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La violenza nelle relazioni e nella società

Leggendo i giornali è difficile non provare sgomento, inquietudine e impotenza di fronte alla violenza che travolge le relazioni tra le persone e la società.

Nello spazio di una manciata di giorni leggiamo di  donne uccise o lasciate agonizzanti dal marito o ex compagno, il ragazzo di Alatri massacrato e a pochi giorni di distanza un altro giovane accoltellato di fronte ad una discoteca.

Questi episodi etichettati come imprevedibili, reazioni folli, non fanno altro che generare la rassegnazione, la paura, alimentano l’odio, la rabbia, altra violenza.

Non ci sono scuse per chi massacra un essere umano, costui è colpevole di un crimine, ma è doveroso fare una riflessione sulle cause e su quali possono essere gli strumenti di prevenzione.

Non si nasce violenti, la violenza è appresa nelle relazioni, la rabbia cieca che porta a non considerare l’altro come un essere umano è legata a ferite profonde che gli autori di questi gesti portano dentro.

Molti adulti di oggi sono stati bambini vittime di disprezzo, di reazioni violente, trascuratezza  da parte di chi avrebbe dovuto proteggerli, crescerli fornendo loro gli strumenti per riconoscere le emozioni, farli sentire al sicuro.

Vittime del non ascolto degli adulti e delle istituzioni che non vedono, non hanno strumenti per recepire i segnali di malessere, intesi come qualcosa da punire mai da approfondire e comprendere.

Sono illuminanti i libri di Alice Miller, che spiega con esempi  basati sulla sua professione di psicoterapeuta, come la violenza si trasmetta attraverso le relazioni e le generazioni.

Il rispetto, la capacità di considerare l’altro che abbiamo di fronte come una persona, un essere umano con il quale entrare in una relazione di condivisione e rispetto è un’acquisizione che arriva da lontano.

Nell’aggressore esistono due parti che non riescono a comunicare tra loro, siamo di fronte ad una scissione, c’è la vittima che fu a suo tempo e l’aggressore introiettato.

I meccanismi di scissione e proiezione, del tutto inconsapevoli, proteggono dal dolore e dall’impotenza, ci sono parti buone e parti sentite estranee e intollerabili, queste ultime sono intollerabili e devono essere proiettate fuori, messe nell’altro.

L’altro, l’estraneo, è vissuto come qualcuno che ci ha talmente danneggiato da meritare di essere distrutto, nell’illusione di stare meglio, la rabbia incontenibile, si  scarica su costui che perde la sua qualità di essere umano, perpetrando, con una sorta di godimento onnipotente.

Si perpetua così il ciclo della violenza.

Se la nostra società, non comprendere che la prevenzione è la sola strada percorribile la violenza continuerà a dominare le relazioni. Per prevenzione intendo la capacità di tutelare i suoi piccoli, attraverso la formazione degli operatori, la messa a disposizione di risorse per progetti di ampia portata, che coinvolgano in primis le madri sin dalla gravidanza, i genitori, i dirigenti scolastici, gli insegnanti,

L’educazione alle emozioni, alla consapevolezza di sé, per imparare a conoscere e a dare un nome anche alle emozioni più dolorose e disturbanti, per padroneggiarle, è una via troppo spesso sottovalutata.

 

Il bullismo e il gruppo banda

“Prima di giudicare un uomo, cammina per tre lune nelle sue scarpe”. Proverbio indiano

Sempre più spesso da parte di scuole ed associazioni riceviamo richieste di intervento per casi di ragazzi aggregati in gruppo/banda, che agiscono atti di devianza tra i quali distruzione di beni pubblici ed aggressioni fisiche a coetanei ed adulti.

Questi ragazzi hanno una età compresa tra i tredici ed i diciotto anni, sono impegnati in un percorso evolutivo che impegna tutti i ragazzi della loro età, ma con caratteristiche che costituiscono segnali di un disagio consistente.

La preadolescenza e l’adolescenza sono epoche nelle quali ogni essere umano è alle prese con una missione evolutiva fondamentale: sganciarsi dalla condizione di bambino-figlio per tendere alla condizione di adulto autonomo, con un percorso assolutamente soggettivo ma mediamente assai complicato, mai indolore.

I ragazzi si ritrovano a dover maneggiare vissuti emotivi estremamente pesanti, imprescindibili dal compito di diventare grandi, compito che viene giustamente vissuto come inderogabile, assoluto, urgente.

In sintesi, questi vissuti sono:

  • la rabbia nei confronti dei genitori, del tutto fisiologica, legata al processo di separazione- individuazione
  • la colpa nei confronti sia del padre che della madre, per il fatto di essere arrabbiati con loro e di metterli in discussione
  • la paura di non farcela da soli e di non andare abbastanza bene
  • il desiderio, ambivalente con la paura, di tornare bambini
  • l’angoscia per la  perdita dell’identità di bambini e per l’incertezza sulla propria identità adulta nascente

La possibilità di riconoscere, ascoltare ed integrare la complessità di questi contenuti da parte dei ragazzi per raggiungere un equilibrio sufficientemente buono dipende dalla loro personalità e dalla personalità dei loro genitori, dal tipo di relazione tra la coppia dei genitori e tra i genitori ed il figlio, dal tipo e dall’intensità dei traumi subiti e dalla possibilità di ricevere aiuto.

Possiamo immaginare che nei ragazzi del gruppo/banda, per motivi indubbiamente seri che meritano un ascolto attento, il vissuto emotivo della rabbia, fisiologica in adolescenza e preadolescenza, non possa essere pensato né tantomeno simbolizzato, bensì debba essere agito sotto forma di atti vandalici e distruttivi.

Questi atti devianti hanno almeno tre funzioni per il mondo interno di chi li agisce:

  • Tirare fuori l’angoscia, che altrimenti sarebbe intollerabile e potrebbe portare a problemi psichiatrici, esprimendola in maniera mascherata e soprattutto capovolta: chi picchia e spaventa gli altri si sente potente, ed almeno per un poco può scacciare la sensazione di pericolo ed impotenza interni
  • Mettere in scena, sia pure in maniera mascherata e capovolta, il dramma interno, chiedendo implicitamente che qualcuno si fermi ad ascoltare e soprattutto a capire cosa in realtà si sta rappresentando: la ripetizione di atti aggressivi che a vario titolo questi ragazzi hanno subito con il ruolo di vittima
  • Esprimere una profonda disistima di sé, esponendosi al ludibrio generale, andando così inconsciamente a confermare una immagine interna di abiezione e totale squalifica di loro stessi

Chiedendo scusa per la necessaria generalizzazione, possiamo immaginare che questi ragazzi possano essere stati esposti a situazioni traumatizzanti, nel senso di violenza psicologica, fisica, sessuale da parte di adulti e che i loro atti di devianza siano come un messaggio che un naufrago affida ad una bottiglia in mezzo al mare, sperando che qualcuno, prima o poi, lo legga.

Il gruppo dei pari è una esperienza fondamentale in adolescenza poiché, in estrema sintesi, è l’unità di transito dalla famiglia alla identità autonoma.

Il gruppo contiene, sostiene, permette il confronto, lo scambio e la sperimentazione dell’autonomia lontano dalla famiglia d’origine ma senza lo spettro della solitudine.

Tuttavia il gruppo può virare in banda, laddove le relazioni interne si pervertono ed il gruppo inizia a funzionare come cassa di risonanza del disagio emotivo dei singoli componenti.

Smettendo di funzionare come luogo di solidarietà condivisa e di progettazione per la realizzazione dei bisogni comuni, il gruppo/banda diventa l’estremo rifugio della sofferenza di ragazzi che hanno perso la speranza in un domani qualsiasi.

L’aggregazione in gruppo/banda permette di agire violenza e distruttività in forme che i singoli componenti non sarebbero in grado di attuare, garantendo una visibilità sociale che sia pure in forme drammatiche e fittizie fa sentire i ragazzi vivi e protagonisti della propria vita.

Spesso nel gruppo/banda si struttura una posizione schizo-paranoide: si effettua cioè una divisione tra i bravi ed i cattivi, dando per scontato che i bravi siano gli appartenenti al gruppo, mentre i cattivi siano tutti gli altri.

A volte a supporto di questa posizione  si mutuano ideologie in grado di dare una apparenza di plausibilità alla violenza ed alla gravità della scissione e della proiezione dei vissuti aggressivi.

La situazione descritta non può lasciare indifferenti e richiede un intervento urgente da parte di adulti che un tempo sono stati ragazzi e sentono di poter dare una mano a dei loro simili che adulti rischiano di non diventare mai.

Ovviamente i comportamenti devianti devono essere fermati, ed i ragazzi devono essere messi di fronte alla responsabilità per i loro atti.

Tuttavia, un atteggiamento rigidamente repressivo nei loro confronti non può che avere l’effetto perverso di confermare la scissione descritta e di recidivare il comportamento antisociale.

Il lavoro di rete tra enti pubblici come la scuola, il Tribunale per i Minorenni, ASL ed associazioni consente un intervento che integra la psicoterapia individuale o di gruppo con l’educativa territoriale ed i progetti di volontariato.

Per  fornire ai ragazzi una alternativa valida al gruppo/banda è necessario garantire un luogo, non solo fisico, nel quale ritrovarsi, riconoscersi come simili, condividere vissuti, bisogni, desideri e progetti comuni, imparare a prendersi sul serio ed a mettersi in discussione.

E’ necessario fornire ai ragazzi tre contenuti fondamentale per la messa in discussione del loro comportamento distruttivo:

  • Accoglienza della soggettività, in un contesto che dia loro dignità e visibilità in un contesto sociale validante e tutelante. In ogni caso ogni ragazzo deve poter verificare di volta in volta di partecipare in prima persona ad un progetto condiviso, sperimentandone i vantaggi ed imparando a  tollerare fatica, incertezze e difficoltà.
  • Ascolto delle motivazioni e dei vissuti emotivi. I ragazzi devono poter contare sulla presenza di figure sufficientemente solide e formate sul tema dell’ascolto emotivo, in grado perciò di accogliere tutte le istanze portate dai ragazzi e di restituirle come pensabili, condivisibili e maneggiabili. I ragazzi devono poter contare sulla presenza di figure definite in letteratura “adulti soccorrevoli”: non necessariamente tecnici come psicologi o educatori, bensì persone sensibili e capaci di utilizzare le proprie emozioni per capire quelle dei propri interlocutori, rinunciando a posizioni di giudizio o peggio di consolazione, garantendo all’altro una esperienza di inestimabile valore come la condivisione. La condivisione permette di non sentirsi più soli bensì di sentirsi ascoltati e capiti, di accorgersi di poter chiedere e ricevere aiuto, di verificare che le emozioni, anche le più pesanti, non sono distruttive e possono essere comprese, contenute ed utilizzate per orientarsi nella vita.
  • Contenimento dato dalla consapevolezza di ciò che si sta facendo e dal rispetto delle regole condivise, acquisito attraverso relazioni che non impongono il punto di vista dell’altro con la violenza e la sopraffazione, ma propongono il confronto attraverso l’ascolto delle differenze reciproche.

Le coppie nelle quali non si può stare senza soffrire

Molte persone soffrono nella relazione con il partner ma non tutte sono vittime di una relazione perversa.
Tutti sanno che  esistono relazioni di coppia conflittuali, dove gli  elementi di fondo relativi ad uno oppure ad entrambi i  componenti determinano una relazione dove al posto di rispetto,  solidarietà e  condivisione si sperimentano sofferenza, rabbia ed impotenza.
Ma per poter parlare di relazione perversa è necessario che si verifichi un particolare tipo di maltrattamento psicologico agito da un componente a danno dell’altro che, pur soffrendo, non riesce ad affrancarsi da questo rapporto distruttivo.
In alcuni casi può succedere che sia l’uomo ad essere vittima di una  compagna perversa, così come può capitare che entrambi i partner condividano le caratteristiche della perversione come tratto emergente di un carattere gravemente patologico.
Tuttavia nella nostra esperienza i casi più frequenti sono quelli dove una donna, spesso  priva di rilevanti problematiche psicologiche, intelligente, sensibile e capace non solo  è vittima  di una relazione perversa dove viene umiliata, rimproverata, derisa e rifiutata, bensì è convinta di essere la  responsabile della sua sofferenza e di non avere alcuna via d’uscita se non rimanere nella relazione maltrattante.

Indicatori e sintomi
Questa donna arriva alla consultazione  con la psicoterapeuta per i motivi più disparati come attacchi di panico, depressione, fobie, disturbi alimentari, sintomi che vengono presentati come  l’unico vero problema da affrontare e da risolvere velocemente, per tornare alla vita “normale”.
Tuttavia paziente e psicoterapeuta scoprono presto che questi sintomi  si incaricano di coprire e nello stesso tempo segnalare un disagio profondo, in un primo momento vago ed indistinto ma poi riconoscibile come impotenza, confusione e disperazione derivate dalla relazione con il compagno.
Si tratta di una relazione caratterizzata dall’indifferenza emotiva dell’uomo nei confronti della donna, dall’attività corrosiva esercitata sulla sua autostima, dal tentativo di confonderla e disorientarla con la mistificazione, dalla tendenza ad isolarla il più possibile dal mondo criticando e sabotando interessi, amicizie, parentele,  esperienze professionali.
La vittima di una relazione perversa è completamente sola sul piano affettivo e nello stesso tempo è perseguitata da critiche continue e sistematiche sui singoli atti della vita quotidiana, dal modo di pulire le verdure al modo di guidare, dal modo di vestire al modo di parlare, dal modo di educare i figli al modo di relazionarsi con i parenti.
Le critiche distruttive vengono spesso camuffate come consigli pedagogici o come battute di spirito, con la conseguenza di disorientare e perturbare ancora di più la vittima.
Spesso l’uomo agisce in questo modo anche con i figli, in genere con uno in particolare che sceglie come capro espiatorio.

Il persecutore
Questo uomo è una persona con un disturbo narcisistico della personalità di tipo perverso,  e come tale ha vissuto esperienze traumatiche di rifiuto e strumentalizzazione nella sua infanzia.
Nel presente, per sopravvivere ai traumi subiti senza elaborarli, ha bisogno di una  persona su cui evacuare i propri contenuti traumatici, in particolare quelli legati all’esperienza del rifiuto e della manipolazione da parte dei genitori, per poter continuare a non riconoscerli come propri e “tenersi insieme” psicologicamente senza cadere in scompensi psichiatrici.
Il narcisista perverso ha bisogno della sua vittima e non può farne a meno, non certo perché la ami e l’apprezzi bensì perché gli serve come luogo su cui scaricare parti non  tollerate di sé: per lui la compagna non è una interlocutrice con la quale confrontarsi, bensì un oggetto da tenere sotto controllo e da usare per i suoi scopi.
Il narcisista perverso non prova empatia nei confronti della compagna e tende a viverla come una persona che non lo capisce oppure che lo assilla con richieste assurde ed arriva a ritenere che la sua vittima si meriti il maltrattamento che lui le infligge.

La vittima
Non è possibile tracciare un quadro diagnostico univoco, poiché la generalizzazione sarebbe tanto massificante quanto sbagliata.
E’ possibile trovare tratti comuni tra le vittime, come la tendenza a compiacere l’altro, l’inibizione dell’aggressività, il mantenimento di legami di appartenenza.
Spesso si tratta di donne con una fragilità del Sé dovuta a traumi pregressi, come maltrattamenti familiari, abusi sessuali, lutti infantili.
Queste donne provengono da qualsiasi ceto sociale e culturale, spesso sono professionalmente realizzate e capaci di assumere grandi responsabilità in molti ambiti, in primis quello familiare.
La complessità dei quadri diagnostici si distribuisce dal disturbo di tipo nevrotico al disturbo di personalità, ma una percentuale rilevante è costituita da persone prive di una patologia significativa.
In ogni caso la vittima è una donna intelligente e sensibile, preda ambita dal persecutore che tanto più gode ad umiliare e manipolare la sua vittima  quanto più essa  è in gamba e stimata.

Gli effetti della perversione relazionale
La donna vittima di relazioni di questo tipo è confusa e disorientata dalla situazione perversa che perturba l’ordine delle cose così come sono comunemente intese, tanto da arrivare a sentirsi essa stessa colpevole per quanto accade ed a considerare l’uomo come una persona da capire e da scusare.
Ciò che rende ancora più confusiva e perturbante la condizione della vittima è una caratteristica specifica della patologia narcisistica, che prevede una alternanza di momenti “buoni” dove la relazione di coppia sembra non avere aspetti perversi poiché l’uomo mette in gioco le parti più sane di sé, con momenti “cattivi” dove l‘uomo agisce le parti scisse sulla compagna e sui figli,  umiliandoli e squalificandoli con pretesti minimi, producendosi in  scenate rabbiose, abbandoni affettivi, ricatti emotivi.
La vittima di questo maltrattamento psicologico prova un tale senso di disperazione e di impotenza da credere di non avere alternative se non restare nella relazione perversa ed impegnarsi per farla andare meglio, con l’illusione di poter cambiare il suo compagno e di poter avere una ricompensa per i suoi sforzi, senza rendersi conto che la ricompensa non arriverà mai.
In tal modo, senza quasi rendersene conto, la donna sposta sempre più avanti il limite che segna ciò che è disposta a subire, sentendosi sempre più fallita, piena di vergogna ed impotente.

Come uscirne
La psicoterapia ad orientamento psicodinamico è una relazione terapeutica costruita sulla solida alleanza e sulla autentica condivisione tra paziente e psicoterapeuta e garantisce sia alla vittima sia al persecutore uno strumento efficace di cambiamento.
Tuttavia pochi narcisisti perversi  si motivano ad una psicoterapia, dal momento che generalmente il maltrattamento che infliggono alle vittime consente loro di non stare tanto male da dover chiedere aiuto.
Al contrario, le donne vittime della perversione relazionale soffrono profondamente ma, confuse dal senso di colpa e dall’illusione di poter controllare la situazione, in genere arrivano alla consultazione piuttosto tardi rispetto all’inizio dei problemi, spesso con sintomi invalidanti.
La psicoterapia psicodinamica è uno  spazio emotivo oltre che fisico, dove la vittima trova il modo di dissipare la nebbia del fraintendimento, dando un nome preciso alle emozioni che prova ed attribuendo le responsabilità a chi competono.

 

La psicoterapia psicodinamica della perversione
Per uscire da una relazione perversa è necessario che la vittima faccia insieme alla psicoterapeuta un lavoro di ricostruzione dei fatti salienti della sua vita oltre che dei sentimenti provati, integrando l’intrapsichico con l’interpersonale, l’inconscio con il conscio, il passato con il presente.
Lo scopo della psicoterapia è di rendere espliciti due elementi fondamentali:  le dinamiche relazionali  del presente con il compagno maltrattante e le dinamiche relazionali del passato con la famiglia di origine.
L’analisi del transfert con la psicoterapeuta permette alla vittima di toccare con mano, nel momento stesso in cui si estrinseca, la strategia interna  che viene  messa in atto per cercare di non perdere l’amore ed il rispetto delle persone dalle quali ha dipeso e dipende.
La comprensione della propria storia personale,  inscritta nella relazione con la psicoterapeuta,  consente alla paziente di comprendere intimamente il senso di ciò che è accaduto e quindi di progettare ed attuare un cambiamento che promuova la sintonia e la libertà con sé stessa e con gli altri, con i tempi e le modalità più personali.

 

 

Violenza di genere: ripartire dal maschile

Ancora una donna massacrata dal compagno, siamo di fronte ad una strage, una scia di dolore e sangue unisce le due estremità del paese. Tante parole, sdegno e rabbia hanno portato a stilare leggi sicuramente importanti ma non sufficienti, come se le leggi fossero investite di un potere salvifico. Urge riflettere su quanto si sia trascurato, ignorato, perché la strage pare inasprirsi, la domanda inevitabile è: che cosa sta succedendo?

La prevenzione non passa soltanto attraverso le leggi, queste stabiliscono ciò che è giusto, ciò che è sbagliato, stabiliscono i limiti, le pene se questi non sono rispettati, ma prevenire implica un lavoro profondo a livello culturale, sociale e psicologico.

La prevenzione ha indubbiamente dei costi in termini monetari, di risorse umane, ma solo la cecità completa non permette di vedere quanto questi costi siano irrisori rispetto ai costi conseguenti la violenza.

L’altra settimana una donna è stata uccisa di fronte alla figlia di 12 anni, ieri un uomo, dopo l’ennesimo litigio, ha dato fuoco alla compagna di fronte ai bambini. Quali saranno le conseguenze per questi bambini, come affronteranno la vita e le relazioni?

Essere vittima di violenza assistita ha ricadute pesantissime a livello della vita di relazione, a livello cognitivo, a livello fisico. La violenza si è conclusa con la morte, non c’è più niente di riparabile, si resta soli con la paura, la solitudine, la rabbia e un prevedibile e massiccio senso di colpa per non essere riusciti a tutelare la madre.

La prevenzione parte da lontano, dall’educazione all’affettività, insegnare a riconoscere e a mettere in parola le emozioni, il rispetto dell’altro come soggetto con bisogni da rispettare; molto si è fatto, molte parole si sono spese ma sembra davvero quella che si definisce una goccia nel mare.

Chi è l’uomo che aggredisce?

Forse si deve ripartire di qui, fermare lo sguardo sul mondo maschile, sulla sua interiorità, sui modelli culturali veicolati dalla società o almeno su quelli che la società non disapprova con sufficiente forza.

Le risorse attivate sono scarse, pochi sono i centri sorti per dare voce al disagio maschile, spazi in cui è possibile portare la sofferenza, la rabbia sapendo che verrà accolta senza giudizio. Queste persone fanno fatica ad ammettere le difficoltà, perché parlare di sé e delle proprie emozioni è vissuto come dimostrazione di fragilità, proprio quella fragilità dalla quale rifuggono rifugiandosi nell’azione violenta.

Non c’è la possibilità di mentalizzare le emozioni, ma se ne viene investiti violentemente, l’urgenza è non sentire il dolore, il bisogno dell’altra e al contempo se tu non sei come io ti voglio, se non ti posso controllare non mi servi più, ti uccido. La violenza fisica come dominio sulla compagna. La relazione che gli uomini violenti stabiliscono con la donna è una relazione che funziona da regolatore degli stati del sé, vissuti come intollerabili. Questi uomini manipolano la relazione al fine di generare nell’altro l’immagine di loro stessi della quale desiderano liberarsi e ricorrono alla violenza quando l’esistenza autonoma dell’altro minaccia il processo di esteriorizzazione.

Dopo la violenza c’è il momento del pentimento, spesso chiedono perdono, perché hanno un enorme bisogno di una relazione. Numerosi studi avvalorano la teoria della trasmissione intergenerazionale della violenza; il maltrattamento e l’abuso hanno radici nelle prime relazioni affettive, ci si trova di fronte a quello che è definito il ciclo dell’abuso, ovvero la trasmissione tra generazioni di modalità relazionali disfunzionali e patologiche. Tale concetto è avvalorato dall’evidenza che dimostra che nella storia della vittima e dell’aggressore ci sono storie di violenze e vittimizzazioni.

Gli uomini violenti non sono uomini forti, nascondono dietro la violenza ferite profonde, la sensazione di non essere stati amati, la solitudine, vissuti abbandonici intollerabili; le esperienze interpersonali, in particolare le relazioni primarie, svolgono un ruolo fondamentale nel determinare il modo in cui ci percepiamo e come ci comportiamo con gli altri. Oggi si devono attivare risorse economiche, spazi fisici e mentali e formare gli operatori sulla tematica del disagio maschile

Come semi in una zucca vuota

Il bombardamento mediatico che ci sommerge di notizie riguardati atti di violenza suscita sentimenti di sgomento, dispiacere per le vittime, esecrazione per i perpetratori.

Invariabilmente ci si chiede come sia possibile che un essere umano agisca intenzionalmente su di un altro tali atti di devastazione emotiva e fisica.

I media diffondono dettagli spesso raccapriccianti dell’accaduto ma mai, assolutamente mai, forniscono elementi coerenti riguardanti il contesto relazionale e i vissuti emotivi delle persone che hanno avuto un ruolo nella vicenda.

Non si parla di come un’aggressione si struttura nella mente del perpetratore né delle condizioni che gli permettono di agirla.

Non si parla neppure della possibilità di prevenire le aggressioni, dal momento che tali atti sono considerati a-normali, cioè totalmente avulsi dal funzionamento mentale della media delle persone e quindi imprevedibili e incomprensibili.

Le aggressioni vengono considerate,  a seconda dei casi, atti di pura follia, cioè comportamenti di persone con un contatto alterato con la realtà, oppure episodi di una devianza tale da fare dei perpetratori esseri dis-umani, talmente lontani dalla normalità da essere totalmente  incomprensibili e perduti.

Una lettura come questa è rassicurante perché permette di circoscrivere il tema della violenza in un ambito definito e soprattutto ascrivibile all’altro: gli atti di violenza sono compiuti da persone matte o sbagliate, e ad essere matto o sbagliato è qualcuno lontano e diverso dalla maggioranza delle persone.

A guardare bene, in questa logica ci sono diversi passaggi che, ascoltati e messi in discussione, permettono una lettura più ampia e consapevole della realtà.

Il primo passaggio riguarda la tendenza a non prendersi cura delle emozioni, proprie e altrui. Il contatto con la violenza,  anche quella sentita al telegiornale, è un  “pugno nello stomaco” psicologico, perché apre uno spiraglio su vissuti emotivi che riguardano tutti ma che, essendo assai scomodi e pesanti, spesso vengono chiusi in un cassetto.

Parliamo, tra le altre, delle esperienze emotive di odio, del senso di ingiustizia e della sete di vendetta attraverso la sopraffazione dell’altro. Si tratta di emozioni che riguardano la maggioranza delle persone normali, dal momento che un numero impressionante di adulti è stato un bambino alle prese con relazioni violente che lo hanno fatto sentire sbagliato, cattivo, ridicolo e hanno suscitato in lui sentimenti molto forti che riguardano l’odio e la violenza contro gli altri.

Spesso questi sentimenti sono troppo dolorosi e pericolosi per essere riconosciuti e tollerati: quando un fatto di cronaca costringe a farci i conti, la tendenza generale, in primis dei media, è quella di difendersi dal contatto emotivo con queste emozioni rendendole irriconoscibili come proprie,  ascrivendole a qualcuno vissuto come lontano e diverso.

La violenza agita dall’aggressore che picchia e stupra una bambina di tredici anni ha la stessa matrice della violenza di chi invoca la pena di morte per questo perpetratore. Sono diversi gli scenari emotivi, sociali e relazionali, ma è uguale il vissuto di odio, il desiderio di sopraffazione e la riduzione dell’altro a essere dis-umano.

La trasformazione dell’altro in qualcuno, o meglio qualcosa, di talmente diverso e lontano da perdere le caratteristiche di dignità umana è, oltre il mancato riconoscimento delle emozioni, il secondo elemento costitutivo della logica che considera le aggressioni come atti di follia o devianza incomprensibili e perciò imprevedibili.

Primo Levi, nel suo libro Se questo è un uomo descrive così lo sguardo dell’ufficiale nazista che alza gli occhi dal foglio di valutazione che sta compilando per posarli su di lui:

“Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania. Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere. Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che non contenga qualche elemento utilizzabile». E nel mio capo, come semi in una zucca vuota: «Gli occhi azzurri e i capelli biondi sono essenzialmente malvagi…”

L’Autore non solo descrive il meccanismo dell’odio che scinde il buono dal cattivo, proietta ciò che è cattivo sulla vittima e  la riduce a “qualcosa” che non è più riconoscibile come simile. Primo Levi riesce a far arrivare fino a noi la consapevolezza che la scissione produce scissione, così come il dolore provoca violenza. Lui, vittima incolpevole dell’odio razziale, vede girare nella sua testa quasi con stupore gli stessi semi dell’odio del suo persecutore: l’Altro, diverso da me, è altro da me, è cattivo…  quelli con gli occhi azzurri e i capelli biondi sono malvagi…

I meccanismi di scissione e di proiezione apparentemente proteggono dalla sofferenza, ma il più delle volte la producono e la perpetuano. Una società che continua a credere che le aggressioni, gli stupri, gli omicidi sono fatti incomprensibili e imprevedibili agiti da persone matte o deviate da chiudere in manicomio o in carcere per il resto della loro vita è una società cieca e sorda, che non comprende la complessità e la gravità di un fenomeno dalla portata più ampia di quella comunemente percepita, e indirettamente lo alimenta.

Una società che non capisce è una società che non ha strumenti per cambiare.

Fino a quando risulterà impossibile comprendere in maniera autentica i meccanismi che portano una persona ad aggredire e annientare emotivamente e fisicamente un suo simile non sarà possibile attuare un valido sistema di prevenzione,  intervento e riparazione.