svalutazione, insulti…. fino alla violenza fisica.

Qualcuno di fronte a situazioni così cariche di sofferenza afferma: “se ti fa stare male, se ti picchia, insulta, umilia, chi te lo fa fare di restare? puoi andartene. qualcuno va oltre e giunge a pensare se resti è perché non vuoi andartene…..”

Il senso di colpa, il dovere di cura nei confronti dell’altro non delimitano il comportamento abusante, in quanto non può esserci un efficace contrapposizione tra l’affermazione del proprio diritto e la riduzione dell’abuso di potere da parte dell’altro.

C’è una collaborazione attiva alla patologia della coppia, una collusione; lei crede di poter controllare il maltrattamento, la violenza, in un circolo che non finisce mai, arriva a consumare ogni risorsa per andare incontro a lui e ogni volta che viene attaccata si sente sempre più incapace, senza valore, disperata, colpevole, sempre più distante dalle relazioni sociali, si vergogna della sua inermità, teme di non essere compresa, sopporta in silenzio, la sofferenza chiusa dentro di lei, che si ritrova sempre più legata a lui.

Lei concentra su di lui, sulle sue aspettative di benessere così lei percepisce una sensazione di apparente benessere se lui è felice, si vive in funzione di lui.

Il suo bisogno è messo in un angolo della mente, le sue energie, i suoi pensieri sono diretti ai piccoli e grandi gesti che possono farlo stare bene, renderlo sereno, così anche lei potrà essere serena.

La conseguenza è il ritiro dalle relazioni intime, c’è il bisogno di allontanare i ricordi traumatici che si teme di rivivere nelle relazioni sociali.

La donna si trova in un costante stato di oscillazione tra ritiro e attaccamento ansioso,

si sente sporca, impotente, colpevole, disumana e non amabile.

Dopo il trauma lei guarda sempre al suo comportamento con sentimenti di colpa e di vergogna.

Questo spiega il silenzio sulla violenza patita anche a distanza di tempo.

Infatti può passare molto tempo prima che una donna chieda aiuto, ciascuna ha i suoi tempi, tempi che vanno capiti, rispettati, ciascuna persona è differente dall’altra.  Solo chi ha attraversato certe esperienze può sapere come si sta, la fatica, il dolore che si prova anche solo ripensandoci per pochi istanti.

Rivolgersi ad uno psicologo è un passaggio importante, non si è fragili quando si chiede aiuto, anzi riconoscere di essere in difficoltà è una risorsa, un punto di forza.

 

 

 

 

 

 

Violenza di genere: ripartire dal maschile

Ancora una donna massacrata dal compagno, siamo di fronte ad una strage, una scia di dolore e sangue unisce le due estremità del paese. Tante parole, sdegno e rabbia hanno portato a stilare leggi sicuramente importanti ma non sufficienti, come se le leggi fossero investite di un potere salvifico. Urge riflettere su quanto si sia trascurato, ignorato, perché la strage pare inasprirsi, la domanda inevitabile è: che cosa sta succedendo?

La prevenzione non passa soltanto attraverso le leggi, queste stabiliscono ciò che è giusto, ciò che è sbagliato, stabiliscono i limiti, le pene se questi non sono rispettati, ma prevenire implica un lavoro profondo a livello culturale, sociale e psicologico.

La prevenzione ha indubbiamente dei costi in termini monetari, di risorse umane, ma solo la cecità completa non permette di vedere quanto questi costi siano irrisori rispetto ai costi conseguenti la violenza.

L’altra settimana una donna è stata uccisa di fronte alla figlia di 12 anni, ieri un uomo, dopo l’ennesimo litigio, ha dato fuoco alla compagna di fronte ai bambini. Quali saranno le conseguenze per questi bambini, come affronteranno la vita e le relazioni?

Essere vittima di violenza assistita ha ricadute pesantissime a livello della vita di relazione, a livello cognitivo, a livello fisico. La violenza si è conclusa con la morte, non c’è più niente di riparabile, si resta soli con la paura, la solitudine, la rabbia e un prevedibile e massiccio senso di colpa per non essere riusciti a tutelare la madre.

La prevenzione parte da lontano, dall’educazione all’affettività, insegnare a riconoscere e a mettere in parola le emozioni, il rispetto dell’altro come soggetto con bisogni da rispettare; molto si è fatto, molte parole si sono spese ma sembra davvero quella che si definisce una goccia nel mare.

Chi è l’uomo che aggredisce?

Forse si deve ripartire di qui, fermare lo sguardo sul mondo maschile, sulla sua interiorità, sui modelli culturali veicolati dalla società o almeno su quelli che la società non disapprova con sufficiente forza.

Le risorse attivate sono scarse, pochi sono i centri sorti per dare voce al disagio maschile, spazi in cui è possibile portare la sofferenza, la rabbia sapendo che verrà accolta senza giudizio. Queste persone fanno fatica ad ammettere le difficoltà, perché parlare di sé e delle proprie emozioni è vissuto come dimostrazione di fragilità, proprio quella fragilità dalla quale rifuggono rifugiandosi nell’azione violenta.

Non c’è la possibilità di mentalizzare le emozioni, ma se ne viene investiti violentemente, l’urgenza è non sentire il dolore, il bisogno dell’altra e al contempo se tu non sei come io ti voglio, se non ti posso controllare non mi servi più, ti uccido. La violenza fisica come dominio sulla compagna. La relazione che gli uomini violenti stabiliscono con la donna è una relazione che funziona da regolatore degli stati del sé, vissuti come intollerabili. Questi uomini manipolano la relazione al fine di generare nell’altro l’immagine di loro stessi della quale desiderano liberarsi e ricorrono alla violenza quando l’esistenza autonoma dell’altro minaccia il processo di esteriorizzazione.

Dopo la violenza c’è il momento del pentimento, spesso chiedono perdono, perché hanno un enorme bisogno di una relazione. Numerosi studi avvalorano la teoria della trasmissione intergenerazionale della violenza; il maltrattamento e l’abuso hanno radici nelle prime relazioni affettive, ci si trova di fronte a quello che è definito il ciclo dell’abuso, ovvero la trasmissione tra generazioni di modalità relazionali disfunzionali e patologiche. Tale concetto è avvalorato dall’evidenza che dimostra che nella storia della vittima e dell’aggressore ci sono storie di violenze e vittimizzazioni.

Gli uomini violenti non sono uomini forti, nascondono dietro la violenza ferite profonde, la sensazione di non essere stati amati, la solitudine, vissuti abbandonici intollerabili; le esperienze interpersonali, in particolare le relazioni primarie, svolgono un ruolo fondamentale nel determinare il modo in cui ci percepiamo e come ci comportiamo con gli altri. Oggi si devono attivare risorse economiche, spazi fisici e mentali e formare gli operatori sulla tematica del disagio maschile