Violenza di genere: ripartire dal maschile

Violenza di genere: ripartire dal maschile

Ancora una donna massacrata dal compagno, siamo di fronte ad una strage, una scia di dolore e sangue unisce le due estremità del paese. Tante parole, sdegno e rabbia hanno portato a stilare leggi sicuramente importanti ma non sufficienti, come se le leggi fossero investite di un potere salvifico. Urge riflettere su quanto si sia trascurato, ignorato, perché la strage pare inasprirsi, la domanda inevitabile è: che cosa sta succedendo?

La prevenzione non passa soltanto attraverso le leggi, queste stabiliscono ciò che è giusto, ciò che è sbagliato, stabiliscono i limiti, le pene se questi non sono rispettati, ma prevenire implica un lavoro profondo a livello culturale, sociale e psicologico.

La prevenzione ha indubbiamente dei costi in termini monetari, di risorse umane, ma solo la cecità completa non permette di vedere quanto questi costi siano irrisori rispetto ai costi conseguenti la violenza.

L’altra settimana una donna è stata uccisa di fronte alla figlia di 12 anni, ieri un uomo, dopo l’ennesimo litigio, ha dato fuoco alla compagna di fronte ai bambini. Quali saranno le conseguenze per questi bambini, come affronteranno la vita e le relazioni?

Essere vittima di violenza assistita ha ricadute pesantissime a livello della vita di relazione, a livello cognitivo, a livello fisico. La violenza si è conclusa con la morte, non c’è più niente di riparabile, si resta soli con la paura, la solitudine, la rabbia e un prevedibile e massiccio senso di colpa per non essere riusciti a tutelare la madre.

La prevenzione parte da lontano, dall’educazione all’affettività, insegnare a riconoscere e a mettere in parola le emozioni, il rispetto dell’altro come soggetto con bisogni da rispettare; molto si è fatto, molte parole si sono spese ma sembra davvero quella che si definisce una goccia nel mare.

Chi è l’uomo che aggredisce?

Forse si deve ripartire di qui, fermare lo sguardo sul mondo maschile, sulla sua interiorità, sui modelli culturali veicolati dalla società o almeno su quelli che la società non disapprova con sufficiente forza.

Le risorse attivate sono scarse, pochi sono i centri sorti per dare voce al disagio maschile, spazi in cui è possibile portare la sofferenza, la rabbia sapendo che verrà accolta senza giudizio. Queste persone fanno fatica ad ammettere le difficoltà, perché parlare di sé e delle proprie emozioni è vissuto come dimostrazione di fragilità, proprio quella fragilità dalla quale rifuggono rifugiandosi nell’azione violenta.

Non c’è la possibilità di mentalizzare le emozioni, ma se ne viene investiti violentemente, l’urgenza è non sentire il dolore, il bisogno dell’altra e al contempo se tu non sei come io ti voglio, se non ti posso controllare non mi servi più, ti uccido. La violenza fisica come dominio sulla compagna. La relazione che gli uomini violenti stabiliscono con la donna è una relazione che funziona da regolatore degli stati del sé, vissuti come intollerabili. Questi uomini manipolano la relazione al fine di generare nell’altro l’immagine di loro stessi della quale desiderano liberarsi e ricorrono alla violenza quando l’esistenza autonoma dell’altro minaccia il processo di esteriorizzazione.

Dopo la violenza c’è il momento del pentimento, spesso chiedono perdono, perché hanno un enorme bisogno di una relazione. Numerosi studi avvalorano la teoria della trasmissione intergenerazionale della violenza; il maltrattamento e l’abuso hanno radici nelle prime relazioni affettive, ci si trova di fronte a quello che è definito il ciclo dell’abuso, ovvero la trasmissione tra generazioni di modalità relazionali disfunzionali e patologiche. Tale concetto è avvalorato dall’evidenza che dimostra che nella storia della vittima e dell’aggressore ci sono storie di violenze e vittimizzazioni.

Gli uomini violenti non sono uomini forti, nascondono dietro la violenza ferite profonde, la sensazione di non essere stati amati, la solitudine, vissuti abbandonici intollerabili; le esperienze interpersonali, in particolare le relazioni primarie, svolgono un ruolo fondamentale nel determinare il modo in cui ci percepiamo e come ci comportiamo con gli altri. Oggi si devono attivare risorse economiche, spazi fisici e mentali e formare gli operatori sulla tematica del disagio maschile

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